mercoledì 27 novembre 2013

Mass di Bernstein

La versione di Mass diretta dallo stesso Bernstein con Alan Titus è sempre la più bella. Strano pezzo Mass, con alti e bassi, anche un po' imbarazzanti, ma con dei brani straordinari.
Ecco qui A Simple Song che viene cantato subito dopo il brano introduttivo, un brano diventato così famoso da essere finito anche nei piano bar.

martedì 26 novembre 2013

Jasha Horenstein e Mahler

Jascha Horenstein nel 1961 dirige la V sinfonia di Mahler con i Berliner Philharmoniker che ai tempi non era certo un'orchestra mahleriana. Avevano suonato qualcosa di Mahler con Furtwaengler negli anni 20 e 30, comunque prima dell'avvento del nazismo. Con Karajan, in quei tempi, credo nulla.
Ebbi la possibilità e la fortuna di ascoltare Horenstein in un concerto alla Scala nel 1970 o 1971. Fece un programma con la sola VII sinfonia di Mahler.
Nel 1969 Sir John Barbirolli aveva diretto la V facendola precedere dal V concerto per violino di Mozart (credo che il violinista fosse Szeryng). Il pubblico era venuto soprattutto per Mozart. Nell'intervallo metà del pubblico della platea e dei palchi se ne andò e poi continuò ad andarsene tra un movimento e l'altro della sinfonia di Mahler così che alla fine ad applaudire c'eravamo praticamente noi della galleria.
La scelta di Horenstein fu più radicale e il pubblico reagì di conseguenza lasciando praticamente vuoti platea e palchi. Se non c'eravamo noi in galleria il povero Horenstein, che era a fine carriera e soffriva di cuore tanto che tra il secondo e il terzo movimento si sedette un paio di minuti su una sedia, con la sua zazzera bianca stava fresco.
Non so quanto sia ricordato oggi questo grandissimo direttore d'orchestra. Personalmente lo trovo modernissimo con quel suo stile asciutto, severo, senza sentimentalismi.

domenica 24 novembre 2013

Mahler e l'ottava sinfonia

Che l'ottava sinfonia di Mahler, del 1906, sia molto diversa da tutte le altre sue sinfonie è un fatto piuttosto evidente. Già in passato Mahler aveva introdotto le voci nelle sue sinfonie, la seconda, la terza e la quarta, ma lo aveva fatto come prolungamento della sua attività di liederista o, come nella seconda, per concludere la sinfonia con un grande coro. L'ottava invece è una sinfonia scritta per voci dall'inizio alla fine sul testo del Veni creator spiritus e della scena finale del Faust, con due soli passaggi, splendidi, per sola orchestra, nella prima parte e all'inizio della seconda parte. Non è facile dire perché Mahler, dopo le tre sinfonie strumentali, decise di scrivere questa sinfonia. Trattandosi di Mahler, è facile avventurarsi in spiegazioni psicanalitiche che a dire il vero mi pare lascino sempre un po' il tempo che trovano. Forse ha ragione Quirino Principe quando scrive che "Dopo la la Settima, dopo la scoperta che la musica non è esaurita e può continuare, dopo la disillusione del procedere rettilineo, le ultime opere di Mahler sperimentano tutto ciò che la storia della musica svilupperà: il tonalismo ad oltranza, il primitivismo in direzione esotica, il bruitisme, persino la Neue Musik." Con l'ottava sinfonia Mahler percorse la via del tonalismo, un mi bemolle maggiore sovrabbondante, del pieno orchestrale sorretto da solidi bassi, della luce, tutte caratteristiche piuttosto anomale per Mahler che delinea, come scrive sempre Quirino Principe, "un disegno bello, non finto ma effimero". Un disegno che sarà infranto già dalla successiva composizione del Das Lied von der Erde del 1908 che seguirà il tragico anno 1907. Peraltro questa sinfonia non è avulsa dal resto della produzione di Mahler. Ascoltandola ci si accorge di quanti momenti ricordino alcune sue sinfonie precedenti, soprattutto certi passaggi della seconda,  della terza e della quarta e come in altri momenti siano già presenti delle caratteristiche che saranno tipiche della sue composizioni successive in certe rarefazioni timbriche o nel trattamento degli archi.
L'ottava sinfonia quindi ha da sempre suscitato molte discussioni e può piacere molto, moltissimo, per niente o la si può trovare solo interessante ma non bella la qual cosa confermerebbe quello che un giorno Mahler disse a Bruno Walter: "Non è difficile fare cose interessanti; difficile è farle belle." A me personalmente piace, parzialmente, perché ritengo che Mahler abbia colto in pieno almeno due elementi, il soffio vitale e potente dello spirito che percorre in modo incessante tutta la prima parte e l'elemento femminile che salva Faust: tutta la preparazione al coro mistico finale che parte dall'inudibile per ascendere alle altezze più grandi è un momento di straordinaria suggestione ed emozione.
Detto questo si deve dire dell'esecuzione di ieri sera, al MICO con un'acustica non molto buona, purtroppo, e funestata anche dal ronzio dei proiettori dei testi sui due schermi, la seconda dopo quella di giovedì, che è stata splendida sotto tutti gli aspetti. Solisti molto buoni con qualche piccola pecca, cori, quello della Verdi e l'Orfeon Donostiarra, perfettamente efficienti, il coro dei bambini della Verdi assolutamente ottimo e l'orchestra che ha suonato con grande intensità e bravura sotto la guida di Riccardo Chailly che credo sia attualmente il più importante interprete di Mahler e che era alla sua ottava esecuzione di quest'opera, se non ho inteso male una sua intervista, e che conosce molto bene questa partitura avendo avuto la possibilità di dirigerla già parecchie volte. La direzione di Chailly è stata molto asciutta, senza tante concessioni sentimentali, intensa, saldissima, moderna, sicura. Chailly aveva un gesto per tutti, sapeva sollecitare tutte le sezioni sempre con un gesto misurato, parco ma di grande forza e con un controllo totale su una materia musicale molto complessa.
Una serata coronata da un grande successo per tutti che ha premiato uno sforzo organizzato assolutamente fuori del comune (570 persone sul palco!) di cui si deve rendere grandissimo merito alla fondazione Giuseppe Verdi, a tutto il suo personale, alla dirigenza, a tutta l'orchestra e ai cori.
Si è conclusa così l'avventura dell'esecuzione di tutte le sinfonie di Mahler iniziata nell'ottobre 1999 quando fu inaugurato l'Auditorium con la seconda sinfonia diretta sempre da Riccardo Chailly. Non resta che ricominciare e andare avanti con nuove avventure musicali.

domenica 17 novembre 2013

Souvenir de Florence






Il Souvenir de Florence di Ciaikovskij e una delle sue poche composizioni che mi piacciano veramente dall'inizio alla fine.
Ne rimasi folgorato al primo incontro e fu un incontro che avvenne in modo strano.
Quando nel gennaio 1974 acquistai il mio primo impianto HI-FI, serio per quanto riguarda le cuffie avevo deciso di acquistare le Jecklin Float, elettrostatiche (costavano una cifra!). Non sapevo dove trovarle, perché non si vendevano in un normale negozio di HI-FI. Così telefonai al distributore italiano, Fugagnollo, che esiste ancora e vende le ERGO che sono più o meno un'evoluzione delle Jecklin.
Andai da lui, dalle parti di via Novara. Lui per farmele sentire mise su un disco. Era il Souvenir de Florence fatto da sir Neville Marriner. Ne rimasi folgorato. Non potevo stare lì ad ascoltare tutto il disco e me ne dovetti andare non prima di essermi fatto dare l'indirizzo dell'unico negozio di Milano che vendeva le Jecklin.
Quasi quasi mi verrebbe voglia di comprarmi una ERGO ma per prenderne una paragonabile alla Jecklin dovrei spendere più o meno 1500 euro per cui lascio perdere, mi accontento delle ottime GRADO e delle "piccole" Bowers & Wilkins.

sabato 19 ottobre 2013

Jader Bignamini: un grande conferma e una certezza

Sono andato all'ultimo concerto in Auditorium con una certa curiosità dal momento che il programma comprendeva il terzo concerto di Rachmaninov (1909)



e di Igor Stravinskij, lo Scherzo fantastico (1908) opera giovanile ma assai ardua scritta sotto il controllo del suo maestro Rimsky-Korsakov,



e  Le sacre du printemps (1913)



Nel concerto di Rachmaninov il solista era il neanche ventunenne Luca Buratto, milanese, che ha affrontato la difficilissima parte solistica in modo deciso e senza timori venendone a capo in modo egregio ottimamente accompagnato dall'orchestra diretta da Jader Bignamini. Ottimo pianista Luca Buratto con una bella personalità e che fa un po' impressione con quell'aria da liceale. Non si deve però pensare che fosse inadeguato al concerto di Rachmaninov che è stato un cavallo di battaglia di tanti pianisti immensi e con tanta più esperienza di lui. Luca Buratto è stato del tutto convincete ed è stato giustamente salutato da un'ovazione.
Jader Bignamini nella seconda parte del concerto ha poi affrontato Stravinskij con grande leggerezza nello scherzo ispirato alla vita delle api e con grande decisione e senza timidezze nel Sacre.
A dire il vero avevo un po' di timori per il Sacre e mi chiedevo cosa potessi attendermi da un nuovo ascolto di quest'opera fondamentale dopo le decine e decine di esecuzioni sentite in tutti questi anni, tra le quali, dal vivo, quelle di Bruno Maderna, Pierre Boulez (a Milano e a Parigi) e Leonard Bernstein.
Invece l'esecuzione del Sacre è stata estremamente convincente perché da un lato è stata molto analitica e pulita senza che questa impostazione facesse diventare fredda e asettica la performance che anzi è risultata estremamente risoluta, fiammeggiante e barbarica. Alcuni passaggi sono stati fantastici come tutta la parte finale della prima e della seconda parte.
Orchestra in gran forma, ottimamente preparata e compatta in tutte le sezioni. Percussioni, ovviamente, sugli scudi con il ritorno alla piena efficienza, spero, dopo i malanni della scorsa stagione, della timpanista Viviana Mologni e con la prestazione superlativa di Ivan Fossati che ha lavorato la grancassa con la ferocia che le era dovuta.
Un'altra conferma, quindi, della bravura del direttore d'orchestra Jader Bignamini, già membro dell'orchestra Verdi con nel cassetto il sogno della direzione d'orchestra, che è uno dei più grandi e interessanti direttori d'orchestra della nuova generazione.
Sala gremita e pubblico giubilante.

mercoledì 9 ottobre 2013

La musica, un mistero

Da un blog leggo la seguente citazione.
Alban Berg, il quale durante la composizione dei suoi Tre pezzi per orchestra, op, 6 (1914) scrisse all’amico Anton Webern: "Ma che cosa significa tutto questo gran comporre, quando il giorno dopo si ascolta la Sesta sinfonia (non c’è bisogno che io dica di chi e, vi è al mondo infatti solo una Sesta, nonostante la Pastorale)? Ti dico - o forse non c’è in realtà bisogno neppure che te lo dica - che non si finisce mai di sviscerare completamente questa composizione, non la si comprende mai del tutto [...]".
In effetti è proprio così. Da decenni ascolto musiche che non riesco a capire del tutto, c'è sempre qualcosa che si sposta in là. Perché mi piace o non mi piace? Qualcosa riesco a capirlo ma non del tutto.

