giovedì 31 dicembre 2009

Stagione 2009/10 de LaVerdi - Concerto N. 12


Beethoven scrisse la IX sinfonia tra il 1822 e il febbraio 1824.
È scritta per flauto piccolo, due flauti, due oboi, due clarinetti, due fagotti, controfagotto, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, timpani, triangolo, piatti e grancassa (per il finale), archi ed è dedicata al re Federico Guglielmo III di Prussia.
Dall’epoca della VII e VIII sinfonia, il 1812, passeranno 3 anni perché si trovino le prime idee che daranno origine alla sua IX sinfonia, ma diversi elementi fondamentali, sia musicali sia ideologici, risalgono ad un tempo molto anteriore.
In una lettera da Bonn del 23 gennaio 1793 scritta dal consigliere di stato Fischenisch a Charlotte Schiller, figlia del poeta, si legge: “Le accludo una composizione del Feuerfarb (Il colore del fuoco, scritta nel 1792 prima della partenza da Bonn e pubblicata poi nel 1805 come op. 52) e desidererei conoscere la sua opinione in proposito. È di un giovane di qui, i cui talenti musicali sono generalmente magnificati e che il principe elettore ha mandato or ora a Vienna a studiare con Haydn. Egli musicherà anche la Gioia di Schiller, strofa per strofa, m’attendo qualcosa di perfetto poiché, per quanto ne so, egli è del tutto portato verso ciò che è nobile e grande. D’altronde egli non si occupa di piccolezze, come quella che le accludo, composta soltanto per soddisfare il desiderio di una dama”.
Nel 1794/95 Beethoven scrisse un lied intitolato Seufzer einer Ungeliebten und Gegenliebe (Sospiro di un disarmato ed amore reciproco) con la forma di un Recitativo-Andantino-Allegretto; il tema di quest’ultimo allegretto è del tutto simile a quello della Fantasia Op. 80, evidente preannuncio della IX sinfonia.
Nel 1798/99 Beethoven scrive un frammento di canto per voce e pianoforte sul verso dell’Inno "An die Freude" “Muss ein lieder Vater wohnen” che troverà nella IX sinfonia la sua più grande realizzazione.
Tra il 1808 e il 1809, Beethoven scrive la Fantasia op. 80 per pianoforte, orchestra e coro dove viene ripreso e ampliato il tema del Gegenliebe del 1794/95, tema che ha una analogia abbastanza evidente con il tema della gioia del finale della IX sinfonia.
Nel 1815 Beethoven porta a termina l’ouverture in Do maggiore “per l’onomastico” pubblicata nel 1825 come op. 115; negli abbozzi del 1811 e 1812 alcuni motivi sono combinati con i primi versi dell’Inno "An die Freude" ma senza analogie musicali con la IX sinfonia.
A partire dal 1815 si cominciano a trovare nei suoi quaderni vari spunti musicali riconducibili alla IX sinfonia.
In un quaderno del 1815 usato per la sonata per violoncello e pianoforte op. 102 n. 2 si trova uno spunto di una fuga che diventerà poi il tema dello scherzo della IX.
In un quaderno successivo si trova lo stesso spunto con le seguenti parole: “Sinfonia al principio soltanto quattro voci; due violini, viola, violoncello, bassi in mezzo forte, con altre voci e se possibile lasciare entrare man mano ogni altro strumento” e lo stesso spunto si trova anche in un quaderno del 1817 assieme ad altre idee del primo movimento della IX assieme a spunti per la sonata per pianoforte op. 106.
Nella seconda metà del 1818 Beethoven scrive: “Adagio cantico. Canto religioso per una Sinfonia negli antichi modi: Herr Gott dich loben wir. Alleluia, in un modo indipendente o come introduzione ad una fuga. Forse in questa seconda maniera l’intera Seconda Sinfonia potrebbe essere caratterizzata con l’entrata delle voci nel Finale o già nell’Adagio. Decuplicare i violini nell’orchestra, ecc., per l’ultimo movimento. O l’Adagio sarà in qualche modo ripetuto negli ultimi pezzi in cui le voci poi entrano gradatamente. Nell’Adagio come testo un mito greco o un cantico di chiesa, nell’allegro festa a Bacco”.
L’accenno alla “secondo Sinfonia” si riferisce al fatto che, come risulta da una conversazione di Beethoven dell’estate 1822, nel 1818 egli aveva intenzione di scrivere due nuove sinfonie. La prima era destinata alla Società Filarmonica di Londra e doveva essere completamente strumentale; l’altra sinfonia, la tedesca, sarebbe stata concepita in funzione di un coro finale con un testo all’inizio non ben determinato ma che poi si concretizzò nell’ode alla gioia di Schiller. Beethoven successivamente fuse i due progetti in uno solo.
Dopo gli anni 1819/22, dedicati ad opere fondamentali come le ultime 3 sonate per pianoforte, la Missa solemnis e le variazioni Diabelli, dal 1822 Beethoven riprende i lavori per la IX sinfonia e vi si dedica quasi esclusivamente fino al 1824.
Tra l’estate e l’autunno del 1822 vengono portati avanti i lavori per il primo movimento e compaiono per la prima volta le parole e la musica dell’inno “An di Freude”. Nell’aprile 1823 il secondo movimento è tutto abbozzato, in ottobre 1823 l’adagio è terminato. Fra l’estate e l’autunno 1823 riprende a lavorare al finale la cui introduzione strumentale lo terrà occupato per quasi sei mesi.
Nel febbraio 1824 la sinfonia è terminata e verrà eseguita per la prima volta il 7 maggio dello stesso anno a Vienna, al teatro di Porta Corinzia.
In questa sinfonia Beethoven decise di compiere un gesto nuovo rispetto al passato, ovvero introdusse la parola nella sinfonia che era sempre stato un genere assolutamente strumentale e fece questo gesto per giungere, attraverso un lungo percorso, alla più grande esaltazione di un concetto altamente nobile ed universale come quello di fratellanza e di gioia, di bontà, di libertà e di umanità.
Però la sinfonia non deve essere intesa come un poema sinfonico o una cantata. I quattro movimenti della sinfonia sono connessi tra loro profondamente: i primi tre movimenti sono tragici, pieni di passione, fantastici, bizzarri, mutevoli contemplativi, affettuosi ed alla fine la voce umana interviene per risolvere tutto quanto lo ha preceduto nella gioia e nel tripudio.
Il risultato finale fu raggiunto da Beethoven dopo un lungo lavorio e molti tentativi e non sappiamo se la forma finale della sinfonia, soprattutto del finale, soddisfece mai del tutto Beethoven. Infatti il punto in cui la voce entra in gioco fu uno snodo molto difficile da risolvere per Beethoven. La voce umana sarebbe dovuta entrare per illuminare quanto era venuto prima nelle parti strumentali e nello stesso tempo doveva dare forma ad un ideale presente fin dall’inizio; inoltre non era facile trovare questo passaggio, anche dal punto di vista psicologico, tra la musica pura e la musica vocale, quasi una dichiarazione che la musica da sola non era più sufficiente e si doveva ricorrere alla parola anche correndo il rischio di risultare goffi e grossolani rispetto alla purezza della musica strumentale. Egli doveva trovare un modo per rendere necessario l'intervento della voce umana che altrimenti sarebbe risultata superflua e non giustificata. Era un passaggio difficile che sarà pieno di conseguenze per la musica successiva, perchè si carica esplicitamente la musica, arte priva di significati, di un significato preciso, e che sarà anche criticato da alcuni studiosi che di fronte al finale esprimeranno considerazioni non propriamente benevole considerando quanto Beethoven avesse tradito le ragioni della musica pura.
Il passaggio tra la musica strumentale e la parte vocale fu dunque caratterizzato da un lungo travaglio che è documentato da diverse bozze.
Sopra un preludio-recitativo al finale si trova una frase: “Non questo…. Ricordiamoci della nostra disperazione” che segna il passaggio dalla dolcezza dell’adagio al finale. Segue un passo strumentale tumultuoso simile a quello che attualmente introduce il finale a cui seguono le parole: “Oggi è un giorno solenne; che sia celebrato con il canto”. Dopo la ripresa del passaggio tumultuoso vengono citate le battute iniziali del primo movimento a cui segue il recitativo: “Oh no, non questo; qualche cosa di differente e di più piacevole è quello che io cerco”; a ciò segue il tema del secondo movimento, lo scherzo e il recitativo prosegue perentorio: “Neppure questo! Non è affatto meglio, ma soltanto più allegro”; a questo punto vengono riprese alcune battute del terzo movimento, l’adagio, interrotte dal recitativo: “Anche questo è troppo tenero; si deve cercare qualche cosa di più sveglio, come… vedrò io stesso di cantarvi qualche cosa, le voci non dovranno che seguirmi”; seguono alcune battute strumentali del tema della gioia a cui la voce risponde: “È questo! Infine l’abbiamo trovata. Gioia, bella scintilla di Dio…” che è già in una forma molto simile all’entrata del basso “O Freunde, nicht diese Töne…” della redazione definitiva.
Successivamente però Beethoven pensò ad una introduzione strumentale più breve con una entrata diretta del coro.
Nella versione definitiva, dopo l’introduzione tumultuosa e furiosa che crea un netto contrasto con l’adagio appena terminato, segue il recitativo strumentale dei violoncelli e contrabbassi ma, come scrive Beethoven, “Selon le caractère d’un Recitativ mais, in tempo” con le reminiscenze dei tempi precedenti tutte rifiutate e la germinazione del tema della gioia, prima solo accennato, poi sviluppato sempre più ampiamente che termina però ancora nel tumulto dell’inizio ed a questo punto, per mettere ordine, entra la voce del basso “O Freunde, nicht diese Töne! Sondern lasst uns angenehmere anstimmen, und freudenvollere!” (Amici, non questi suoni! Ma lasciate che intoniamo canti più graditi e gioiosi!) che sono le uniche parole rimaste tra le tante che Beethoven pensò a cui segue il vero e proprio inno schilleriano con l’entrata del coro sulla parola “Freude” (Gioia!).
Nel suo complesso la sinfonia ha dimensione inusitate e una qualità musicale nuova che risente di tutta l’evoluzione dell’arte beethoveniana.
Il primo movimento, “Allegro ma non troppo e un poco maestoso” inizia su un tremolo indistinto e misterioso su cui si staglia il frammento di due note (mi la la mi mi la ecc), che intensificandosi sempre di più porta all’entrata del tema vero e proprio, come una folgorazione, che definisce anche in modo inequivocabile la tonalità di re minore. È un tema che si presenta con una forza anche fisica impressionante e se mai esiste un tema di sinfonia questo è probabilmente il più grande. A questo tema risponde un tema più dolce e tutto lo sviluppo viene giocato sulla permutazione, trasposizione timbrica, dilatazione di frammenti di questi motivi. Il movimento nel suo complesso rispecchia ancora le proporzioni classiche della forma sonata ma tutto è ampliato, ingrandito, osservato ora da vicino, come con un microscopio, ora da lontano, in una serie di contrasti, abbattimenti, lotte e gesti tragici che raggiungono il loro culmine nella perorazione finale in cui il tema viene proiettato ad altezze di tragicità quasi fisicamente insostenibile.
Lo scherzo, “Molto vivace” è un turbine inarrestabile che esprime una forza inesauribile. È basato su un ritmo che si era già sentito nel primo tempo della VII sinfonia. È come un brulichio di forze che si esprimono danzando e che danno vita ad un turbine pieno di fantasia e di un umorismo anche un po’ grossolano che si placa nella più grande purezza del trio annunciato dal un fortissimo del trombone.
Il terzo movimento “Adagio molto e cantabile” vede una delle più grandi espansioni liriche di Beethoven che lo costruisce su due momenti distinti, l’adagio iniziale e un andante moderato da suonarsi un po’ più velocemente. Ogni volta che i due momenti si ripresentano Beethoven opera una espansione del materiale musicale che produce però contemporaneamente un effetto di approfondimento. Cioè la musica si espande e si approfondisce e interiorizza sempre di più. Questo effetto ricorda quanto accade in altri movimenti analoghi, come nel trio dell’arciduca, nei finali delle sonate op. 109 e 111, nel quartetto il la minore op. 132 o nel “Crucifixus” della Missa solemnis sulla parola “Passus”, tutti momenti musicali che appartengono alla più grande gloria dell'arte beethoveniana.
Il finale è tutto per aria, sollevato da terra, un lungo percorso che dall’invocazione iniziale di intonare nuovi suoni giunge al più totale scatenamento gioioso del prestissimo finale. Non è musica sempre bella e Beethoven ha scritto di meglio in altre occasioni ma Beethoven è sempre significativo e non possiamo sottrarci alla sua voce.
Ieri sera l’orchestra Verdi, come ogni anno, l’ha eseguita con il coro Verdi, il soprano Melena Juntunen, la mezzosoprano Maria Josè Montiel, il tenore Kornelius Jan Dusseljee e il basso Stephen Gadd sotto la direzione di Wayne Marshall.
Il quartetto vocale, una volta tanto, era molto buono con un tenore finalmente non asfittico come accade spesso di sentire; ottima l’entrata del basso e molto brave le due donne nelle variazioni iniziali del tema della gioia.
Coro impeccabilmente preparato da Erina Gamberoni e come al solito grande nella memoria di Romano Gandolfi.
Wayne Marshall, per sua stessa ammissione, non aveva mai diretto una sinfonia di Beethoven ed ha iniziato con questa IX. Detto che la concertazione era molto buona e chiara vorrei solo fare alcune osservazioni. Innanzitutto sui tempi utilizzati. Probabilmente questa è la IX di Beethoven più veloce che abbia mai sentito che è durata al massimo 60 minuti. Se si considera che l’ultimo Abbado si aggira sui 63 e Toscanini sui 66 si vede bene quanto Marshall sia stato rapido. Però non mi ha disturbato tanto la rapidità quanto la distribuzione dei tempi abbastanza indifferenziati. Ad esempio nell’adagio i due momenti, adagio-andante, era quasi simili dal momento che l’adagio era staccato ad un tempo un po’ troppo rapido. Il primo movimento è stato eseguito ad un tempo così rapido che la perentorietà della musica faticava un po’ a rendersi evidente ed inoltre questo tempo veniva tenuto sempre costante senza variazioni. L’entrata dell’inno alla gioia è stato preso a passo di carica quando invece, forse, sarebbe meglio, almeno partire ad un tempo più moderato per poi crescere man mano. Anche il “Seid umschlungen Millionen” (Andante maestoso) era un po’ troppo rapido per cui la solennità del momento ne faceva un po’ le spese e così pure il successivo “Adagio ma non troppo ma divoto” sulle parole “Ihr stürzt nieder, Millionen!”. Lo scherzo è stato ottimo ma il trio avrebbe bisogno di un tempo leggermente più moderato per dargli modo di respirare.
Oltre a ciò Marshall ha fatto suonare gli archi con pochissimo vibrato per cui, soprattutto i violini, avevano un suono come un filo e leggermente aspro. Niente di male, ma l’entrata dei violoncelli e contrabbassi nel finale ne ha risentito un po’ come pure la melodia nell’adagio.
Comunque, orchestra bravissima e grandissimo successo.
Tra le esecuzioni della IX a me personalmente piace in modo particolare quella degli anni ’60 diretta da Otto Klemperer, forse la più grande IX. Altre esecuzioni mi piacciono molto, Abbado, il compianto Sinopoli, Walter ma soprattutto quella di Furtwaengler, eseguita per le Berliner Festwochen il 6 settembre 1951, giorno in cui nasceva un bambino che da allora è cresciuto e che ha scritto queste brevi note su questo bellissimo brano musicale.
Buon anno a tutti!