Si dirà che tutto ciò è bellissimo perché non si finisce mai di capire però, per me, che avrei fatto volentieri il mestiere dell'investigatore, e lo avrei fatto anche molto bene, tutto ciò è anche frustrante. Certo volte penso che sia inutile.

domenica 15 settembre 2013

Vecchi amici

Mi sembra che Facebook sia nato per ritrovare vecchi amici di scuola o d'infanzia o comunque gente che, per vari motivi, si è persa di vista. Naturalmente poi il giro si allarga e così arrivano gli amici degli amici degli amici, perfetti sconosciuti, rompicoglioni, gente che vuol farti credere di essere chissà chi, ecc. Fortunatamente si possono sempre cancellare, se proprio rompono. Ma puoi entrare in contatto con persone molto interessanti, che potrebbero anche sembrare splendide facendo, però, sempre la tara su un po' tutto perché è già difficile avere una opinione ragionevole delle persone che conosci bene, figuriamoci di una che vive dall'altra parte del pianeta o magari a un chilometro da casa tua ma che comunque non frequenti e che comunque, per vari motivi, preferiresti non frequentare. Bisogna considerare che le persone accedono a un social network per i più svariati motivi, culturale, gioco, per scrivere puttanate a raffica o magari per trovare marito o moglie o per stabilire rapporti culturali o altri nobilissimi motivi. Personalmente non mi aspetto nulla da Facebook.
Non ho mai trovato un amico d'infanzia o di scuola, o meglio, un paio di amici delle superiori li ho trovati ma è finita lì, nessuno desiderava la cosiddetta "amicizia". Troppa distanza. Con altri mi vedo talvolta, in Auditorium o alla Scala o al Conservatorio o in altri luoghi dove si esegue musica, perché sono quelli con i quali si andava per concerti molti anni fa ma non sono in Facebook.
Invece l'anno scorso, tornando da Otranto, sono passato, con mia moglie, da Cervia dove andavo al mare da piccolo e sono passato a salutare le persone da cui andavamo con i miei genitori. Così ho ritrovato il vecchio amico Giampaolo, figlio dei titolari, ben avanti negli anni (entrambi altre i 90) e ci siamo messi in contatto anche con Facebook. E' strano e bello vedere come sia viva l'amicizia in modo così naturale e spontanea quando si è giocato assieme da bambini. Ora, tramite Giampaolo, è arrivata una nuova amica, Ambra (nella foto è alla mia destra con il panino in mano, a San Marino).
Lei era la figlia di un mercante d'arte milanese che aveva lo studio in via Brioschi, mi pare al 7, quasi all'incrocio con via Tabacchi, a due passi dall'Auditorium. La via Brioschi, ingegnere e fondatore del Politecnico di Milano, attualmente collocato al famedio del Cimitero Monumentale vicino ad Amilcare Ponchielli, è la via dove sono nato, al 78. Non so se Ambra sia andata alle scuole elementari di via Brunacci (matematico, vedi il teorema del Brunacci ad esempio su Lezioni di Analisi di Giovanni Ricci) che è una traversa che collega la via Torricelli (Evangelista, fisico, dove c'è l'entrata artisti della Verdi) e via Meda, e quindi a due passi dall'Auditorium. Io feci lì l'asilo e le elementari e forse lei frequentò la sezione femminile perché abitava dalle parti di piazza 24 Maggio. Forse però frequentò le elementari di via d'Annunzio, quelle che avrebbe frequentato mio figlio se non avessimo cambiato casa proprio l'anno che sarebbe andato in prima elementare.
Comunque i miei conobbero i genitori di Ambra verso la metà degli anni '50. Noi andavamo già a Cervia. Quelli erano gli anni in cui iniziava il turismo e funzionava il passaparola (noi avevamo scoperto quel posto tramite una zia acquisita di mio padre, Maria Albertini che abitava a Milano in via Col di Lana in quella bella casa all'angolo con la via Cosseria, e che portava lì i suoi nipoti di Boscochiesanuova (VR), figli di sua sorella Carlotta che aveva sposato un fratello, Alfonso, di mio nonno, Guglielmo. Io porto il suo nome perché fui il primo nipote nato dopo la sua morte). Così anche i genitori di Ambra cominciarono a venire a Cervia.
Ci si frequentava soprattutto d'estate. A Milano capitava qualche volta ma raramente. Allo stesso modo in campagna da mia nonna avevo l'amico estivo Sergio. Di tanto in tanto ci vediamo ma non è in Facebook.
Noi smettemmo di andare a Cervia, mi pare nel 1961. Iniziò dopo un nuovo capitolo delle vacanze estive con San Remo, in una villa a mezza costa che era appartenuta al padre, Albertini, della zia Maria di cui sopra.

venerdì 30 agosto 2013

La Verdi, fondazione milanese

Oggi pomeriggio sono passato dalle parti dell'Auditorium. Ho visto esposti i manifesti dei prossimi due concerti: quello della Scala del 15 settembre e quello a Londra alla Royal Albert Hall del 5 con in programma Verdi e Ciaikovskij.
Poi, tornato a casa, ho letto di una prossima possibile tournée della Verdi in Cile, sull'onda del clamoroso successo di ieri sera a ricordo del 40° anniversario della presa di potere con il colpo di stato di Pinochet, uno dei peggiori criminali dell'umanità ai quali vanno accomunati gli americani che ne appoggiarono il golpe e come minimo Margaret Thatcher, che fu sua fraterna amica, e gli amici degli amici.
Mi auguro che i politici italiani che assicurano il loro appoggio al progetto mantengano l'impegno anche in funzione EXPO.
Per quanto mi riguarda sono felice che tutto ciò si possa realizzare e sono orgoglioso di aver sempre sostenuto, io come altri e nei limiti delle mie possibilità, l'orchestra e la fondazione affinché potesse continuare ad operare passando attraverso momenti molto difficili come quello del 2007 e seguenti quando non si sapeva nemmeno se l'orchestra avrebbe potuto continuare ad operare, circondata com'era da gente che non vedeva l'ora che morisse affogando nei debiti.
Invece la Verdi è ancora lì a dispetto di chi, magari, la voleva far diventare un'appendice del proprio potere finanziario.
Il mio sostegno ci sarà sempre anche se magari non sarò sempre presente ai concerti per scelte diverse che voglio fare.

mercoledì 28 agosto 2013

Buon compleanno, Doktor Bohm

Oggi, 28 agosto, compiva gli anni Carl Bohm.
Lo ricordo molto volentieri e con un notevole affetto.
Lo ascoltai alla Scala in un concerto del 1973 in cui dirigeva l'Orchestra della Scala, non ancora Filarmonica, in una sinfonia giovanile di Mozart e nell'ottava sinfonia di Bruckner. Esecuzione portentosa alla quale era presente anche Maurizio Pollini seduto in un palco di proscenio che applaudì entesiasta.
Lo ricordo poi in un altro concerto in cui diresse la sinfonia in do maggiore di Schubert, la "Grande"; ricordo il suo gesto così chiaro con il quale dava gli attacchi agli archi nello scherzo.
Lo ricordo però soprattutto nel Fidelio di Beethoven, sempre in quegli anni. Io ero in galleria proprio sopra l'orchestra, un po' laterale, così lo vidi bene. Diresse sempre seduto ma quando si arrivò al coro finale si alzò e diresse in piedi protendendo in avanti le braccia facendo piccoli cenni con la becchetta ma lanciando orchestra, cantanti e coro in un vortice dinamico assolutamente travolgente, pregnante e commovente come è e deve essere il Fidelio, opera di immensa bellezza.
Fu grandissimo interprete di Richard Strauss perciò metto qui la prima parte della sua straordinaria esecuzione di Also sprach Zarathustra fatto con i Berliner Philharmoniker negli anni '60.

venerdì 9 agosto 2013

La prima di Sibelius secondo Bernstein

Questo è Bernstein nell'ultimo anno della sua vita, quando "sprecava" il suo tempo con composizioni "minori" come questa prima sinfonia di Sibelius, una sinfonia con evidenti debiti verso Ciaikovskij, quello della quinta sinfonia, ma che arriva a conclusioni molto diverse.
Per fortuna Bernstein si dedicò a questa sinfonia perché ciò che produsse è realmente incredibile. Per me, nessuna altra esecuzione è paragonabile a questa di Bernstein soprattutto il secondo movimento (inizia a 12.45) condotto ad un tempo molto sostenuto, con quelle cesure tra le varie frasi vissute come un sospiro; nella parte finale del movimento (da 22.55) le entrate morbide dei corni sulle note lunghe dei clarinetti e quelle successive dei violini sono vissute con una nostalgia, un'intensità, una profondità e una partecipazione umana che non ha confronti.
Wiener Philharmoniker fenomenali.


mercoledì 17 luglio 2013

Sera

Scende la sera e come mi accade in certe condizioni mi viene una gran malinconia. Forse saranno questi giorni che mi ricordano qualcosa che non ho mai dimenticato, forse sarà che domani si parte per un lungo viaggio e partire è un po' morire. Non vorrei mai partire.
In questi casi invariabilmente mi viene in mente il lied di Strauss Beim Schlafengehen dai suoi ultimi quattro lieder del 1948.
Scelgo l'esecuzione con la Janowitz e Karajan, insuperati e forse insuperabili.
Ieri 16 ricorreva l'anniversario della morte di Karajan, 24 anni, una domenica. Lo voglio ricordare così

martedì 16 luglio 2013

Leghisti

Quando vedo la faccia di Calderoli, la prima cosa che mi viene in mente è che mi sembra di vedere un bel maialino roseo. Poi guardo meglio e mi accorgo che è solo Calderoli.
Maroni non può dire, non so se l'abbia mai detto, di rappresentare tutti i lombardi. Riconosco che è stato legittimamente eletto grazie ad un'alchimia politica ma io non mi sento minimamente rappresentato da lui, quindi se eventualmente gli venisse la voglia di rilasciare dichiarazioni in quel senso, ci pensi bene.