PS
Le citazioni sono state tratte dal catalogo delle opere di Beethoven di Giovanni Biamonti (1968) e da antiche reminiscenze dell'analisi della IX fatta da Massimo Mila, allora su copia di dispensa universitaria ed ora su Einaudi, autore da rileggere.

mercoledì 23 dicembre 2009

Stagione 2009/10 - La Verdi barocca - II


Ieri sera bel concerto con il Messiah di Haendel. Il Messiah naturalmente è opera famosissima anche solo per il celeberrimo Halleluja che chiude la seconda parte.
Due anni or sono questo oratorio era già stato eseguito con l'orchestra e il coro "normali" diretti da Neville Marriner, grande specialista di questo repertorio britannico con il quale ha una profonda affinità dovuta alla sua frequentazione fin dalla prima giovinezza. Del resto questa è musica che per gli inglesi è connaturata alla loro stessa esistenza.
Quest'anno l'esecuzione è stata affidata alla neonata Verdi Barocca, complesso snello che si compone di un'orchestra che suona su strumenti originali o copie di strumenti originali e di un coro di una ventina di membri specializzati nel repertorio barocco ottimamenti diretti dal maestro Rubel Jais con la collaborazione dell'ottimo direttore del coro e organista Gianluca Capuano.
Di quest'opera esistono molte varianti perchè lo stesso Haendel adattò alcune parti alle circostanze esecutive, la disponibilità di un cantante particolare, la location, ecc. Del resto il Messiah fu da sempre un oratorio di grandissimo successo e venne riproposto in continuazione negli anni successivi alla prima di Dublino del 1742; subì anche varie trascrizioni con aggiunte di strumenti, lo fece anche Mozart, un po' come accadde poi alle opere di Rossini.
Questa esecuzione è stata fatta seguendo la lezione della prima esecuzione di Dublino del 1742 che prevede solo archi, due oboi, due trombe e timpani, questi ultimi utilizzati solo in un paio di occasioni.
L'uso di complessi così ridotti non è stato affatto uno svantaggio anzi ha permesso di valorizzare meglio la polifonia e l'articolazione delle parti, cosa che si perde un po' se ci si trova davanti un coro di 80 persone e un'orchestra proporzionalmente espansa con 50 archi che suonano con un bel vibrato degno di Schumann. Invece una quarantina tra suonatori e coristi sviluppano comunque un volume sonoro del tutto soddisfacente e ridanno a questa musica colori, dinamiche, chiarezza ed equilibrio. Inoltre si rende evidente a quale incredibile risultato arrivi Haendel utilizzando un ensemble così ridotto. Per dire che genio era Haendel si deve osservare che il Messiah fu scritto in 3 settimane.
I quattro cantanti erano ottimi. Del resto la soprano Sonya Yoncheva, la mezzosoprano Sonia Prina, il tenore Cyril Auvity e il basso Christian Senn hanno tutti cantato con gente del calibro di William Christie, Jordi Savall, Rinaldo Alessandrini e Jean-Christophe Spinosi affrontando il repertorio barocco da Vivaldi a Haendel a Purcell ma arrivando anche a Mozart e Rossini.
A me in particolare è piaciuta la soprano, veramente magistrale nell'articolazione delle parole nella combinazione con le tirate virtuosistiche di alcune arie veramente difficili come questa Rejoice Greatly, O Daughter of Zion e la mezzosoprano molto espressiva nella grande aria della seconda parte He Was Despised.
Fra tutti i brani del Messiah, senza fare torto a nessuno, a me piace soprattutto questo, il coro All we like Sheep.
Molto pubblico e grande successo per questi giovani che è giusto incoraggiare e gratificare con la nostra riconoscenza.

lunedì 21 dicembre 2009

Nevica


Nevica.
Strade bianche, marciapiedi bianchi, atmosfera ovattata, auto che passano silenziose, passi silenziosi, ricordi d'infanzia.
Peccato che ci sia Milano di mezzo.
Tangenziali bloccate, strade di uscita bloccate, circonvallazioni bloccate, vie laterali (quasi) bloccate, auto ovunque e mezzi pubblici di conseguenza in grandissima difficoltà, marciapiedi trasformati in sentieri di montagna.
Mezzi spalaneve, zero, spargisale, zero, strade impraticabili.
Su un tabellone a messaggi variabili, sono quei tabelloni forieri di messaggi del tipo "Attenzione piove, quidate con prudenza", c'era scritto: "Attenzione nevica, guidate con prudenza"; in effetti andavano tutti a 2 KM/h, più prudenti di così!

Concerto in Senato

Ieri mattina concerto in Senato con la Cherubini e Muti con Beethoven, V sinfonia e bis con la sinfonia del Don Pasquale di Donizetti. Finalmnete la musica, dopo la parentesi alleviana dello scorso anno, è tornata in quella sala tanto augusta.
Ciò che resta costante è la presenza incombente della Milly nazionale, onnipresente. Il problema della Milly è che parla, parla, parla, parla, parla, parla, parla, parla... per non dire quasi nulla. L'anno scorso c'era Allevi e le devono aver detto che è un genio della musica classica-contemporanea e quindi giù con il genio di qui, il genio di lì, il genio di su, il genio di giù. Quest'anno c'era Beethoven, quindi sul fronte del genio non c'era tanto da insistere ma la sua V sinfonia, che cos'è? Chiaro, un vero e proprio inno all'ottimismo. Poi ha tenuto a dirci che le prime 4 note della sinfonia sono il destino che bussa alla porta, destino però sovvertito dall'ottimismo incoercibile del Beethoven stesso, che evidentemente era uno che vedeva sempre il bicchiere mezzo pieno, ammesso che lo avanzasse. Italiani, siate ottimisti!

venerdì 18 dicembre 2009

Stagione 2009/10 de LaVerdi - Concerto N. 11


In Questo concerto ancora musica russa!
Dichiaro subito di non amare il primo autore, Aleksandr Konstantinovich Glazunov (1865-1935). Ebbe un inizio folgorante con la prima sinfonia, scritta a 16 anni, con la quale ebbe un successo clamoroso che lo portò in giro per l'Europa, passando anche da Weimar in reverente omaggio a Liszt. Grandissimo orchestratore e in possesso di scienza musicale infinita, scriveva però, secondo me musica non interessante, formale, decorativa, sostanzialmente non sentita intimamente.
Ad esempio il primo brano, il Poème Lyrique Op. 12 del 1882 risente chiaramente dell'influenza di Ciaikovskij ma di Ciaikovskij non possiede la poesia dei suoi momenti migliori, più che altro è un'imitazione di Ciaikovskij.
Il brano successivo, il Concerto per sax contralto e archi, Op. 109, è una delle sue ultime composizioni, finito nel 1934; un'opera con venature neoclassiche basato su un'idea che ricorre per tutto il brano dall'inizio alla fine. Francamente non mi ha molto riscaldato, anche se il finale aveva una certa originalità.
Nella seconda parte finalmente un po' di musica! E' arrivato l'originale, ovvero Ciaikovskij con la strafamosa suite dello Schiaccianoci; non c'è voluto molto, è bastata la prima nota dei violini nell'Ouverture.
Da lì poi su su passando gustando tutti i bon bons musicali fino al walzer dei fiori, grandissimo walzer russo (preferisco i walzer alla russa a quelli viennesi) con l'inserimento, prima del walzer, del grande Passo a due. Sarebbe bello che il mondo si muovesse danzando un passo a due o un valzer di Ciaikovskij!
Quando si eseguono musiche così famose si corre sempre il rischio di risultare banali, invece il giovane maestro russo Evgeny Bushkov, direttore dell’Orchestra Sinfonica di Stato Novaya Rossiya a Mosca, un capellone stile Berlioz ai tempi della Sinfonia Fantastica, l'ha presa di petto e ne ha dato un'esecuzione vibrante e di grande personalità.
La giovane sassofonista Asya Fateyeva è bravissima; fisico da adolescente ma grande personalità e dominio dello strumento. Brava veramente!
Grande l'orchestra che ormai è una certezza per costanza di rendimento.
Al primo violino c'era Eriko Tsuchihashi, la nostra primo violino giapponese.

Regalo di Natale

Avendomi Elena fatto un regalo molto importante devo ricambiare anche se non credo possa essere eguagliato.
Ho pensato ad un lied di Schubert "Der König in Thule" D367.
La poesia di Goethe nacque nel gennaio 1774 ed è coeva alla stesura del primo Faust dove fu inserita nel 1775. Nella versione finale del Faust è contenuta nella scena ottava, “Sera”; Gretchen la canta mentre si sta spogliando per andare a letto sotto l’influsso del primo incontro con Faust.
Il lied fu composto all’inizio del 1816, Schubert aveva 19 anni.
Il lied fu pubblicato il 9 luglio 1821 come op. 5 n. 5 e dedicato al suo maestro Antonio Salieri, quel mite veronese, era di Legnago, che avrebbe avvelenato Mozart.
Il lied è in stile strofico dove le sei strofe sono raggruppate a coppie ed ha un tono arcaico da antica saga raccontata in una buia stanza; fondamentale è la prima sillaba, "Es" in levare che l'interprete intona prima dell'entrata del pianoforte che procede per accordi perfetti e importantissime sono le pause.
Una musica semplicissima enormemente evocativa.

Il testo di Goethe è il seguente:

Es war ein König in Thule,
Gar treu bis an das Grab,
Dem sterbend seine Buhle
Einen goldnen Becher gab.

Es ging ihm nichts darüber,
Er leert' ihn jeden Schmaus,
Die Augen gingen ihm über,
So oft er trank daraus.

Und als er kam zu sterben,
Zählt' er seine Städt' im Reich,
Gönnt' alles seinem Erben,
Den Becher nicht zugleich.

Er saß beim Königsmahle,
Die Ritter um ihn her,
Auf hohem Vätersaale,
Dort auf dem Schloß am Meer.

Dort stand der alte Zecher,
Trank letzte Lebensglut,
Und warf den heil'gen Becher
Hinunter in die Flut.

Er sah ihn stürzen, trinken
Und sinken tief ins Meer.
Die Augen täten ihm sinken
Trank nie einen Tropfen mehr.

Ovvero:

C’era un re in Thule,
fedele fino alla tomba,
morendo la sua amante
gli diede una coppa d’oro.

Nulla gli era più caro di quella,
ad ogni banchetto la vuotava,
gli occhi gli si riempivano di lacrime,
ogni volta che ci beveva.

E quando fu vicino a morire,
contò le sue città nel regno,
tutto lasciò al suo erede,
ma non la coppa.

Sedeva al banchetto reale,
i cavalieri attorno a lui,
nell’alta sala degli avi,
là nel castello sul mare.

Là stette il vecchio bevitore,
bevve l’ultimo ardore della vita,
e gettò la sacra coppagiù tra le onde.

La vide cadere, riempirsi
e sprofondare nel mare.
I suoi occhi si spensero
lui non bevve più un sorso.