lunedì 15 luglio 2013

Una scoperta (per me): Steve Reich

La lezione di Carlo Boccadoro alla Scuola di musica del Garda sabato scorso, 13 luglio, che aveva come tema la musica di Steve Reich è stata per me piuttosto rivelatrice, anzi decisamente rivelatrice.
Conoscevo poco di Reich, esponente di spicco del minimalismo in musica, ma con le spiegazioni di Boccadoro non dico che mi si sia chiarito tutto ma mi ha dato molti spunti di conoscenza e di riflessione.
Reich non è certo un compositore che scrive musica comoda o semplice. Come accade con il minimalismo si devono allungare bene le orecchie per sentire le variazioni minime che man mano si introducono e che ti portano da un punto ad un'altro in modo quasi inavvertibile. Se ci si distrae sei perduto, o almeno, io mi ci perdo e devo ricominciare da capo per riprendere il filo del discorso.
Nel corso della lezione si sono ascoltati dei pezzi fantastici come questo Music for 18 Musicians senza dimenticare altri brani come Drumming, Tehilim (con dei momenti di autentica gioia), Different Trains, Triple Quartet, Double sextet (qui diretto dallo stesso Boccadoro alla guida di Sentieri Selvaggi; doppio sestetto per i sei musicisti dal vivo suonano con se stessi registrati in precedenza)

giovedì 11 luglio 2013

mercoledì 10 luglio 2013

Dirigere con gli occhi

Ecco Leonard Bernstein nel video con l'esecuzione, come bis, del finale della sinfonia n. 88 di Franz Joseph Haydn, un autore di cui non si parlerà mai troppo bene tanto è grande, divertente, arguto e assolutamente geniale. Altro che una specie di domestico di corte!
I Wiener Philharmoniker ovviamente vanno anche da soli ma la concertazione è di Bernstein. Alla fine bastano dei cenni con gli occhi per dare gli attacchi. Certo, sarebbe un supplizio dirigere così, senza muoversi, e sarebbe anche assurdo, ma in questo caso Bernstein cede la scena all'orchestra, grandissima, anche se alla fine, ovviamente, raccoglie ancora più applausi.
Una cosa simile, ma con modalità diverse, la vidi fare a Evgeny Mravinsky quando venne alla Scala negli anni '70 per dirigere un concerto con la "sua" Filarmonica di Leningrado. Nella prima parte Mariss Jansons, che era suo assistente, diresse la sinfonia "Classica" di Prokofiev. Bella esecuzione, ma non migliore della mia edizione discografica con Ormandy e la Filarmonica di Philadelphia. Nella seconda parte Mravinsky, con le sue brave decorazioni sulla giacca, diresse la IV sinfonia di Brahms. Esecuzione impeccabile e senza alcuna concessione a sentimentalismi ma molto profonda. Durante l'esecuzione dello scherzo ad un certo punto Mravinsky si fermò completamente, non che si muovesse molto a dire il vero quando dirigeva normalmente, e lasciò suonare l'orchestra da sola. L'orchestra continuò imperterrita, ovviamente. Erano preparati alla perfezione, ovviamente.
Si citano anche casi in cui, per mancanza improvvisa della corrente elettrica, l'orchestra piomba nel buio e continua a suonare. Ciò dimostra solo la bravura dell'orchestra e del direttore che l'ha preparata e non che il direttore è inutile.

domenica 7 luglio 2013

Candide di Bernstein

Ecco Candide di Bernstein.
Musicato negli anni '50, si tratta di un adattamento da Voltaire scritto da Hugh Wheeler. Le liriche sono dello stesso Bernstein, di Lilian Hellman, John La Touche a altri.
Riadattato per la scena più volte, Candide arriva con questa versione alla sua forma definitiva. Infatti fu eseguita a Londra, al Barbican Centre, il 13 dicembre 1989 (circa una settimana dopo avrebbe diretto a Berlino la IX sinfonia di Beethoven in occasione dell'abbattimento del muro). Se si considera che Bernstein si sarebbe avviato verso gli infiniti pascoli del cielo il 14 ottobre dell'anno successivo, questa versione è senza ombra di dubbio veramente definitiva. L'orchestrazione è dello stesso Bernstein di Hershy Kay.
Rispetto alla versione su CD, questa in video è assolutamente da preferirsi perché non taglia le parlate, i ricordi, della moglie ad esempio, e le spiegazioni di Bernstein e i vari siparietti, soprattutto con il suo vecchio amico Adolph Green. Bravissimi tutti gli interpreti: Christa Ludwig, June Anderson, Nicolai Gedda, Kurt Ollmann (che già aveva cantato in West Side Story), Jerry Hadley, ecc. Se Dio vuole non c'era Pepecito Carreras.
Quella fu una serata memorabile, per chi era lì. In quei giorni a Londra Bernstein prese l'influenza, lo dice lui stesso all'inizio, scusandosi per la sua voce roca. Da quella influenza/bronchite non si sarebbe più ripreso trascinandosela per tutto il 1990. Quello fu però un anno memorabile di grandissime esecuzioni, su tutte la prima sinfonia di Sibelius e la IX sinfonia di Bruckner, il cui video trasmette una emozione difficilmente sostenibile, fino al suo ultimo concerto a Boston del 19 agosto 1990 dove eseguì musiche di Britten e Beethoven, la VII sinfonia. Più volte, durante l'esecuzione della sinfonia, Bernstein boccheggiò per la fatica di respirare. Nei giorni successivi annunciò il ritiro e meno di due mesi dopo morì. Troppe sigarette, caro Lenny!

martedì 2 luglio 2013

The making of West Side Story

La grandezza di Bernstein. La pazienza, non troppa, di Bernstein con Carreras alle prese con diversi problemini. L'amore di Bernstein per la Troyanos.
Imperdibile questo video con annessa bestemmia di Carreras (non tagliata) al minuto 1.06.38 a conclusione di una sessione difficile.
America, il song preferito da Bernstein, inizia al minuto 49.
Un video che ho visto e rivisto nel corso di molti anni.

domenica 9 giugno 2013

Per delle domeniche mattina trascorse in modo un po' più intelligente

Questa mattina in Auditorium abbiamo avuto un'ottima esecuzione della IX sinfonia di Shostakovich ottimamente diretta da Giuseppe Grazioli e splendidamente suonata dall'orchestra Verdi che per l'occasione era capitanata da Nicolai von Dellinghausen al primo violino che, come sempre, è stato impeccabile.
Così si è conclusa la rassegna dei concerti domenicali che affiancava ad autori famosi altri autori che per varie ragioni, con il passare degli anni, sono caduti un po' nell'oblio ma che ai loro tempi godettero di grande fama e della stima universale e che, in ogni caso, furono importanti per autori che oggi riteniamo fondamentali.
Di questa attenzione si deve rendere merito alla Fondazione Giuseppe Verdi che ha reso possibile questo ciclo, come del resto quelli degli anni precedenti, al maestro Grazioli sempre curioso e propositivo e all'orchestra per la disponibilità nel sobbarcarsi prove aggiuntive nell'ambito di una stagione già piuttosto intensa il tutto nella logica di servizio che da sempre è una caratteristica fondamentale della Fondazione. Per questo motivo oggi l'orchestra è stata salutata da un'acclamazione che esprimeva questa gratitudine ed anche l'ammirazione per la loro bravura nella messa a punto di programmi impegnativi come quello di questa mattina in un tempo piuttosto limitato.
L'anno prossimo si proseguirà accendendo i riflettori sui compositori italiani che arrivarono alla loro maturità artistica nel periodo tra le due guerre e che appartengono ad una generazione di compositori trascurati e un po' rimossi, almeno in Italia. Questi autori, da Casella a Malipiero, da Castelnuovo-Tedesco a Respighi, saranno affiancati da altri compositori coevi di altre nazionalità. Il tutto comporrà una rassegna molto interessante che mi auguro susciti la cosa più importante non solo per la conoscenza della musica, ma per tutte le espressioni della vita, ovvero la curiosità di conoscere e di scoprire cose nuove.
Arrivederci!

sabato 8 giugno 2013

Gaetano d'Espinosa, un fine musico

L'altra sera, giovedì, il penultimo concerto della stagione della Verdi è stato diretto da Gaetano d'Espinosa con musiche di Mendelssohn, Ouverture dal Sogno di una notte di mezza estate e IV sinfonia "Italiana", e Hindemith, Metamorfosi sinfoniche su un tema di Weber.
Amo molto Hindemith, un compositore degno figlio della grande tradizione tedesca, un compositore complesso, dal contrappunto intricato, un grandissimo artigiano e un compositore capace ancora di esultare nonostante la miseria morale da cui era circondato nel momento della sua più grande gloria musicale e artistica nel periodo tra le due guerre.
Molto bella l'esecuzione di Hindemith da parte di d'Espinosa con un'orchestra in gran forma.
Buono il Mendelssohn con qualche alto e basso. Splendido il terzo tempo della sinfonia con una differenziazione dei legati e non legati veramente ottima e che raramente si sente in modo così chiara (Toscanini docet) e il travolgente finale di questa strana sinfonia in la maggiore che finisce in la minore. L'esecuzione dell'Ouverture del Sogno poteva essere più aerea e lieve.
A me personalmente d'Espinosa piace molto. Credo che fosse la terza volta che lo ascoltavo e mi ha sempre convinto. Ha un gesto che può sembrare un po' strano, marionettistico, come si diceva nell'intervallo davanti a un caffè con un paio di persone con cui parlavo, ma a me ricorda molto il gesto, con gli scatti dal centro all'esterno, di Georg Solti che ricordo in un concerto scaligero della fine anni '70 dove diresse proprio l'Ouverture del Sogno ma terminò con la terza di Brahms.
Per terminare due rapide annotazioni.
Perfetto d'Espinosa nel saluto all'orchestra. L'ha fatta sempre alzare indirizzando l'applauso a tutte le sezioni e salutando tutte le prime file degli archi (rammento solo che se nei primi violini il concertino è una signora o signorina si stringe la mano prima a lei e poi alla spalla). Lo dico perché capita di vedere qualche direttore che esce, si prende gli applausi con l'orchestra che lo guarda ed esce. Sono rari, ma capita.
Un'ultima annotazione riguarda Viviana Mologni, la timpanista titolare e colonna portante da sempre dell'orchestra. Da mesi è assente per problemi fisici legati alla sua professione. Ora sta tornando un po' alla volta. In questo concerto ha suonato nell'Ouverture del Sogno e in Hindemith dove ha dimostrato tutta la sua strepitosa bravura. Spero che con le dovute cautele possa tornare in piena efficienza pensando però che, probabilmente, non può suonare sempre sempre sempre e che qualche pausa se la deve prendere qua e là.

mercoledì 5 giugno 2013

Qualcosa di Glass

Lo scorso inverno, in febbraio, penso fosse il 15, venerdì (potrei controllare ma non ne ho alcuna voglia) al conservatorio di Milano ho ascoltato un concerto con Gidon Kremer e la Kremerata Baltica. In quel concerto eseguirono, tra l'altro, il secondo concerto per violino (2009) di Philip Glass, denominato The American Four Seasons, anche se i quattro movimenti, intervallati da tre soli del violino e preceduti da un Prologo, hanno ben poche relazioni evidenti con le stagioni. Penso di averne anche scritto qui (potrei
controllare ma ne ho ancora meno voglia).
Ricordo che rimasi folgorato da quel pezzo e in questo periodo l'ho ascoltato e riascoltato molte volte. Stranamente il riascolto non mi ha mai stancato, anzi, riascoltandolo ho potuto apprezzare delle particolarità sempre nuove.
La cosa strana è che questa è una musica che non sarei mai capace di scrivere perché per mia formazione personale mi sento più incline ad apprezzare musiche di autori della tradizione nostrana tipo Maderna, Berio, Stockhausen, Ligeti, Penderecki, Dutilleux, Schnittke, Henze, ecc. però la musica di Glass, forse per questa sua diversità, mi affascina molto.
Mi sono inoltre ricreduto su certo minimalismo. Glass, di cui nel 1980 vidi e ascoltai a Milano da qualche parte Einstein on the beach con Robert Wilson e poi con la mia morosa di allora andai da Scoffone a scolarmi una bottiglia di recioto, ne è un esponente massimo e potrebbe sembrare facile ascoltare e scrivere una musica così e invece non lo è per niente. Potrebbe sembrare anche musica di sottofondo, un po' ambient music, ma ad un certo punto interviene qualcosa per cui non la puoi ascoltare come una musica da aeroporto o da sala d'attesa dal dentista.

Non mi resta che segnalare ad esempio il Prologo e il Movement I del concerto, così sinuoso e profumato (che sia la primavera?) e il turbinoso finale, un pezzo veramente travolgente.