Elena, tanti auguri per tutto quanto ti può capitare in futuro!

Ho scelto questa esecuzione con Elisabeth Söderström, grande soprano svedese recentemente purtroppo scomparsa, grande Melisande nel Pelleas di Debussy diretto da Boulez.

giovedì 17 dicembre 2009

Asya Fateyeva


Questa sera concerto in Auditorium con Asya Fateyeva, classe 1990, che esegue il concerto di Glazunov per sax e orchestra.
Non amo molto Glazunov ma sono molto curioso di ascoltare questa giovanissima musicista ucraina che ha fatto questa scelta inusuale o certamente meno usuale, per una donna, di un pianoforte, un oboe o un flauto.
Deve essere veramente tosta, del resto ha iniziato a suonare a 10 anni.

Georg Böhm

Georg Böhm (1661-1733) fu compositore ed organista tedesco. Dal 1698 fino alla morte fu organista della Johanneskirche a Lüneburg dove, nel 1700, soggiornò anche il giovane Johann Sebastian Bach che apprezzava molto la sua musica.
La sua più tipica composizione è la partita corale, ovvero un brano costruito come una serie di variazioni su un tema di corale; questa forma fu usata anche dal giovane Bach in composizioni analoghe quali quelle che vanno da BWV 766 a 771, tutte opere scritte nei primissimi anni del '700, quando Bach non aveva ancora vent'anni.
Di Georg Böhm mi piace in particolar modo il preludio corale "Vater unser im Himmelreich", ovvero il "Padre nostro" che esiste in due versioni, una piuttosto semplice ed un'altra ornata con un andamento quasi da improvvisazione.
Bella questa esecuzione di Menno van Delft sull'organo Arp Schnitger nella Jacobikerk a Uithuizen, in Olanda, bellissimo organo del 1700 recentemente restaurato.

martedì 15 dicembre 2009

Orchestra dell'Assunta in Vigentino


Nel 1993 A Milano l'orchestra della RAI chiuse i battenti e la stessa cosa accadde alla gloriosa orchestra dell'Angelicum, dove avevo ascoltato tanti bei concerti che talvolta vedevano anche la partecipazione dell'altrettanto glorioso coro della Polifonica Ambrosiana, fondato da Mons. Giuseppe Biella.
Alcuni musicisti che si ritrovarono a spasso ottennero accoglienza presso la chiesa milanese di Santa Maria Assunta in Vigentino, una chiesa del '500 a due passi da casa mia e così si organizzarono in una piccola orchestra d'archi.
La chiesa infatti ha il vantaggio di un'ottima acustica e il prete di allora era pure lui un musicista e pianista.
Da allora ogni anno, e siamo al XV, si producono in una piccola stagione di concerti che prevede circa 10 concerti all'anno a partire da ottobre con la cadenza di circa un concerto al mese.
Nel tempo i membri sono man mano cambiati ed ora accanto ad alcune teste imbiancate di anziani signori a cui piace ancora suonare siedono giovani alle prime armi che si fanno le ossa suonando insieme, ma c'è anche il commesso di un negozio di dischi del centro di Milano. L'attuale direttore è Paolo Volta.
Considerando l'organico a disposizione l'orchestra nelle sue stagioni ha girovagato soprattutto nel repertorio tra il '600 e il '700, da Corelli a Jommelli, da Sammartini a Paisiello, da Boccherini a Cimarosa, da Pergolesi a Durante, da Bach a Mozart e Haydn ma inoltrandosi anche nel repertorio ottocentesco e novecentesco.
Il concerto di ieri sera in questo senso è stato piuttosto paradigmatico dell'attività dell'orchestra allineando il VI brandeburghese di Bach, un concerto per violoncello di Nicolò Porpora, l'adagio per archi di Samuel Barber e il delizioso "Il natale dei bambini" op. 36, trascritto per archi, di Niels Gade, autore danese amico di Mendelssohn e Schumann che sul suo cognome (GADE corrisponde nella nomenclatura tedesca a Sol, La, Re, Mi) un branetto dell'album per la gioventù.
Pubblico numeroso come sempre e gente assiepata nelle cappelline laterali e su tutti i gradini esistenti.
E' molto bello andare a questi concerti dove ti capita di incontrare la vecchia maestra di tuo figlio, la commessa del supermercato, il giornalaio, il vicino di casa, il parrucchiere e dove lo sguardo può girovagare sulla bella e semplice architettura della chiesa, sul suo altare policromo sotto il quale si dispone l'orchestra, sugli stucchi e gli affreschi del soffitto che saranno prossimamente restaurati per farli tornare al loro antico stato con la speranza che sia restaurato anche il vecchio organo da troppi anni incolpevolmente silenzioso.

lunedì 14 dicembre 2009

Attentato!?

A proposito di quello che è successo ieri sera a SB.
L'attentatore è un malato in cura.
SB ha rischiato di essere ferito ben più seriamente o addirittura ucciso e ciò poteva accadere se l'attentatore fosse stato più lucido o determinato.
Il servizio di protezione del premier cosa faceva?
Possibile che non si accorga di uno che prende la mira?
Detto questo sento vari politici di tutte le parti lanciarsi in accuse reciproche.
In questo modo il mondo politico italiano assomiglia sempre di più all'agone calcistico dove ci si insulta bellamente tra opposte fazioni e i giornalisti non fanno quasi nulla per moderare i termini tranne poi, quando succede qualcosa di grave o ci scappa il morto, versare lacrime di coccodrillo e dire che siamo tutti responsabili, che anche noi dobbiamo moderare i toni e così via con banalità di questo tipo di cui ci si dimentica immediatamente la domenica successiva.
Sono almeno trent'anni che sento bischerate del genere.
Credo che questo clima non si addica alla politica per cui spero che da parte di tutti venga moderato il linguaggio a vantaggio di un confronto più costruttivo e non basato sul massimalismo, sul populismo e sul culto o l'odio di una personalità.

Ora aspetto il boom di vendite del Duomo souvenir che tanti probabilmente regaleranno a Natale, i gruppi di idioti su Facebook che inneggiano ed osannano all'attentatore e Bruno Vespa con il plastico di piazza del Duomo e la statuetta in mano.
"Il Giornale" di oggi titolava "Violenza costituzionale", cioè? Che significa? I mandanti morali sono forse coloro che difendono la costituzione, Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, ecc? Mi sembra aberrante.

Stagione 2009/10 - Serie '900 III - Berg & Webern


Nel discovery concert di ieri mattina il maestro Francesco Maria Colombo ha proseguito con la perlustrazione di quel periodo musicale che si estende dall'inizio del '900 fino alla morte di Alban Berg nel 1935.

Dopo aver parlato la volta scorsa di Arnold Schoenberg, questa volta ha preso in considerazione i suoi due grandi allievi, Alban Berg e Anton Webern.

Periodo cruciale quello di inizio secolo, in cui a Vienna l'arte prende la strada del dionisiaco e della profondità, mentre a Parigi prende quella apollinea dell'ordine e del distacco da tutto ciò che era stato nell'arte precedente.

Dopo il Tristano di Wagner il linguaggio musicale da un lato si complicò sempre di più arrivando a dei grovigli parossistici come quelli delle composizioni giovanili di Schoenberg e dall'altro si prese coscienza che la dissonanza non doveva/poteva più essere vista, come nell'armonia classica, come un punto di transizione e tensione verso un'altra consonanza, ma assumeva un valore in sè e si arriva anche al punto in cui, ribaltando l'approccio al problema consonanza/dissonanza, la consonanza non è più un punto di approdo ma di instabilità e la dissonanza viene vista come un punto di riposo. Si poneva però il problema di come andare avanti su questa strada e soprattutto come riuscire a costruire brani di una certa estensione, visto che tutto quanto veniva scritto aveva le caratteristeche dell'aforisma. Arnold Schoenberg passò un periodo estremamente critico dove praticamente smise di comporre ed alla fine ne uscì con la codificazione della tecnica dodecafonica nella quale ogni nota ha lo stesso peso delle altre e tutto nasce da una serie di 12 note diverse trattata con tecniche precise.

Con la tecnica dodecafonica Schoenberg sarà in grado di scrivere opere vaste come "Mosè e Aronne", rimasta però incompiuta, e Berg scriverà opere capitali come "Wozzeck", "Lulu" e il concerto per violino.

Webern, invece, una asceta intransigente che, come riconosceva con enorme stima lo stesso Stravinskij che in genere era molto acido con i colleghi, proseguirà per tutta la vita incurante di tutto e di tutti, a forgiare gemme purissime, aforismi brevissimi in cui ogni nota e ogni pausa è calcolata al millimetro, brani nei quali in pochi secondi si concentra un intero universo.

Di Berg, un uomo alto e bello come Oscar Wilde, è stata eseguita la prima parte della suite dalla "Lulu", un brano estremamente lirico, ma di una liricità malata come del resto si addice al tema della Lulu, una donna perversa, amante di innumerevoli uomini che porta tutti alla rovina tranne l'ultimo, Jack lo squartatore, che la ucciderà.