Curiosa ad esempio la sua quarta sinfonia Heroes ispirata ad un famoso disco di David Bowie del 1977. La sinfonia si articola in 7 movimenti che portano i titoli di altrettanti canzoni. Il primo, ad esempio, è Heroes, dall'omonima canzone (molto famosa), il quarto è Son of the silent age, un brano di grande atmosfera dalla canzone con lo stesso titolo.

Per gli amanti del sax bello il Saxophone Concerto che esiste in versione di concerto con orchestra o per quartetto di sax. Io preferisco la versione per quartetto che è più affascinante e ha una linea più essenziale. Ecco il primo movimento eseguito dall'italiano Atem Sax Quartet, molto bravi.

sabato 11 maggio 2013

Pane e cultura

L'11 maggio 1946 la Scala riapriva dopo i bombardamenti della guerra, ricostruita in un anno. Oggi si taglia la cultura quando il primo pensiero dei milanesi stremati dalla guerra fu quello di ricostruire il loro più grande teatro. Lo ricordava ieri l'assessore alla cultura Filippo del Corno nel suo intervento durante la presentazione della prossima stagione dell'orchestra Verdi. Si dirà che c'è la crisi e che i problemi sono "altri". Chissà perché i problemi sono sempre "altri" e mi piacerebbe che qualcuno di questi "altristi" desse una risposta sul perché i milanesi dopo la guerra pensarono subito, accanto alla ricostruzione delle case e al ripristino dei servizi essenziali, alla ricostruzione della Scala, che tutto sommato poteva anche essere considerata non prioritaria e quasi superflua e lo fecero in un anno quando oggi, con i mezzi che abbiamo, ce ne voglio minimo dieci per costruire una linea di metropolitana. Il risultato è che andando avanti di questo passo, senza investire in nulla, prima o poi usciremo dalla crisi ma saremo distrutti. A tutto ciò si deve resistere altrimenti siamo destinati alla catastrofe.


venerdì 10 maggio 2013

La nuova stagione del ventennale della Verdi

Stamattina a Palazzo Marino, nella sala dell'Alessi stracolma, è stata presentata la stagione del ventennale della Verdi. Essere arrivati a questo traguardo è stata dura se si pensa che solo sei anni fa, in una drammatica assemblea dei soci, si dovette decidere se fare o non fare la stagione successiva a causa dei debiti accumulati, non per cattiva gestione (anzi!) ma per l'assenza totale delle sovvenzioni pubbliche promesse.
Ora siamo arrivati a questa stagione che si aprirà a Londra con un concerto ai BBC Proms il 5 settembre, alla Scala il 15 e che proseguirà con 38 concerti, 18 nelle tre repliche del giovedì, venerdì e domenica e 20 in due repliche, il venerdì e la domenica. A questi concerti si aggiungeranno quelli del crescendo in musica, quelli della barocca (8) e quelli della domenica mattina (10) incentrati sulla proposta molto interessante di autori del novecento storico italiano.
Avremo l'esecuzione dell'ottava sinfonia di Mahler diretta dal maestro Chailly, non in Auditorium per questioni evidenti di spazio, avremo il ritorno del maestro Jurowski con l'esecuzione della sesta di Mahler e, cosa per me graditissima, la riesecuzione del War Requiem di Britten, dopo l'esecuzione di un paio di anni fa in Scala: un brano di immensa bellezza. Personalmente sono felice anche per lo spazio sempre maggiore che viene dato a Jader Bignamini che si sta affermando sempre di più anche a livello internazionale.
Inoltre il maestro Gaetano d'Espinosa sarà direttore principale ospite, cosa questa molto bella in considerazione della sua bravura e della sua giovane età, e il maestro Fabio Vacchi che sarà Compositore Residente e che presenterà un suo nuovo lavoro.
Mi auguro che i risultati artistici siano grandi e che l'orchestra, giunta ai venti anni di vita, possa affermarsi sempre di più in campo nazionale ed internazionale con soddisfazione di tutti e possa costantemente consolidare la propria identità e raggiungere grandi risultati artistici senza dimenticare tutti gli altri complessi, il coro, il coro di voci bianche e le orchestra junior che sono parti integranti del grande progetto artistico e culturale che la Fondazione porta avanti fin dalla sua costituzione.
Non mi dilungo oltre ma segnalo un articolo di un'amica che riassume molto bene i contenuti della prossima stagione.

mercoledì 1 maggio 2013

Frederic Rzewski: un compositore di lotta

Ieri sera all'Elfo in Corso Buenos Aires Andrea Rebaudengo, dell'Ensemble Sentieri Selvaggi, ha eseguito The People United Will Never Be Defeated che Frederic Rzewski scrisse nell'autunno 1975 come 36 variazioni sul tema della famosa canzone cilena El pueblo unido jamas serà vencido di Sergio Ortega che risale ai tempi della presidenza cilena di Salvador Allende. Il pezzo fu commissionato da Ursula Oppens che lo eseguì il 7 febbraio 1976 a New York.
Il brano si configura come un classico tema con variazioni come le Diabelli di Beethoven o le Variazioni su un tema di Haendel o di Paganini di Brahms. Essendo un brano degli anni 70 raduna in sé tecniche e stili moderni che vanno dal puntillismo a Stockhausen con suggestioni di Satie, Debussy e anche romantiche. Dopo una grande improvvisazione finale, che il pianista può eseguire a piacere, il tema iniziale torna, come nelle Variazioni Goldberg di Bach, e viene portato in trionfo con una perorazione e un'apoteosi finale commovente degna di un compositore di lotta come Rzewski.
Grande esecuzione di Andrea Rebaudengo che è stato premiato, alla fine della fatica veramente improba vista la difficoltà trascendentale del pezzo, da un'autentica ovazione. Un trionfo.
Si è trattato di una bellissima prosecuzione della serie di concerti "Musica impura" che fa seguito all'altrettanto bellissimo concerto di martedì scorso, 23 aprile, diretto da Carlo Boccadoro.
Si conclude così questo lunghissimo e interminabile mese di aprile che era iniziato con l'esecuzione dell'Oratorio di Pasqua a cura della Verdi Barocca e che ha visto il proprio culmine glorioso il giorno 23 con la laurea di mio figlio e il punto più basso, musicalmente parlando, con l'esecuzione in Auditorium della terza sinfonia di Marsalis, la Swing Symphony, un brano troppo lungo e noioso, una collezione di luoghi comuni jazzistici (ti aspetti che entri il sax, entra il sax, che entri la tromba, entra la tromba, ecc.) senza inventiva e creatività degna di un compositore come Marsalis dotatissimo musicalmente ma retrogrado e noioso. Meglio ma molto meglio tornare, a questa stregua, a Count Basie e al Duke Ellington del Cotton Club: creatività ed energia a palate. Peccato perché l'esecuzione dell'orchestra Verdi diretta da Wayne Marshall è stata splendida con 'aggiunta dell'ottima Jazz Band di Paolo Tomelleri.

domenica 28 aprile 2013

Ascoltiamo Francis Poulenc

E' strano Francis Poulenc. Sembrerebbe un allegrone scanzonato e invece in ogni sua composizione a un certo punto passa una nuvola che nasconde il sole. Un grandissimo da ascoltare con attenzione e sorpresa. Quanto è bella questa sonata del 1962 scritta per Benny Goodman che non poté eseguirla con l'autore al piano per la morte di Poulenc avvenuta il 30 gennaio 1963.
La sonata fu così eseguita alla Carnagie Hall di New York il 10 aprile 1963 da Benny Goodman con Leonard Bernstein al pianoforte (!!!)

mercoledì 24 aprile 2013

Nel segreto del confessionale

Berlusconi: ‘Signor parroco, mi vorrei confessare
Parroco: ‘Certo figliolo, qual è il tuo nome?’
Berlusconi: ‘Silvio Berlusconi, padre.’
Parroco: ‘Ah! Ah! l'ex presidente del Consiglio!?’
Berlusconi: ‘Si, padre.’
Parroco: ‘Ascolta, figliolo, credo che il tuo caso richieda una... competenza superiore. E’ meglio che tu ti rechi dal Vescovo.’

Così Berlusconi si presenta dal Vescovo chiedendogli se può confessarlo.
Vescovo: ‘Certo, come ti chiami?’
Berlusconi: ‘Silvio Berlusconi’
Vescovo: ‘l'ex presidente del Consiglio? No, caro mio, non ti posso confessare: il tuo è un caso difficile. E’ meglio che tu vada in Vaticano.’

Berlusconi va’ dal Papa.
Berlusconi: ‘Sua Santità, voglio confessarmi.’
Papa: ‘Caro figlio mio, come ti chiami?’
Berlusconi: ‘Silvio Berlusconi’
Papa: ‘Ahi! Ahi! Ahi! Figliolo! Il tuo caso è molto difficile per me. Guarda qui, sul lato del Vaticano c’è una cappella. Al suo interno troverai una croce. Il Signore ti potrà ascoltare.’

Berlusconi, giunto nella cappella, si rivolge alla Croce: ‘Signore, voglio confessarmi.’
Gesù: ‘Certo, figlio mio, come ti chiami?’
Berlusconi: ‘Silvio Berlusconi.’
Gesù: ‘Ma chi? l'ex Presidente del Consiglio?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘L’ex amico di Craxi?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘L’inventore dello scudo fiscale per far rientrare dalle isole Cayman e da Montecarlo tutti i soldi che i tuoi amici hanno sottratto al fisco ?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘L’amico dei Neo-Fascisti e Neo-Nazisti, particolare che si è dimenticato di riferire al Congresso americano?’
Berlusconi: ‘Ehm… si, Signore.’
Gesù: ‘Quello che ha abbassato dell’1% le tasse dirette e costretto comuni/province/regioni ad aumentare le tasse locali del 45% per tenere aperti asili, trasporti, servizi sociali essenziali ?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘Quello che ha ricandidato 13 persone già condannate con sentenza passata in giudicato?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘Quello che ha modificato la legge elettorale in modo da portarsi le sue "amichette" in parlamento?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘Quello che ha omesso qualsiasi controllo sull’entrata in vigore dell’Euro permettendo a negozianti e professionisti di raddoppiare i prezzi in barba a pensionati e lavoratori a reddito fisso?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘Quello che ha abolito la tassa di successione per i patrimoni miliardari e subito dopo ha cointestato le sue aziende ai figli?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘Quello che ha quadruplicato il suo patrimonio personale e salvato le sue aziende dalla bancarotta da quando è al governo e che dice che è entrato in politica gratis per il bene degli italiani?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘Quello che ha epurato dalla RAI I personaggi che non gradiva?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù:‘Quello che ha fatto la Ex-Cirielli, la Cirami e la salva-Previti ?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘Quello che ha fatto una voragine nei conti dello stato e ha cambiato 3 volte ministro del tesoro ?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘Quello che ha dato, a spese degli italiani, il contributo per il decoder digitale per permettere al fratello di fare soldi con una società che li produceva?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘Quello che depenalizzato il falso in bilancio ed ha introdotto la galera per chi masterizza I DVD ?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘Quello che ha permesso alla Francia di saccheggiare la BNL e si è fatto prendere a pesci in faccia quando ENEL ha tentato di acquisire una società francese ?’
Berlusconi: ‘Ehm… sono sempre io, Signore.’
Gesù: ‘Quello che continua a raccontare che ridurrà le tasse e rimborserà l'IMU agli italiani prendendoli in giro?’
Berlusconi: ‘Si, signore.’
Gesù: ‘Figlio mio, non hai bisogno di confessarti. Tu devi solamente ringraziare.’
Berlusconi: ‘Ringraziare???? E chi, Signore?’
Gesù: ‘Gli antichi Romani, per avermi inchiodato qui. Altrimenti sarei sceso e t’avrei fatto un CULO COSI’!!!