Di Webern invece sono stati eseguiti i magnifici 6 pezzi opera 6 del 1909. Opera concentratissima di grande poesia e lirismo, tranne che nel IV brano, una marcia funebre, probabilmente la marcia funebre più terrificante di tutta la storia della musica, scritta solo per percussioni e fiati, un grido espressionistico di inaudita violenza.

Si può notare anche come questo tipo di musica abbia influenzato tutta la musica da film, tanto che Schoenberg stesso scrisse una colonna sonora per un film immaginario. Non esiste musica da film che non ricordi questa musica di inizio '900 ogni volta in cui si deve rappresentare in musica sentimenti quali la paura, la tensione, l'angoscia, il terrore.

venerdì 11 dicembre 2009

Stagione 2009/10 de LaVerdi - Concerti N. 9 & 10


L’orchestra Verdi, dalla sua fondazione da parte di Vladimir Delman grandissimo in Ciaikovskij, ha un destino russo nella sua anima.
Nel concerto della settimana scorsa abbiamo avuto un altro Prokofiev con il II concerto per pianoforte; opera impervia ottimamente spadroneggiata dal pianista coreano Kun Woo Paik ben assecondato dal direttore danese Michael Schønwandt il quale si è prodotto successivamente in una buona esecuzione della IX sinfonia di Dvorak, la famosa sinfonia “dal nuovo mondo”. Questa è un’opera talmente famosa che è difficile perfino parlarne senza cadere nel banale. Vorrei solo dire che questa sinfonia non è una sinfonia “del nuovo mondo” ma una sinfonia inviata al “vecchio mondo” dal “nuovo mondo”. Infatti è un’opera assolutamente boema, una testimonianza viva dell’amore di Dvorak per la propria terra. Un’opera che vede al suo centro emozionale il II movimento, una delle pagine sinfoniche più belle di tutto Dvorak. L’esecuzione è stata in genere ottima ma alla fine del IV movimento, in quel punto in cui tutti i temi dell’opera si riassumono e vengono ripresi, esattamente lì in quel punto è mancato qualcosa, c’è stata una diminuzione di concentrazione, probabilmente una mancanza di visione che rende così epico e grandioso il finale. Da sempre su tutte le esecuzioni preferisco Toscanini; so perfettamente che altre esecuzioni possono forse essere più lussureggianti o idiomatiche, da Kubelik ad Ancerl, da Karajan a Bernstein, da Neumann ad Abbado, ma a me è sempre piaciuto quel modo diretto ed onesto di affrontare questa musica da parte di Toscanini che la fraseggia in modo impareggiabile da grande maestro di musica.


Nel concerto di ieri sera ancora e solo musica russa di un periodo che va dal 1895 al 1938.
Il primo brano era la I sinfonia di Vasily Sergeyevich Kalinnikov, autore, credo, ignoto ai più. Nato nel 1866, morì di tubercolosi a Yalta nel 1901, un paio di settimane prima di Giuseppe Verdi. Di famiglia molto povera iniziò a studiare musica nella scuola locale; poi si trasferì al conservatorio di Mosca che dovette però abbandonare perché non poteva pagare le tasse di iscrizione. Suonatore di fagotto (strumento fondamentale in tutta la musica russa), col quale si guadagnava da vivere, timpani e violino (di fila) attirò l’attenzione del critico e didatta Semyon Nikolayevitch Kruglikov che gli impartì lezioni di armonia e lo avvicinò ad altri musicisti. Si guadagnò una raccomandazione di Ciaikovskij per un teatro di Mosca ma la sua salute era precaria e dovette andare in Crimea dove iniziò a comporre.
La sua I sinfonia fu composta negli anni 1894/95 e fu eseguita nel 1897.
Dico subito che si tratta di un’opera bellissima, onesta, sana e sincera che attirò l’attenzione anche di Toscanini che la eseguì nel 1943.
È un’opera che risente chiaramente dell’influenza di Ciaikovskij e di Borodin (nello scherzo). Queste influenze sono particolarmente visibili nel trattamento dei fiati e nel modo in cui vengono esposte le melodie e nel tipico dialogo tra archi e fiati.
Si tratta di un’opera assolutamente classica scritta da un esponente di quella scuola russa che aderiva ancora alla forma sonata e che quindi, come ricorda Bortolotto, aveva perso la prima linea della musica.
Il primo movimento inizia con una bella melodia che avrebbe sottoscritto anche Ciaikovskij; una melodia ampia che richiama grandi orizzonti. A questa segue un secondo tema bellissimo prima nelle viole e violoncelli e poi in tutti gli archi con un effetto molto coinvolgente.
Il secondo movimento è caratterizzato da un accompagnamento incantato di due note dei violini e dell’arpa che danno vita a una bella melodia dell'oboe.
Scherzo alla Borodin, vigoroso e con richiami alla musica popolare e finale che riprende il tema del primo movimento e si sviluppa poi come una grande festa con apoteosi finale.
Opera forse ingenua e ancora immatura in alcune parti ma che testimonia il grande amore di Vasily Sergeyevich per la grande madre Russia, in un momento ancora incantato prima della catastrofe.
Opera che ha una orecchiabilità immediata che merita di essere assolutamente conosciuta non tanto perché abbia avuto un ruolo nell’evoluzione della musica ma perché è bella.


Seguiva il concerto per violoncello e orchestra di Nikolai Yakovlevich Myaskovsky, autore forse ancora più ignoto, almeno al pubblico italiano. Nato vicino a Varsavia nel 1881 morì nel 1950 scrisse 27 sinfonie. Conosco la VI sinfonia, del 1921/23. Questa sinfonia mette in evidenza una caratteristica della musica di Nikolai Yakovlevich che ho ritrovato anche nel concerto per violoncello e cioè la tendenza agli scarti improvvisi d’umore e all’introversione, come se un’immane tragedia lo sovrastasse. Nel finale della VI sinfonia il turbinio della canzone rivoluzionaria francese citata viene interrotto due volte, la seconda volta anche dal coro, dal canto funebre della tradizione ortodossa del distacco dell’anima dal corpo con effetto raggelante che porta la sinfonia allo spegnimento. La stessa cosa accade nel finale del concerto, che segue ad un privo movimento lirico e meditativo, un allegro che non riesce mai ad essere veramente allegro e non riesce neanche ad essere grottesco come accade invece in Shostakovich, un movimento dove il violoncello, con la sua voce grave e profonda, riporta sempre il discorso ad una dimensione riflessiva ritornando all’inizio del concerto, lì dove era iniziato.


Il concerto si è concluso con l’esecuzione della suite da “Il bullone” di Dmitrij Dmitrievich Shostakovich, balletto del 1931. Questa è un’opera del periodo più modernista di Dmitrij Dmitrievich, un periodo in cui gli artisti pensavano che sotto il regime ci fosse la possibilità di essere liberi di esprimere la propria creatività nei modi più vari ed audaci. Impararono molto presto che non era così e passarono un guaio molto serio, per alcuni senza ritorno. Il balletto narra la storia di un gruppo di proletari operai che salvano la fabbrica da altri operai che la vorrebbero sabotare lanciando bulloni nei suoi ingranaggi. Ad argomento grottesco segue musica adeguata, occasione che Shostakovich non perde lanciandosi in una polka che vede un assurdo dialogo tra due ottavini, un fagotto ed un trombone, uno sdolcinatissimo tango invero con movenze alquanto russe, tipo un "Bolero tartare" alla Rossini, e gran finale.



Esecuzione impeccabile dell’orchestra ben diretta da Alexander Vedernikov, fino a quest’anno direttore del Boshoi di Mosca ma attivo anche in Italia in varie sedi.
Al violoncello Alexander Kniazev, moscovita del 1961, che ha ottimamente suonato nel concerto con bel suono pieno e doloroso. Si è prodotto in due bis bachiani (l’anno prossimo eseguirà le suite di Bach a San Pietroburgo); esecuzioni sicuramente inusuali, o almeno, personalmente non ho mai sentito le suite di Bach suonate così, in modo disinvolto, dove le danze diventano vere danze anche rudi. Molto interessante e abbastanza provocatorio.

mercoledì 9 dicembre 2009

Corvara


Ritorno da una breve vacanza a Corvara.
Tempo discreto, ieri pomeriggio una bufera di neve, oggi un bellissimo sole con -10.
Bellissimi paesaggi invernali.
Belle giornate con la nostra amica Roberta, una sorella per mia moglie, e i suoi figli.
Ora si torna per questo intenso mese breve tra attese, feste e vacanze. Praticamente sono già a gennaio.