lunedì 15 aprile 2013

I Quartetti di Beethoven e il Quartetto Italiano

Il Quartetto Italiano che esegue tutti i quartetti di Beethoven!
Per me un'esperienza d'ascolto che dura da 45 anni che ha avuto come culmine il concerto alla Scala del 26 marzo 1977, giorno del 150° anniversario della morte di Beethoven. In quella occasione eseguirono il quartetto in la minore op. 132. Un ricordo e un'emozione indelebili.
La musica più grande di Beethoven ai massimi livelli esecutivi, per me insuperati.
(Per fortuna il video è indicizzato con l'inizio di ogni quartetto)
Un'esperienza d'ascolto assolutamente INDISPENSABILE di uno tra i più grandi vertici musicali di tutti i tempi.

domenica 14 aprile 2013

Un po' di musica qua e là

Il mio fine settimana musicale è iniziato giovedì con il concerto in Auditorium dove Oleg Caetani ha diretto il concerto per violoncello di Witold Lutoslawski, di cui ricorrono i cento anni dalla nascita, e la quinta sinfonia di Mahler.
Il concerto di Lutoslawski risale al periodo 1968/70 e fu eseguito il 14 ottobre 1970 da Rostropovich, dedicatario del concerto. Poiché sento sempre giudizi irridenti nei confronti della musica contemporanea o di certa musica del XX secolo, a parte il fatto che questo pezzo ha più di 40 anni, mi sbilancio a dire che il concerto, che è suonato da molti violoncellisti, è bellissimo e che diventerà un grande classico della musica del XX secolo. A molte persone piace la musica del XX secolo a seconda di quanto sembri una musica di un'epoca precedente. Fosse per me metterei un pezzo del XX secolo in ogni concerto, anche perché questa musica, se non la si esegue, non la si conoscerà mai e inoltre perché questa, volente o nolente, è la "nostra" musica. In ogni caso si calcola che ci vogliano circa 80 anni perché il pubblico entri in sintonia con la musica di 80 anni prima per cui c'è tempo (!), si fa in tempo a morire. Bella esecuzione del grande violoncellista armeno Alexander Chaushian ben assecondato dall'orchestra.
Nella seconda parte il maestro Caetani ha diretto la quinta sinfonia di Gustav Mahler, la sinfonia che inaugura il periodo centrale della produzione di Mahler con le tre sinfonie strumentali. Questa sinfonia è molto difficile da suonare e da ascoltare. E' una musica sconvolta e sconvolgente nei primi due movimenti che tende al negativo totale, all'azzeramento di ogni prospettiva positiva. Ma è anche capace di dolcezze infinite come nel quarto movimento, Adagietto, che viene travolto poi nel finale dove il suo tema principale, assieme a quello di un lieder dal Des Knaben Wunderhorn, il Lob des hohen Verstandes (Lode dell'alto intelletto) dove Mahler irride i critici del tempo che naturalmente stroncavano la sua musica "contemporanea", e molto altro materiale musicale compreso il corale che era naufragato alla fine del secondo movimento, costruiscono un monumento al contrappunto.
Questa è stata la prima sinfonia di Mahler che abbia ascoltato dal vivo nel luglio 1969, alla Scala con sir John Barbirolli sul podio, grandissimo mahleriano che sarebbe deceduto improvvisamente giusto un anno dopo. La gente (della platea) usciva dalla sala durante l'esecuzione a loro perenne vergogna. Ma quelli erano tempi in cui Mahler era troppo "contemporaneo" e del resto erano passati solo 60 anni dalla composizione della sinfonia per cui era troppo presto per poter essere apprezzata e troppo tardi per fischiarla.
L'esecuzione di Oleg Caetani è stata buona ma a dire il vero non mi ha colpito in modo particolare. Caetani è un ottimo direttore che mi pare avere una visione di ciò che dirige sempre un po' dal di fuori e dall'alto. L'esecuzione ne ha guadagnato in chiarezza ma non sono sicuro che abbia fatto veramente giustizia a Mahler.
Comunque buon successo per tutti da parte di un pubblico abbastanza numeroso.
Venerdì sera, al Teatro Comunale di Ferrara, Claudio Abbado con la Mahler Chamber Orchestra e Martha Argerich hanno fatto un concerto con il primo concerto di Beethoven e la terza sinfonia (in realtà la quinta) di Mendelssohn, "Scozzese". Essendomi sfuggito per un niente il concerto dello scorso ottobre alla Scala quando Abbado aveva diretto la sesta di Mahler, era dal febbraio 1993 che non vedevo e sentivo Abbado dal vivo, quando era venuto alla Scala con i Berliner Philharmoniker (Strauss, Brahms). La Argerich invece l'avevo sentita, l'ultima volta proprio in Auditorium quando aveva eseguito uno dei suoi cavalli di battaglia, il terzo di Prokofiev.
Passano gli anni ma la Argerich resta una musicista straordinaria con due mani e una tecnica fenomenale  e una incredibile fisicità con lo strumento e con il suono. In coppia con Abbado l'esecuzione è stata straordinaria perché, a parte il fatto che si tratta di due grandissimi musicisti e che l'orchestra ha suonato benissimo, i due sono amici da innumerevoli anni per cui l'intesa era perfetta. Sovrastata dagli applausi, la Argerich alla dodicesima chiamata, credo, ha fatto un bis, Traumes Wirren dai Fantasiestücke op. 12 di Schumann, affrontato in modo piuttosto spavaldo.
Nella seconda parte del concerto Abbado ha diretto la terza sinfonia di Mendelssohn. L'esecuzione è stata fantastica. A dire il vero non saprei cosa aggiungere perché si doveva essere lì per sentirla. Vedendolo dirigere e sentendo il suono dell'orchestra si ha l'evidente immagine del pensiero che diventa suono con la massima naturalezza.
Successo clamoroso per Abbado e l'orchestra.
Un'ultima annotazione sulla sala che ha un'acustica assolutamente fantastica. Si sentiva ogni sfumatura e ogni preziosismo della concertazione di Abbado, ogni timbro perfettamente calibrato ed equilibrato nella geniale concertazione di Abbado, veramente ricreatrice dell'opera che per certi versi mi sembrava quasi di ascoltare per la prima volta.
Ieri sera, infine, in Auditorium, il maestro Giuseppe Grazioli ha diretto un concerto con musiche di Nino Rota, con l'aggiunta di alcuni filmati, in occasione dell'uscita dei primi due CD della serie completa registrati nell'agosto 2011 dall'Orchestra Verdi come atto finale del ciclo di dieci concerti tenuti la domenica mattina nella stagione 2010/2011. Altri quattro CD usciranno nel corso dell'anno.
La musica di Nino Rota è stata spesso snobbata perché non troppo "contemporanea", ironia della sorte, ma non ci si deve dimenticare che la diresse perfino uno dei più grandi musicisti del '900, Bruno Maderna.
In realtà Rota era un geniaccio in musica e merita di essere conosciuto ben più che per i temi famosi di alcune colonne sonore. La conoscenza di questi CD, che oltretutto contengono molte musiche mai eseguite e registrate in disco, può essere un'ottima occasione di conoscenza.

martedì 9 aprile 2013

Charles Ives - A Symphony: New England Holidays

Questa composizione è stata la prima composizione di Charles Ives che abbia mai sentito. Ciò avvenne grazie a una iniziativa editoriale dei Fratelli Fabbri che pubblicavano in edicola dei fascicoli dedicati alla "Musica moderna". Ogni settimana andavo all'edicola che c'era (c'è ancora?) in fondo a via Brioschi all'angolo con viale Cermenate. Erano gli anni 1967/69. Così comprai dischi di Stravinskij, Debussy, Berg, Varese, Ravel, ecc. e giunse anche Ives. All'inizio ero disorientato da questo strano autore americano. Poi mi feci catturare da quelle atmosfere. Ci sono dei momenti fantastici in questo pezzo ispirato dalle quattro feste nazionali americane e filtrate attraverso la memoria. I pezzi sono costruiti come una nebulosa vaga e rarefatta di suoni. In questa nebulosa della memoria affiorano canti, inni e ad un tratto si cristallizza un'immagine che viene portata in primo piano nitida e pura. Ad esempio nell'ultimo pezzo la musica si frammenta sempre di più, svapora e da questa nebbia come di un ricordo lontano (da minuto 32, circa) dove nulla è chiaro improvvisamente esce un'immagine chiarissima come se fosse emersa intatta dalla memoria. Dopo una struggente cadenza del clarinetto l'immagine si allontana. Ci sono anche ricordi personali come al termine del secondo pezzo, meraviglioso, dove Ives rievoca un esperimento che faceva suo padre. Il padre di Ives era direttore di banda. Divideva la banda in due e assegnava ad ognuna una musica diversa. Poi le faceva partire da due punti diversi facendole marciare una contro l'altra finché si incontravano creando così un effetto cacofonico. Cacofonia totale che torna nel terzo brano, dedicato al 4 luglio, con tutte le musiche della grande fiera che si sovrappongono tra loro, come accade davvero quando ci si trova in un grande luna park. E che dire del tono assolutamente mahleriano del finale del primo brano. Eppure Ives, che di mestiere faceva l'assicuratore, nulla sapeva di Mahler come non sapeva praticamente nulla di quanto stava avvenendo nella musica di quel tempo in Europa all'inizio del '900. Grande merito gli fu riconosciuto anche da Schoenberg quando anni dopo conobbe la sua musica in America.
Magari riuscissi ad ascoltarla ancora dal vivo dopo una lontanissima esecuzione al Conservatorio!

domenica 31 marzo 2013

Mravinsky e Ciaikovsky

Impressionane quanto fosse parco il gesto di Mravinsky. Lo ricordo in un concerto scaligero anni '70 quando venne e diresse la IV sinfonia di Brahms. L'orchestra, la sua orchestra, la Filarmonica di Leningrado, suonava praticamente da sola, tanto erano preparati.
Dirigeva con lo spartito davanti. Non conosceva bene la musica che dirigeva, non la ricordava? Mah, non credo proprio. Ricordo una battuta, mi pare di Karl Bohm. Anch'egli dirigeva con lo spartito davanti, ricordo una sua straordinaria VIII sinfonia di Bruckner. Una volta un giornalista gliene chiese il motivo e lui rispose: "Guardi che so leggere la musica". Mi pare una buona risposta.






venerdì 22 marzo 2013

Musica sovietica (o quasi)