mercoledì 2 dicembre 2009

Concerto di Carlo Boccadoro

Ieri sera bel concerto di Carlo Boccadoro dedicato a musiche nelle quali il gioco, in qualche misura, gioca un ruolo importante.
Grande divertimento anche del pubblico direttamente coinvolto nella “composizione” di due brani, il primo di Mozart, Musikalisches Würfenspiel, l’altro di Giovanni Mancuso, I Draghi Locopei.
I due brani, pur nella loro distanza sono piuttosto simili.
Nel brano di Mozart, scritto circa a 7 anni, si compone un minuetto classico in forma ABA dove ogni parte è di 8 battute. Mozart scrisse una serie di battute per la parte A e la parte B ma la sequenza delle battute è determinata dai risultati del lancio di due dati. Ad ogni numero da 2 a 12 e per ognuna delle 8 battute corrisponde una delle battute scritte da Mozart. Il risultato è del tutto casuale ma incredibilmente sta sempre in piedi nel senso che ne viene fuori un brano che non sarà un capolavoro ma ha una sua logica anche perché il rapporto fondamentale di tonica dominante tra A e B viene sempre rispettato.
Nel brano di Mancuso invece ad ogni lettera dell’alfabeto e ad ogni segno di interpunzione sono state associate delle battute o gesti musicali ed inoltre sono previste anche delle azioni che il pubblico deve fare, bere un bicchiere d’acqua, alzarsi in piedi, togliersi il cappello, ecc. Si può giocare, ad esempio, estraendo a sorte un certo numero di tessere oppure inventando una parola o prendendo una parola o una serie di parole. In ogni caso ciò produce una serie di gesti che nel loro complesso producono il brano.
Non c’è praticamente nessuna differenza tra i due brani se non per l’effetto che si produce.
Nel caso di Mozart un branetto più o meno piacevole e grazioso anche se costruito casualmente, nel caso di Mancuso, un brano che può essere curioso, strano, senza senso o con un senso casuale. Ciò è dovuto al fatto che naturalmente nel brano di Mancuso manca l’unità tonale che è presente in Mozart.
Ciò mi fa venire in mente una considerazione sulla musica contemporanea.
La musica contemporanea, come noto, gode di molto meno consenso e pubblico della musica cosiddetta classica. In genere si dice che non è comprensibile e non è piacevole.
Però, quando si ascolta ad esempio un tempo di una sinfonia di Beethoven, che cosa si ascolta realmente? Io non credo che tutto il pubblico sia in grado di cogliere il primo tema, il secondo tema, le modulazioni, lo sviluppo dei temi, ecc. ovvero di capire veramente come è costruito il brano. Però, nel caso di un compositore classico, ciò non produce incomprensione nel pubblico perché la musica possiede comunque delle caratteristiche melodiche e armoniche tali per cui risulta piacevole all’ascolto e ciò rende fruibile il brano anche in assenza di una conoscenza più approfondita della musica, anche se comunque è necessaria una certa abitudine all’ascolto.
La musica del ‘900 non ha caratteristiche diverse da quella dei secoli precedenti. Si parte da un certo materiale musicale che può essere una canzone, lo facevano già nel medioevo, o un brano di un altro autore, o un’idea nuova e ci si lavora attorno per sviluppare, girare, rigirare, vedere sotto tanti punti di angolazione il materiale musicale come fa, ad esempio, Beethoven nello sviluppo del primo tempo della III sinfonia. Però la musica del ‘900 non ha in genere melodia in senso classico e le funzioni armoniche classiche cadono, per cui è una musica che ti disorienta. Se ti viene spiegata la capisci un po’ di più ma comunque il risultato finale non è sempre piacevolissimo all’udito.
Vorrei però anche dire che una musica non può essere apprezzata solo se si capisce come è costruita. Cioè non posso apprezzare un brano dodecafonico solo perché capisco come la serie viene girata e rigirata, ma mi dovrebbe fare comunque un certo effetto, dovrebbe destare in me un interesse indipendentemente da tutto il lavorio che ci sta dietro, nello stesso modo in cui riesco ad apprezzare una composizione di Bach anche se non conosco tutte le regole del contrappunto.
La musica contemporanea dovrebbe quindi uscire da certe torri d’avorio in cui si chiude per aprirsi e rendersi comunque interessante ed ascoltabile senza pretendere nell’ascoltatore una competenza musicale specifica.
Tra glia latri brani eseguiti vorrei segnalare Logica in fiamme di Silvia Colasanti, Mastermind di Mauro Montalbetti, Modern Love Waltz di Philip Glass, Water Music di John Cage e Variazioni Goldrake di Boccadoro.
Grande successo personale di Boccadoro che è anche una persona molto simpatica ed ironica.

lunedì 30 novembre 2009

Wilhelm Furtwängler


Oggi, 30 novembre 2009, sono 55 anni dalla morte di Wilhelm Furtwängler, grandissimo direttore d'orchestra tedesco.
Ebbe la sfortuna, come molti, di vivere il periodo della propria maturità artistica, era nato nel 1886, con il nazismo con il quale convisse poichè egli restò in Germania a differenza di molti altri che se ne andorono.
Per questo fu poi accusato di essere un nazista e dopo la guerra potè tornare a dirigere solo dopo aver subito un processo di denazistificazione.
Molti dei filmati del tempo della guerra registrano la presenza tra il pubblico di gerarchi nazisti, lo stesso Hitler e le sale sono avvolte da grandi stendardi con la svastica.
Credo che lui accettasse tutto ciò per amore per la musica e per la cultura tedesca, di cui era uno dei custodi.
Comunque tutto ciò non ha importanza, era un grandissimo musicista, compositore e direttore.
Il suo stile di direzione d'orchestra era l'opposto di quello di Toscanini. Nessuna ricerca per la precisione assoluta ma valorizzazione al massimo della musica e del senso della musica. La sua mano sinistra vagava morbida per dare tutta l'espressione ma la destra, comunque, batteva il tempo in modo piuttosto preciso. Possedeva in modo infallibile il senso del tempo in musica che non è quello del metronomo ma quello che più conviene all'espressione ed è quindi fluido, dinamico, funzionale al senso musicale. Il suo insegnamento è stato fondamentale per molti musicisti come il Quartetto Italiano ed ancora oggi le sue interpretazioni di Brahms, Wagner, Strauss e Beethoven rappresentano un punto fermo dell'interpretazione, non perchè siano da imitare, ma per il senso della possibilità di interpretazione musicale che deriva da esse.
Fu naturalmente grandissimo interprete di tutta la grande tradizione tedesca da Mozart a Strauss ma fu attento anche alla musica del '900 come si può facilmente verificare consultando i programmi delle sue stagioni a Berlino.
Mi piace ricordarlo nell'allegretto della VII sinfonia di Beethoven e nel finale della IV sinfonia di Brahms, nel 1948 a Londra, dove dirige come posseduto dalla musica.

Mafia?

Di tanto in tanto S.B. dice delle cose che evidentemente gli sgorgano dal cuore. Pagherei non so che cosa per ascoltare cosa dice veramente in privato su varie questioni sulle quali evidentemente deve contenersi in pubblico. Però di tanto in tanto si fa prendere la mano dallo spettacolo e allora sbotta, come nel caso degli interventi sulla mafia oppure quelli sui magistrati che sono persone psichicamente malate per fare il mestiere che fanno, ecc.
Naturalmente non è coinvolto in fatti di mafia, lo dice lui stesso e la mafia non esiste. Io comunque lascerei lavorare la magistratura.
Intanto ieri il suo amico Marcello, livido ed invero piuttosto tirato in volto, ha ribadito che sono tutte falsità e non si capisce neanche perchè si indaghi e che Mangano, lo stalliere mafioso di Arcore arrivato lì solo perché raccomandato da persone di fiducia, è stato un eroe perchè non ha detto quello che gli volevano far dire.
Un eroe per chi?
Dipende sempre da che punto di vista si guarda la questione.
Che Guevara per molti è un eroe per molti altri è solo un terrorista, e così Garibaldi, l'eroe dei due mondi, che per diversi leghisti è stato un pirla perchè poteva lasciare il meridione ai Borboni che eravamo tutti più contenti ed erano più contenti anche i meridionali medesimi, oppure Padre Pio che è stato proclamato santo per le sue virtù eroiche nella fede ma è stato guardato a lungo con sospetto, se non con ostilità, da gran parte della gerarchia ecclesiastica e anche ora non piace a tutti i fedeli, ecc.
Personalmente trovo difficile pensare a S.B. coinvolto in fatti come quelli degli attentati di mafia degli anni '90, e mi viene male solo a pensare che ciò sia possibile anche solo in una lontana ipotesi, però spesso ho capito che non ci si deve stupire di niente per cui spero che si arrivi a conoscere la verità dei fatti, se sarà possibile.

Segnalo il bell'articolo di Sofri da Repubblica.

venerdì 27 novembre 2009

Stagione 2009/10 de LaVerdi - Concerto N. 8


In questo VIII concerto il programma comprendeva "Pause nel silenzio" di Gian Francesco Malipiero e la V sinfonia di Gustav Mahler.
Malipiero, nato nel 1882, fu uno dei rappresentanti della generazione degli '80, che segnò una reazione al modo di fare musica all'italiana, il melodramma, e portò ad un rinnovamento del linguaggio musicale; scelta coraggiosa ed impopolare in un'epoca in cui imperversava ancora il melodramma. Il brano eseguito è del 1917, "Pause nel silenzio"" scritto in pieno periodo di guerra, quando, come ricorda lo stesso Malipiero, "era più difficile trovare il silenzio e quando, se si trovava, molto si temeva d'interromperlo sia pure musicalmente. Appunto per la loro origine tumultuosa, in esse non si riscontrano né sviluppi tematici, né altri artifici...".
La V sinfonia di Gustav Mahler, viene spesso fatta coincidere, alla grossa, con un momento di svolta della produzione mahleriana. Dopo le prime quattro sinfonie legate al mondo del ciclo di lieder del Knaben Wunderhorn e che trovano il loro culmine ideale nel finale paradisiaco della IV, la marcia funebre con cui inizia la V segna un gesto netto, uno strappo che inaugura una nuova stagione. Mentre nelle precedenti II, III e IV sinfonia la voce umana era stata sempre presente anche in forma corale, dalla quinta in avanti le sinfonie saranno solo strumentali, con l'eccezione dell'VIII. Inoltre il linguaggio musicale di Mahler introdurrà un sempre maggior uso del contrappunto, un contrappunto usato non per complicare artificiosamente la musica ma per chiarire sempre di più il discorso e per renderlo più completo ed articolato. In questo modo il racconto musicale di Mahler verrà collocato in una struttura formale più rigorosa non venendo però mai meno alle proprie caratteristiche; il suo linguaggio si purificherà e decanterà in aree di sempre maggiore rarefazione ed astrazione.
Però lo stacco rispetto alle sinfonie precedenti non è così netto. In realtà un cambiamento era iniziato già con la IV sinfonia, molto più classica nella forma delle precedenti II e III. Inoltre nella V sinfonia sono evidenti legami con la precedente IV. Ad esempio il tema della tromba nella marcia funebre iniziale era già presente nel I movimento della IV, e così la piacevolezza viennese del III movimento e il tema della morte dei bambini che nella IV sono posti nel paradiso del finale e nella V sono adombrati dalla citazione dei lieder dei Kindertotenlieder, ovvero le canzoni dei bambini morti, nella marcia funebre.

La quinta sinfonia fu scritta tra il 1901 e il 1902 e fu eseguita la prima volta nel 1904, in periodo molto felice della sua vita quando si sposò con Alma Schindler ed ebbe le due figlie nel 1902 e 1904.
La sinfonia è divisa in 5 movimenti che formano tre parti; la prima costituita dai primi due movimenti, la seconda parte dal III movimento e la terza parte dagli ultimi due movimenti.
La sinfonia inizia con una marcia funebre; non è una marcia idealizzata ma una vera marcia funebre, una banda che accompagna un funerale. Il successivo movimento, tempestoso con grande veemenza, è legato al materiale della marcia funebre; è un movimento estremamente agitato, un gesto disperato, una lotta con tutte le forza del male; solo alla fine del movimento si tenta una via d'uscita positiva con un grande corale che però si spegne subito e il movimento si chiude nella più totale oscurità e negatività.
Il terzo movimento è un grande scherzo con mosse di danza; una musica tipicamente viennese, nostalgica ma nello stesso tempo molto vitale.
L'ultima parte inizia con il famosissimo adagietto per archi ed arpa, un movimento pieno di sentimento e di tensione verso qualcusa a cui si tende senza poterlo, probabilmente, raggiungere. Non è un movimento sereno, anzi è un movimento estremamente tragico che esprime un senso di bellezza totale. Quando l'adagietto si spegne attacca il finale, un grande rondò basato su un lied del Knaben Wunderhorn, quello in cui un asino dal momento che ha le orecchie grandi ricopre il ruolo di giudice in una gara di canto, facendo vincere, naturalmente, il peggiore. Questo tema viene utilizzato per costruire un movimento di grande vitalità ed ironia, soprattutto quando cita stravolgendolo il tema dell'adagietto. Al termine torna il grande corale che porta la sinfonia ad una fine trionfante.
Quale percorso disegna Mahler in questa V sinfonia? Se Beethoven nella sua V sinfonia partiva da un problema tragico ed importante, da un dolore interiore a cui la sinfonia fornisce varie risposte ed alla fine lo porta al più grande senso di gioia nel suo superamento etico, con Mahler lo stato esistenziale negativo della prima parte trova una risposta nella frenesia dello scherzo, della vita, nell'oasi di pace dell'adagietto e nel finale piramidale in cui tutto ritorna con ironia e viene voltato forzatamente in positivo.
Si tratta di un finale provvisorio a cui seguirà un discorso che ricomincerà sempre da capo con la VI e VII sinfonia, un problema interiore ben precedente alla sua biografia e che con la sua biografia non ha quasi nulla a che fare, un problema a cui si tenterà di dare risposte successive tutte provvisorie.
Mahler non può esprimere certezze stabili perchè viveva in un'epoca in cui l'uomo stesso perdeva la propria connotazione di grandezza e tutto appariva improvvisamente provvisorio e non conoscibile e questo rende così difficilmente decifrabile e inconoscibile la sua musica.
Alla larga però dalla psicanalisi in musica e ascoltiamo, nel senso più autentico, la musica di Mahler!
Esecuzione molto buona del direttore Damian Iorio ottimamente assecondato dall'orchestra.

mercoledì 25 novembre 2009

Stagione 2009/10 - La Verdi barocca - I


Ieri sera in Auditorium c'è stata la presentazione del primo concerto della nuova formazione della Fondazione Verdi, ovvero la Verdi barocca che si compone di un'orchestra e di un coro. Tutti i membri sono stati selezionati appositamente per questo scopo; solo il primo violino è uno dei primi violini dell'orchestra sinfonica in quanto ha una specializzazione in violino barocco. Tutti gli altri sono nuovi, italiani e giovani, età media, ad occhio e croce, 28 anni. La cultura, come si vede, crea ricchezza e occasioni di lavoro. Gli strumentisti non suonano alla barocca su strumenti moderni ma suonano strumenti antichi.
Nel concerto verranno eseguite musiche di Monteverdi, la messa a 4 voci, di Francesco Durante, Magnificat e di Pergolesi, il grandissimo Stabat Mater.
Il direttore del complesso, Ruben Jais, ha ben spiegato le ragioni di queste musiche mettendone in evidenza alcune caratteristiche peculiari facendo esempi musicali.
Del resto la musica antica, come quella moderna, ha bisogno di qualche spiegazione in più rispetto all'altra che comunemente si ascolta, peraltro magari male e per abitudine. Ad esempio, per noi abituati ad ascoltare musiche dalle grandi dinamiche e dalle grandi variazioni ritmiche, può essere difficile capire quale effetto dirompente potesse fare ai tempi di Monteverdi passare da un ritmo binario ad uno ternario nell'ambito di un brano. Come pure bisogna avere le antenne ben dritte per apprezzare nel giusto modo delle dissonanze che per noi oggi non sono dissonanze; ad esempio un famoso quartetto di Mozart si chiama proprio delle "Dissonanze" perchè ha un inizio con delle dissonanze che ai suoi tempi risultavano strane ed estremamente ardite mentre oggi, ad un ascolto superficiale, non ci fanno più quell'effetto. Bisognerebbe invece essere ancora capaci di porci nella giusta prospettiva e di capire quella musica antica per i valori che esprime. Certamente si deve fare uno sforzo che è analogo a quello che si compie se si legge, poniamo, "La Gerusalemme liberata" che non può essere letto come un libro della Tamaro.
Speriamo che questa nuova formazione sappia trovare un suo pubblico. Non so quanti del pubblico abituale della stagione sinfonica seguiranno anche la piccola stagione di 7 concerti della Verdi barocca, nel prossimo del 22 dicembre eseguiranno il Messiah di Haendel, ma spero che arrivi anche nuovo pubblico giovane, a cui questa musica può forse essere più vicina della musica, ad esempio, dell'epoca romantica.