Musica sovietica, o quasi, nel concerto in Auditorium di ieri sera diretto da Giuseppe Grazioli.
Il primo brano era la suite dal Pulcinella di Igor Stravinskij, tratta dal balletto scritto nel 1922, che a quell'epoca se ne era già andato via dalla Russia sovietica da parecchi anni, su musiche di Pergolesi e altri, pezzo con il quale Stravinskij inaugura il periodo neoclassico. Per l'occasione Stravinskij, che a dire il vero aveva già abbandonato da qualche tempo le grandi orchestre dei primi balletti per rivolgersi ad ensemble molto più contenuti, utilizza un'orchestra che si potrebbe dire alla Haydn se non fosse per il trombone e il quartetto d'archi in assoluto rilievo mentre il contrabbasso solista non era una novità neanche per Haydn (vedi ad esempio il trio del minuetto della sinfonia n. 8). Non si deve pensare che queste musiche siano semplicemente delle trascrizioni dove Stravinskij dimostra la maestria di trascrittore; in realtà si tratta di vere e proprie reinterpretazioni e reinvenzioni realizzate con il suono, il timbrico e la ritmica tipici di Stravinskij. Esecuzione bella ma non brillantissima.
Seguiva il secondo concerto per pianoforte di Shostakovich, del 1957. Shostakovich, che fu veramente un musicista sovietico perché non andò mai via dall'Unione Sovietica, era un pianista di notevole bravura ma stranamente non ha dedicato al pianoforte le sue opere più alte come ha fatto nel campo della sinfonia, del concerto per violino e orchestra, del concerto per violoncello e orchestra o del quartetto. I suoi due concerti per pianoforte hanno un carattere piuttosto sbarazzino ed impertinente, quasi buffonesco in alcune parti. Questo secondo concerto contiene però un movimento centrale, un Andante, di grande tenerezza e dolcezza dove il pianoforte sgrana una semplice melodia sopra l'accompagnamento delicato degli archi che intonano una melodia mesta, meditativa, introspettiva, di grande tristezza e che lo stesso pianoforte riprende fondendosi meravigliosamente con gli archi. Questo movimento non è semplicemente un pezzo sentimentale, scritto per il figlio che compiva diciannove anni e comprendo bene quanto è grande la tenerezza di un padre per un proprio figlio, che può provocare un lieve brivido di emozione, ma è un pezzo che dietro questa dolcezza rivela una vera tragedia come spesso accade con Shostakovich. L'esecuzione al pianoforte era affidata a Boris Petrushansky che torna in Auditorium con una certa regolarità. Petrushansky è un pianista strepitoso, autore tra l'altro di un'ottima integrale discografica delle opere pianistiche di Shostakovich e ha eseguito in modo meraviglioso il concerto ed in particolare l'andante in modo molto sentito, assieme a Giuseppe Grazioli e a tutta l'orchestra che si sono prodotti in una strepitosa performance. Bis ciaikovskiano (individuato grazie ad un autorevole suggerimento), il valzer finale dalle Stagioni.
Il terzo brano il Tenente Kijé op. 60 di Prokofiev, un brano del 1934 scritto per un film satirico basato su un fatto storico avvenuto alla fine del Settecento sotto lo zar Paolo I di un inesistente soldato nato da un errore di trascrizione ma di cui la burocrazia, per coerenza, inventa atti eroici, un matrimonio e l'eroica morte.  Bella e ironica la musica di Prokofiev, piena di colori.
L'ultimo brano in programma era la suite da Masquerade di Aram Kachaturian che era un georgiano come Stalin. Il brano risale al periodo 1941/1944. Kachaturian è famoso soprattutto per il balletto Gayane, e in particolare per la famosa Danza delle spade che apre la prima suite. Sarebbe bello che qualche volta si eseguisse anche il suo concerto per pianoforte o quello per violino o una sinfonia, la seconda, ad esempio. La suite di Masquerade, comunque, è un bel brano aperto da un gran valzer,  un brano molto famoso, che è stato anche bissato.
Un bel concerto, anche divertente come accade spesso con Giuseppe Grazioli, di cui non si può non ricordare il particolare impegno con i concerti altrettanto eclettici della domenica mattina, molto ben suonato e diretto.
Pubblico numeroso con molti ragazzi delle scuole in galleria che, a onor del vero, si comportano in modo molto educato.
Successo vibrante.

venerdì 15 marzo 2013

Stockhausen

Sabato scorso abbiamo avuto la quarta lezione di Carlo Boccadoro sulla musica contemporanea.
Ogni lezione è dedicata ad un autore per cui, dopo Cage, Berio e Maderna siamo arrivati a Karlheinz Stockhausen.
Stockhausen incute un certo timore. Sarà perché è tedesco e come tale gli si associa una certa gravità di pensiero. In realtà Stockhausen è un'avventura musicale ed intellettuale assolutamente strepitosa. Conoscevo già qualcosa di suo ma la lezione di Boccadoro mi ha dato la possibilità di avere uno sguardo d'insieme sulla sua produzione dagli inizi degli anni '50, come nel caso della Sonatine, passando attraverso un grandissimo capolavoro degli anni '50 come Gesang der Jünglinge dove rielabora con l'elettronica canti di bambini avviati alle camere a gas dai nazisti, fino al suo ultimo grande lavoro, Cosmic pulses, appartenente al grande ciclo incompiuto Klang, e terminato nel 2007, l'anno in cui Stockhausen varcò le soglie del paradiso.
Stockhausen compose circa 370 pezzi in quasi 60 anni di attività che non ha mai conosciuto soste, inventando, sperimentando, componendo e immaginando ogni volta un pezzo nuovo, scrivendo brani di dimensioni considerevoli, perseguendo e realizzando un progetto come Licht, 34 ore totali, che gli è costato 28 anni di lavoro. Forse tutto ciò può apparire un po' wagneriano o folle. Magari lo è ma è altrettanto indubbio che Stockhausen sia un compositore assolutamente imprescindibile, che lo si ami o no, e che ha inventato talmente tanto che ci vorranno decenni prima che venga digerito non solo dal pubblico ma anche dai musicisti. Tra le altre cose Stockhausen ebbe una grande influenza anche su parecchi jazzisti, Miles Davis, ad esempio e interessò così tanto i Beatles che lo misero nella copertina del Sergent Pepper e un brano come Revolution 9 del White Album non sarebbe immaginabile senza Stockhausen.
Stockhausen sarà stato anche un megalomane e un po' folle, ma si dava al pubblico in modo incredibile, spiegando, chiarendo (come si vede ad esempio in una delle sue ultimissime interviste dove spiega la sua idea di musica e spazio e dove dimostra anche una notevole simpatia e umanità), consigliando (come in questo filmato dove come un padre dà dei consigli alla giovane pianista); di lui esistono ore ed ore di filmati in cui spiega la sua musica e ha curato l'edizione sia su CD sia su carta, di tutte le sue musiche, scrivendo per i CD dei libretti esplicativi assolutamente fantastici. La sua fondazione ha aperto un sito internet dove si trova tutto questo materiale.
Il prossimo appuntamento, con Henze o Ligeti, sarà il 5 maggio. Si salterà il mese di Aprile che per Carlo Boccadoro è pienissimo di impegni, non ultimo la rassegna di musica contemporanea, Musica impura,  al teatro Elfo con Sentieri Selvaggi.





Midori suona Brahms

Programma tutto brahmsiano e tutto in re maggiore questa settimana per l'orchestra Verdi diretta da John Axelrod con il concerto per violino e la seconda sinfonia.
Il concerto era affidato al violino di Midori, gran violinista che lo ha interpretato in modo molto intimo, come un colloquio tra sé e e il violino, tra il violino e l'orchestra. Midori non ha un grandissimo suono ma fa suonare il violino in modo molto particolare, con grande dolcezza e pulizia. Il culmine dell'esecuzione è stato raggiunto con la cadenza del primo movimento, raramente ascoltata con quell'intensità. Molto bello tutto il primo movimento, tra smarrimenti e trasalimenti e il secondo movimento, con il bellissimo dialogo con l'oboe. Il grande violinista Sarasate trovava disdicevole per lui suonare un concerto dove se ne doveva stare con il violino in mano ad ascoltare l'oboe che suonava l'unica melodia del concerto. Naturalmente aveva torto perché l'oboe in realtà introduce la vera melodia, che è quella del violino, che la porta ad altezze inimmaginabili. Finale energico. In generale i tempi erano un po' estenuati proprio per la visione crepuscolare e malinconica che Midori ha voluto dare alla sua interpretazione, visione però che ha colto pienamente la poetica brahmsiana, grazie anche ad un grande accordo con il direttore che ha diretto con grande sensibilità seguito molto bene dall'orchestra. Grande successo ed impeccabile bis bachiano con il preludio della terza partita.
A seguire la magnifica seconda sinfonia, opera serena con venature di malinconia ed un finale travolgente. Axelrod l'ha eseguita molto bene, con grande morbidezza, grande attenzione ai particolari ma con una visione d'insieme molto convincente, facendo anche il ritornello del primo movimento, cosa piuttosto rara. L'orchestra ha suonato molto bene in tutti i reparti.
Grande successo per tutti davanti ad un pubblico numeroso.

venerdì 8 marzo 2013

Requiem

L'esecuzione del Requiem di Verdi è ormai una consolidata tradizione in Auditorium per l'Orchestra e il Coro Giuseppe Verdi come lo era alla Scala nell'epoca di Claudio Abbado.Alla Scala, ma non solo, ricordo solo quella per l'anniversario manzoniano del 1974 in san Marco, le esecuzioni erano sempre di competenza di Claudio Abbado. Le esecuzioni non erano sempre uguali. In alcuni anni erano migliori che in altri, vuoi per la vena del direttore o per i cantanti. Quando tutto funzionava bene, con il coro diretto da Romano Gandolfi, una soprano come la Freni, un basso come Ghiaurov e la direzione intensissima di Abbado che tirava fuori dall'orchestra un impressionante colore scuro, allora il risultato era straordinario.
In Auditorium alla direzione del Requiem si sono alternati molti direttori con alterni risultati. Ieri sera è stata la volta di John Axelrod e il risultato è stato ottimo.
Molto bella la direzione di Axelrod attento nella concertazione (l'unico momento per il quale non sono rimasto particolarmente impressionato è stata la preparazione del Tuba mirum dove Axelrod non ha caricato di intensità le trombe del giudizio che portano all'entrata terrificante del coro e di tutta l'orchestra; in quel passaggio, ma non solo ovviamente, Toscanini era ineguagliabile e lo si sente addirittura gridare all'orchestra). Axelrod è un direttore che legge bene le partiture che dirige e le anima di vita. Nell'esecuzione del Requiem Axelrod è stato molto abile nel sottolineare il senso della musica verdiana, la sua profondità. Se tutto ciò puntava decisamente a tirare fuori da questa musica la sua componente melodrammatica, poco male (ad esempio all'inizio dell'Hostias ha fatto uno sforzato in forte negli archi che non sarebbe scritto da Verdi che dal piano passa al triplo piano, ma che comunque creava un certo pathos). Verdi è Verdi e a dire il vero non sono ben sicuro su cosa si intende per musica religiosa o sacra. Personalmente reputo che questa musica sia religiosa nella misura in cui con questa musica Verdi, che era miscredente, si interroga sul destino umano, con grande profondità, sgomento e giusto timore di fronte al mistero della morte.
Buoni i cantanti, soprattutto la mezzosoprano Maria José Montiel, che è una vecchia conoscenza in Auditorium, e il basso, il riminese Mirco Palazzi che ha cantato con bella e sicura voce. Brava anche la soprano Victoria Yastrebova ma dotata di una voce un po' debole che a tratti scompariva nei momenti più drammatici. Discreto il tenore Khachatur Badalyan.
Il vero punto di forza dell'esecuzione si è dimostrato ancora una volta il coro affidato alle cure di Erina Gamberini dopo la morte del suo fondatore, Romano Gandolfi. Ieri sera il coro, che credo canti il Requiem sempre in memoria di Gandolfi scomparso qualche anno fa in questo periodo, ha cantato con una passione e una forza incredibile, tirando fuori un timbro d'acciaio nei fortissimi e grande morbidezza nei passaggi più sommessi. Oltretutto il gioco delle voci e la loro differenziazione è stato preparato in modo perfetto per cui il risultato è stato ottimo sotto tutti i punti di vista.
Ottima la prova dell'orchestra che presentava come violino di spalla Nicolai von Dellinghausen.
Pubblico numeroso e grande successo per tutti.

venerdì 1 marzo 2013

La terza sinfonia di Mahler

Ieri sera in Auditorium è stata eseguita la terza sinfonia di Gustav Mahler che è probabilmente, dipende dai tempi che si tengono, la sua più lunga sinfonia.
Si tratta di un'opera immensa, non solo per la durata, ma per la vastità visionaria dei panorami che si aprono nell'ascolto di questa musica.
Nel suo svolgimento Mahler compie un percorso che partendo dal tormentato primo movimento giunge ad una visione finale, una luce accecante.
La sinfonia, scritta tra il 1893 e il 1896, era originariamente pensata in sette movimenti con una progressione, un'ascesa verso l'alto partendo dalla visione terrestre del primo movimento e progredendo, secondo una indicazione di Mahler, con ciò che ci dice il mondo dei fiori, degli animali del bosco, l'uomo, gli angeli, l'amore, la visione della vita paradisiaca; quest'ultimo movimento però fu tolto per costituire il finale della successiva sinfonia.
La sinfonia, pur nella sua lunghezza, ha una grande tenuta e una sua propria coerenza. Ad esempio, subito dopo la fanfara iniziale, che cita l'inizio del finale della prima sinfonia di Brahms, irrompe un motivo oscuro e tenebroso che si ritroverà identico nel quarto movimento, relativo all'uomo e all'oscurità in cui vive. Più avanti, nel primo movimento, il trombone intona un tema che riprende, modificandolo leggermente, un motivo della terza parte del Requiem di Brahms, là dove si parla dello scopo della vita. Il primo movimento quindi pone questi temi angosciosi a cui si contrappone una gaia marcetta, che è sempre basata sulla fanfara iniziale, in maggiore, e che porterà il movimento alla sua trionfale conclusione passando attraverso slanci e ripiegamenti. Quegli slanci si ritroveranno nel finale dove però la conclusione luminosissima sarà trovata nell'intensificazione sempre più profonda del tema iniziale che riprende da vicino quello dell'adagio dell'ultimo quartetto di Beethoven. Il terzo movimento nasce da un lieder giovanile, Ablosung im Sommer, dove si parla di un cuculo nel bosco che è morto e di un usignolo che ne prenderà il posto nel canto e in modo meraviglioso e pieno di atmosfera tutti i rumori del bosco vengono zittiti più volte da una cornetta di postiglione che canta da lontano. Il quinto movimento, con il coro, anticipa il lieder che concluderà la quarta sinfonia.
Certamente Mahler si prende molto tempo per dire tutto quello che ha da dire e per costruire un intero mondo, un'utopia che già nella quarta sinfonia mostrerà qualche incrinatura, pur terminando, come estrema propaggine, con una visione paradisiaca, e andrà in frantumi con la quinta sinfonia. Però la lunghezza di questa sinfonia è apparente, almeno per me, dal momento che, al contrario, mi sembra terminare sempre molto presto; una sinfonia dove il tempo scorre molto velocemente.
Tra tutte le edizioni discografiche ho sempre amato molto quella diretta da Leonard Bernstein, sia quella degli anni '60 sia quella degli anni '80 (il suo finale è di un'intensità assolutamente incredibile), e quella diretta da Dmitri Mitropoulos il 30 ottobre 1960 a Colonia che dopo l'esecuzione partì per Milano dove alla Scala doveva dirigere la medesima sinfonia e dove il 2 novembre morì durante le prove del primo movimento stroncato da un infarto.
Ieri sera dirigeva la Xian Zhang che aveva già diretto la sinfonia un paio di anni fa. Rispetto ad allora, dove la Xian mi era sembrata un po' sovrastata dalla sinfonia, ho trovato l'esecuzione molto migliore, con una bella concertazione che metteva bene in evidenza i particolari dell'orchestrazione di Mahler. I tempi erano corretti, forse leggermente rapidi in alcune occasioni, ma nel complesso erano ben adeguati e la Xian Zhang ha tenuto saldamente in mano la sinfonia dall'inizio alla fine con grande intensità e concentrazione. Ottimi i cori dei bambini e delle donne e molto brava la mezzosoprano Carina Vinke.
Prestazione dell'orchestra molto buona con qualche piccola sbavatura nei fiati con le prime parti tutte in bella evidenza.
Pubblico numeroso. Successo piuttosto vivo.

sabato 23 febbraio 2013

Il Requiem di Maderna

Oggi alla lezione su Bruno Maderna una grande sorpresa. Il Requiem che Maderna scrisse nel 1946 e di cui si persero completamente le tracce. Si sapeva che esisteva perché Nono si ricordava di questo Requiem ma non si sapeva dove fosse finito. Poi fu ritrovato nel 2007, 61 anni dopo la composizione, in Pennsylvania e fu eseguito a Venezia nel novembre del 2009, 63 anni dopo la composizione e 36 anni dopo la morte di Maderna. 
Già da quest'opera molto giovanile emerge in modo clamoroso la bravura di Maderna nella scrittura per coro, eredità della gran tradizione tutta veneziana (Gabrieli). 
Il video che segue riproduce l'audio della prima esecuzione del 2009.



venerdì 22 febbraio 2013

Bruno Maderna

Domani alla Scuola di Musica del Garda, a Desenzano, ci sarà il terzo appuntamento di nove sulla musica contemporanea, una serie di lezioni tenute da Carlo Boccadoro.
Le prime due lezioni, su John Cage e Luciano Berio, erano cadute in dicembre e in gennaio.
La lezione di domani riguarderà Bruno Maderna. Poi seguiranno Stockhausen, Ligeti, Henze, minimalisti (Glass e Reich) e post-minimalisti.
Bruno Maderna mi è molto caro sia come compositore (ricordo quando alla fine degli anni '60 ascoltavo certe sue musiche alla radio, ad esempio i concerti per oboe con Lothar Faber) sia come direttore d'orchestra (ricordo come fosse ora una sua IX di Mahler alla Scala, credo nel 1969).
Bruno Maderna purtroppo morì troppo giovane.
Mi piacciono questi incontri che sono piuttosto informali anche se molto rigorosi nel loro svolgimento.
Certamente ci vorrebbe più tempo ma con gli spunti, le idee e le suggestioni che vengono proposti c'è da lavorare un bel po'.
Questi incontri mi piacciono anche per la levataccia che devo fare per prendere il treno alle 8 in modo da arrivare a Desenzano un'ora dopo dove viene a prenderci (me e Boccadoro che prende anche lui il treno) mio cugino Gigi, animatore, organizzatore e quant'altro nella scuola.
I ritorni a Milano sono precipitosi perché nel secondo pomeriggio dei sabati ho un'impegno fisso con delle allieve che mi attendono pazientemente ma dove arrivo quasi in tempo, puntualità del treno permettendo, cosa che non è per niente scontata, anzi, finora su due viaggi di ritorno, due ritardi di 30 minuti.
Ferrovie italiane!!!

Vivaldi vs Piazzolla

Ieri sera la violinista Natasha Korsakova con gli archi dell'orchestra Verdi diretti da Jader Bignamini hanno impaginato un concerto che in un certo senso è diventato un classico con l'esecuzione delle Quattro Stagioni (1723) di Antonio Lucio Vivaldi e le Quatro Estaciones Porteñas (1965/1970) di Astor Piazzolla.
Le stagioni sono state eseguite seguendone la contemporaneità. Quindi la primavera di Vivaldi è stata seguita dall'autunno argentino, ecc.
Le stagioni di Vivaldi, che appartengono alla sua opera 8, sono universalmente conosciute. Certamente si tratta di musica descrittiva, come molti altri concerti di Vivaldi, basata su sonetti di cui segue alla lettera il testo, però questa imitazione più che altro è suggerita, considerando anche gli scarsi mezzi a disposizione di Vivaldi. Può benissimo essere che il finale dell'Estate rappresenti un temporale estivo ma potrebbe essere tranquillamente visto come un semplice presto posto alla fine di un concerto; in altre parti invece si apprezza un reale intento descrittivo e narrativo. Tornando al descrittivo non credo che i pochi mezzi di Vivaldi siano una limitazione. Il temporale alla fine dell'Estate ha un impatto emotivamente tremendo, come l'avrà la tempesta della Pastorale di Beethoven, realmente terrificante nella semplicità dei mezzi impiegati, mentre invece le straussiane imitazioni della natura nella sua sinfonia delle Alpi scivoleranno via senza un fremito pur nel vuoto baccano dell'ipertrofica orchestra.
Le quattro stagioni di Piazzolla sono molto più urbane, riguardano Buenos Aires. Dopo la morte di Piazzolla sono stati riorchestrati per violino e archi dal compositore russo Leonid Desyatnikov con inserti dalle stagioni di Vivaldi (Autunno, Inverno, Primavera, Estate).
L'accostamento tra Vivaldi e Piazzolla è sicuramente ardito ma molto eccitante perché fa un certo effetto ascoltare la scatenata orchestra di Piazzolla, con i suoi giri di tango, pochi secondi dopo l'altrettanto scatenata orchestra di Vivaldi e qui si deve dire che gli archi dell'orchestra Verdi hanno dato una prova davvero ottima per compattezza, bellezza di suono e reattività (ci sarebbero in realtà anche molti altri aggettivi da utilizzare) sotto l'impeccabile direzione di Jader Bignamini che ha diretto tutto a memoria, come sempre, del resto.
Jader Bignamini si sta rivelando come una delle realtà più belle nel campo della direzione d'orchestra. Ha carisma, un bel gesto molto plastico, che rende l'idea del suono che l'orchestra produce, e concerta molto bene, in modo molto chiaro. Personalmente ne ho avuto sempre un'ottima impressione in tutte le occasioni in cui l'ho sentito.
Natasha Korsakova, pronipote del grande Nicolai Rimskij-Korsakov, è una gran violinista. Mancava da un po' in Auditorium e l'ho trovata in piena forma, a parte il fatto che è una bellissima donna e che il vestito di ieri sera, nero con vistoso spacco, la valorizzava in pieno. Ma, a parte questo, è veramente brava. Ha superato lo scoglio veramente impervio di Vivaldi con grande bravura, senza fare grandi invenzioni barocche, ma raccontando bene quanto accadeva, e in Piazzolla è stata sbarazzina e divertita al punto giusto. Mi piace molto questa violinista che suona con la giusta concentrazione ma anche divertendosi. Lo si vede dal suo volto molto spesso sorridente. Mi dicono inoltre che è pure molto simpatica di persona, qualità questa piuttosto rara tra i musicisti sempre e perennemente concentrati solo ed esclusivamente sulla propria arte e portatori spesso di una suscettibilità e di un narcisismo fastidioso ed eccessivo.
Belle esecuzioni, con due bis, Vivaldi e Bach, salutate da un Auditorium tutto esaurito (ma con qualche posto libero), e che sarà esaurito anche nelle due repliche, con un grandissimo successo e applausi a grandine. Ad essere obiettivi, un vero trionfo.

sabato 16 febbraio 2013

Gidon Kremer e la Kremerata Baltica

Fantastico concerto ieri sera di Gidon Kremer con la Kremerata baltica al Conservatorio per le Serate Musicali.
I concerti di Kremer sono sempre piuttosto originali nella scelta dei pezzi e questo non ha certo deluso le attese con una serie di pezzi in prima esecuzione a Milano.
Avevo già sentito l'anno scorso Kremer e la Kremerata e mi aveva fatto un'ottima impressione ma questa volta sono andati oltre con un concerto straordinario.
Il filo conduttore era quello delle stagioni.
Quindi abbiamo avuto l'esecuzione del secondo concerto per violino, archi e sintetizzatore di Philip Glass "The american four Seasons" costruito in otto parti che si susseguono senza soluzione di continuità: un Prologo e quattro movimenti, che rappresentano le stagioni, intervallati da tre songs per violino solo. I quattro movimenti non sono intitolati con i nomi delle stagioni, per cui possono essere associati liberamente ad esse. Del resto Glass ha dato come indicazione del luogo di composizione San Diego, un posto dove le stagioni non sono molto differenziate tra loro. Si tratta di un brano piuttosto lungo, di grande atmosfera, senza un attimo di cedimento, che personalmente mi ha prodotto uno stato d'animo di grande beatitudine diviso tra l'estasi della prima parte e l'eccitatazione del finale passando attraverso fantastiche atmosfere create con mezzi minimi. Assolutamente fantastica l'esecuzione salutata da un'autentica ovazione.
La seconda parte del concerto si è aperta con l'Estate di Vivaldi in una rivisitazione del percussionista del gruppo, Andrei Pushkarev, per vibrafono e archi. Interessante in alcune parti, soprattutto alcune dei primi due movimenti. Ad esempio sul finire del primo tempo quello che in Vivaldi è un assolo del violino è diventato una variazione per vibrafono accompagnato dal pizzicato di un contrabbasso, come in un brano jazz. Di grande atmosfera.
Sono seguiti poi un gruppo di pezzi, suonati uno di seguito all'altro, scritti per Kremer e la Kremerata da vari autori: Leonid Desyatnikov con due pezzi da Russian Seasons, Dobrinka Tabakova con Dawn da Sun Tryptich, Ciaikovskij/Raskatov con tre pezzi da The Season Digest, Georges Pelecis e il suo Flowering Jasmin, per violino, vibrafono e archi, un brano di grandissima atmosfera e suggestione che unisce un certo gusto minimalista con la propensione nordica alla melodia, che adoro, che possedeva ad esempio Sibelius, come nella Canzonetta op. 62a, e che tanto era apprezzato anche da Stravinskij, e per finire Piazzolla con Verano Porteno dalle Quattro stagioni a Buenos Aires.
Il tutto è stato salutato da un grandissimo successo dal pubblico del conservatorio che riempiva quasi tutta la grande sala.
Personalmente questo concerto mi ha lasciato del tutto soddisfatto perché, a parte il livello delle esecuzioni, vi ho trovato una quasi totale corrispondenza con certi miei gusti musicali attuali.
 a differenza del concerto di lunedì fatto da Giovanni Sollima dove si alternavano cose interessanti ad cose piuttosto risibili.
Per finire vorrei ricordare che Kremer suona un violino Nicola Amati del 1641. Quando quel violino fu costruito era ancora vivo Monteverdi che sarebbe scomparso due anni dopo.

venerdì 15 febbraio 2013

John Axelrod alle prese con donne di un certo fascino

Ieri sera per il ventiduesimo concerto della stagione dell'orchestra Verdi John Axelrod ha presentato alcune musiche che in un modo o nell'altro si ispirano a donne.
Il primo brano era la Meditazione e danza della vendetta di Medea, op. 23a di Samuel Barber, nato come un balletto per Martha Graham nel 1945; successivamente rielaborato in una suite per orchestra, nel 1955 Barber focalizzò l'attenzione su Medea sintetizzando il materiale in questo brano che fu tenuto a battesimo dal grandissimo Dimitri Mitropoulos a New York nel 1956. Barber è universalmente noto per il famoso Adagio per archi ma del resto della sua produzione, almeno in Italia, se ne sa poco, per cui non si conosce molto questo raffinato autore ed è stato un piacere poter ascoltare questo bel brano, suonato dall'orchestra e diretto benissimo da John Axelrod.
Seguiva la Danza dei sette veli dalla Salome di Richard Strauss, un brano del 1905. Fu l'ultimo brano che Strauss scrisse per la Salome e secondo me non è all'altezza dell'opera con il suo esotismo da turista bavarese in vacanza. La stessa immagine di Salome che mi si forma nella mente non è quella di una flessuosa e maliziosa ragazza ma quella di una ragazzona un po' troppo in carne a causa dei troppi wurstel bianchi mangiati con la senape dolce e annaffiati da troppe birre. Comunque grande esecuzione da parte dell'orchestra.
La prima parte del concerto è terminata con la Danza rituale del fuoco da El amor brujo di Manuel De Falla, autore poco prolifico ma raffinatissimo. Brano strafamoso che però andrebbe sentito nell'insieme del lavoro a cui appartiene.
Il concerto è terminato con Sheherazade op. 35 di Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov, scritto nel 1888 praticamente in contemporanea con altre due pagine orchestrali molto famose, La grande pasqua russa, op. 36, e il Capriccio espagnol, op. 34 del 1887, tre occasioni per scrivere altrettante composizioni dai colori sgargianti, tre manuali viventi di orchestrazione che saranno pure, come le ha definite un dottissimo studioso, "cime luminose del kitsch musicale europeo", ma che personalmente ho sempre trovato assolutamente godibili. E' interessante, ad esempio, vedere come l'orchestra di Rimskij-Korsakov, che a parte l'aggiunta dell'arpa e di alcune percussioni sostanzialmente è uguale all'orchestra di Brahms, suoni in modo completamente diverso andando in una direzione che porterà al primo Stravinskij che di Rimskij-Korsakov sarà allievo e che porterà alle estreme conseguenze l'insegnamento del suo maestro. Si sbaglierebbe però a pensare che Sheherazade sia un brano con il quale Rimskij-Korsakov sfoggia soltanto la sua abilità di orchestratore. In realtà egli utilizza la sua abilità per costruire un brano in cui l'orchestrazione sempre mutevole diventa espressione e sentimento arrivando anche a momenti di grande emozione come nel finale in cui il violino, che rappresenta Sheherazade, viene avvolto dal tema del sultano con cui, minacciosamente, si era aperta l'opera, che alla fine è placato, dolce, colmo di un pieno sentimento amoroso e tutto questo viene realizzato semplicemente con i colori dell'orchestra.
L'esecuzione data da John Axelrod è stata splendida, ottimamente concertata e condotta con una chiarezza d'idee e una capacità di coinvolgimento dell'orchestra assolutamente notevole. Il risultato è stato che l'orchestra lo ha seguito in modo assai encomiabile sia nei singoli (tutte le prime parti, il flauto di Massimiliano Crepaldi, l'oboe di Luca Stocco, il clarinetto di Fausto Ghiazza, il fagotto di Andrea Magnani, il corno di Giuseppe Amatulli, tutti i restanti fiati, le percussioni, l'arpa di Elena Piva e naturalmente il primo violino di Luca Santaniello, con qualche piccola pecca), sia nell'insieme.
Un grande concerto quindi dall'inizio alla fine.

giovedì 14 febbraio 2013

Vivaldi e Bach a confronto

Programma piuttosto impegnativo ieri sera per l'orchestra della Verdi barocca con musiche di Bach e Vivaldi.
Di Bach sono state eseguite le quattro Suite orchestrali, BWV 1066/1069 (nel video la seconda suite inizia al minuto 27:30, la terza al minuto 54:25, la quarta al minuto 1:20:45) che Bach compose in un periodo piuttosto lungo, prima del 1725 la prima suite BWV 1066, il 1738/39 la seconda BWV 1067, attorno al 1730 la terza BWV 1068 e il 1725, con aggiunte successive, la quarta BWV 1069, dal momento che il primo tempo di questa suite divenne la base per la cantata del Natale 1725 Unser Mund sei von Lachens, BWV 110. Il genere della suite nasce probabilmente dagli estratti di opere e balletti francesi e si presenta con un'ampia ouverure seguita da un insieme di danze. Il genere divenne molto popolare anche in Germania tanto che di Telemann, probabilmente il più prolifico autore di tutti i tempi, ne sono sopravvissute 135 che rappresentano solo una parte di quelle che egli scrisse.
Bach ne scrisse solo quattro (una quinta BWV 1070 è considerata spuria ed opera probabilmente di suo figlio Wilhelm Friedemann Bach) in un periodo piuttosto lungo e quindi non furono concepite come un insieme unitario. Gli organici sono differenziati tra le varie suite e si va dallo splendore della terza, che contiene la famosissima Aria scritta però per soli archi, e quarta suite che prevedono oboi, trombe e timpani, all'intimità della seconda con il flauto traverso e i soli archi.
Di Vivaldi sono stati invece eseguiti due concerti per viola d'amore, quello in Re maggiore RV 392 e quello in re minore RV 540 che prevede anche la presenza di un liuto.
Stravinskij di Vivaldi disse più o meno che aveva scritto 500 volte lo stesso concerto. Da un certo punto di vista non aveva torto senza considerare però quale e che varietà di concerti Vivaldi ha scritto, per quanti strumenti solisti e immettendo nella forma del concerto musica sempre molto interessante e di grande livello. Certo non si può dire che siano tutti dei capolavori ma è indubbio che nel loro insieme costituiscano un caleidoscopio irrinunciabile della musica barocca. Questi due concerti per viola d'amore, uno strumento assolutamente affascinante, ne sono stati, nella loro diversità, una prova evidente. E' stato molto interessante anche il confronto con Bach, tra la musica più autenticamente italiana e quella tedesca, anche se con influenze francesi e italiane evidenti, scritta da un autore, Bach, estremamente strutturato, solido come la roccia ma anch'esso con una vena di follia e di puro divertimento che ne fanno, non il noioso e pedante compositore che quando ero più giovane mi volevano far credere che fosse, ma uno dei più eccitanti compositori che siano mai nati, un compositore assolutamente moderno e sempre da scoprire e riscoprire.
Le esecuzioni, dirette da Ruben Jais, sono state in genere molto buone. Forse in Bach, in qualche danza, una tacca in più di metronomo non avrebbe guastato per rendere più vigorosa e scattante la musica ma nell'insieme tutto ha funzionato piuttosto bene.
Le esecuzioni di Vivaldi sono state splendide, in particolare quella del concerto in Re maggiore RV 392 che prevedeva come solista la prima viola dell'orchestra sinfonica, Gabriele Mugnai, che ne ha dato, assieme a Ruben Jais, un'esecuzione molto originale ed energica.
Molto pubblico con la platea quasi piena e grande successo anche per tutti i solisti, oltre a Gabriele Mugnai, Claudio Andriani, prima viole dell'orchestra barocca, e Giangicomo Pinardi, liuto, che hanno suonato nel concerto di Vivaldi RV 540 e Francesca Torri, primo flauto dell'orchestra barocca, che ha ben ben suonato nella difficile seconda suite bachiana.