domenica 22 novembre 2009

Stagione 2009/10 - Serie '900 II - Schönberg


Nel secondo concerto della serie '900 il maestro Francesco Maria Colombo ha parlato di Arnold Schönberg, concentrando l'attenzione del pubblico sulla composizione giovanile "Verklärte Nacht", ovvero "Notte trasfigurata".
Il brano fu scritto per sestetto d'archi nel 1899 quando l'autore aveva 25 anni e fu successivamenbte trascritto per orchestra d'archi nel 1943.
Questa composizione si basa su una poesia di Richard Dehmel, poeta la cui validità oggi è messa in dubbio ma che allora incontrava i gusti del pubblico a lui contemporaneo.
Il testo poetico parla di un uomo e di una donna che camminano di notte al chiaro di luna in un parco; la donna ha sposato un uomo che non ama mentre ama l'uomo con cui passeggia. La donna confessa al suo uomo di portare in grembo un figlio concepito con suo marito, e ne riceve conforto dal suo amante in un flusso di passione amorosa totale che avvolge i due amanti. La composizione termina nell'incanto del parco notturno alla luce dai mille riflessi della luna.
Al di là di questo programma si tratta di una composizione che produce una grande emozione, una composizione che desta costantemente l'attenzione di chi ascolta, una composizione in cui la musica cambia continuamente intensità. In quelle nuove generazioni la musica non si esprime più con un tema a cui segue un altro tema, ma diventa un tutto continuo dove la musica germina in continuazione da elementi anche minimi.
Nella sua presentazione il maestro Colombo ha messo bene in evidenza le caratteristiche di quel periodo storico della Vienna di fine '800 anche in relazione alla letteratura e alla pittura, un periodo definito decadente dove si perdono le certezze dell'epoca precedente e tutto diventa indefinibile, ambiguo, precario, incerto.
Da un punto di vista strettamente musicale vorrei però far notare che questo brano si connota come una esasperazione di un fenomeno già presente in musica, ovvero quello della variazione continua, nell'utilizzo del materiale e nei suoi aspetti fonici.
Questi incontri sono comunque veramente interessanti proprio per il fatto che il dato musicale viene inquadrato nel periodo e non si spiega solo come è fatto il brano ma se ne danno anche le motivazioni.
Brano incredibilmente bello, che produce incanto, tensione spasmodica, l'estasi, dove ogni momento è un momento di esaltazione dei sensi, una musica erotica quant'altre mai.
Grandissima esecuzione molto apprezzata dal folto pubblico, esecuzione coinvolgente che ha fatto intendere chiaramente la bellezza di questa musica.
Link: Prima parte, la coppia nel parco, seconda parte, lo spasimo della donna e la sua tensione, terza parte, il conforto dell'uomo che la rassicura, la quarta parte, l'incanto dei mille riflessi della notte di luna dove la passione si trasfigura nell'incanto notturno.

venerdì 20 novembre 2009

Stagione 2009/10 de LaVerdi - Concerto N. 7


Nel concerto di ieri sera è stata eseguita in prima assoluta una nuova composizione di Silvia Colasanti, compositrice romana, classe 1975.
La composizione si intitola "Il canto di Atropo" per violino ed orchestra, brano commissionato dall'orchestra Verdi e scritto per il violinista Massimo Quarta che l'ha eseguita.
Nella mitologia greca, Atropo era una delle tre Moire (o Parche), Cloto, Lachesi e Atropo, figlie, secondo una versione, della Notte o, secondo un'altra di Zeus. Erano le divinità che presiedono al destino dell'uomo. Le loro decisioni erano immutabili, neppure gli dei potevano cambiarle. Atropo, la più anziana delle tre sorelle, era colei che non si può evitare; rappresentava il destino finale della morte d'ogni individuo poiché a lei era assegnato il compito di recidere il filo che rappresenta la vita di ogni uomo, decretandone il momento della morte.
Il brano della Colasanti ha cercato di rappresentare tutto ciò. Dopo un inizio cupo e opprimente entra il violino con un canto con accenti quasi appassionati; il materiale musicale viene variato fino alla conclusione dove il violino resta con un filo di suono. Nel brano è interessante come il violino venga spesso fatto suonare nel forte e nel piano per produrre un filo ininterrotto di suono, come il filo della vita che Atropo taglia.
Bella esecuzione con diversi applausi anche all'autrice presente in sala.
Della stessa autrice sabato 28 verrà eseguita in Auditorium l'opera per bambini "Il sole, di chi è?" nell'ambito della rassegna "Crescendo in musica". Magari andrò a sentirla per capire meglio che tipo di musica compone questa giovane musicista.

Massimo Quarta poi si è prodotto in una memorabile esecuzione della Tzigane di Ravel ottimamente coadivato dall'orchestra ben diretta dal Damian Iorio.
La Tzigane è un brano del 1924 scritto originariamente per violino e pianoforte e successivamente orchestrato. Brano raffinato ed arguto, anche ironico nel modo in cui Ravel aderisce ai vezzi di un virtuosismo trascendentale; sembra quasi dire: "Volete anche questo? Eccolo!"
Il concerto era iniziato con l'esecuzione della sinfonia dall'opera "I vespri siciliani" di Verdi, ben diretta da Iorio, e si è concluso con la V sinfonia di Prokofiev, ottimamente eseguita.
Questa sinfonia fu scritta da Prokofiev nel 1944, in piena guerra. Era il momento, però, in cui l'armata russa stava scacciando il nemico e si cominciava a tirare un sospiro di sollievo, da parte russa, per lo scampato pericolo.
Prokofiev con questa sinfonia vuole costruire una opera grande ed imponente.
Il primo movimento è principalmente basato su un tema solenne che viene riproposto con modalità sempre diverse, ora intensificato, ora rarefatto, ora elegiaco, ora grandioso.
Il secondo movimento, uno scherzo con trio, è uno dei brani più clamorosi di Prokofiev, un brano dal grande ritmo e dinamismo; un brano tipico di Prokofiev che ricorda lo stile del balletto Romeo e Giulietta.
Il terzo movimento, un adagio, è basato su un tema dolce ed elegiago; sullo sfondo passano paesaggi angoscianti, la guerra, che vengono però superati da una visione più serena e pacificata.
Il finale inizia con la citazione del tema dell'inizio, serio e solenne. Di colpo però prende la parola il clarinetto con un tema vivace, come uno che fischietta per strada, che inizia una girandola, un vortice inarrestabile, come la rappresentazione in musica della fine della guerra e una ritrovata fiducia per l'avvenire. Alla fine la musica trova una via di uscita in un ostinato feroce, delirante e funambolico.
Non c'è grandiosità in questo finale, ma sollievo. Un anno dopo Shostakovich, a guerra finita, scriverà la sua IX sinfonia, un sinfonia piccola e assolutamente non grandiosa, non celebrativa; anch'essa esprimerà un sentimento analogo, un sollievo senza vera gioia.
Inutile dire che entrambi passarono un guaio serio con il regime.

giovedì 19 novembre 2009

McCartney

Il 10 aprile 1970 Paul McCartney annunciò annunciò in un'intervista di voler lasciare i Beatles e di iniziare la carriera da solista.
Il 17 aprile uscì il suo primo LP da solista dopo lo scioglimento dei Beatles che aveva registrato da solo tra la fine del 1969 e il marzo 1970.
In questo disco, che si intitolava semplicemente McCartney, egli sfruttò tutte le sue grandi capacità di polistrumentista.
Fu un grande successo e la considerazione del pubblico per questo disco è anzi cresciuta nel tempo, superando alcune remore iniziali.
Molti dei brani inseriti nel disco erano stati composti anni prima e sarebbero dovute entrare in album dei Beatles ma poi scartate: Junk dal White Album e successivamente da Abbey Road e Teddy boy da Let it be.
Su tutte, personalmente, preferisco il brano Maybe I'm Amazed una canzone veramente bella che dopo un inizio al piano assolutamente neutro ha uno scatto in avanti che le dà un bello slancio e una gran linea melodica.

mercoledì 18 novembre 2009

Acqua


Si va verso la privatizzazione in fretta e furia con voto di fiducia (!) dei servizi legati all'acqua.
Meglio dare ai privati l'incombenza di occuparsene e di occuparsi anche della rete colabrodo che abbiamo piuttosto che affrontare un problema che necessiterebbe tante risorse finanziarie quanto, pare, fare otto inutilissimi ponti sullo stretto di Messina.
I privati probabilmente lasceranno la rete così com'è ma le tariffe aumenteranno.
Queste società di gestione dovrebbero essere controllate dalla mano pubblica; si spera che almeno lo facciano seriamente.

Link: vedi il commento di oggi su Repubblica.

domenica 15 novembre 2009

Carlo Boccadoro


Grazie a mio cugino Gigi sono entrato in contatto, non fisicamente, con il musicista Carlo Boccadoro, che, al di là delle classificazioni, è soprattutto un musicista onnivoro che non disdegna pregiudizialmente alcun genere e che ama profondamente la musica in (quasi) tutte le sue manifestazioni. Andrò ad ascoltarlo il primo dicembre quando terrà un concerto a Milano al Teatro I.
Ho acquistato il suo libro intitolato "Lunario della musica" dove per ogni giorno dell'anno consiglia un CD, una musica, un autore. Le segnalazioni sono però molte di più di 365 perché i rimandi anche ad altri autori e a loro produzioni sono continui. Fortunatamente alcuni dei CD che consiglia li ho già però conoscendomi temo che la curiosità di procurarmi anche il resto che non ho, che è molto, prevarrà, la qual cosa comporterà una certa spesa, ma la tentazione di fronte a certi titoli è troppo forte. Titoli rimasti lì per anni e che ora incoraggiato dalla sua descrizione mi deciderò a conoscere. Ce n'è per tutti i gusti, da Endrigo a Zappa, da Lennon a Cage, dall'ultimo magnifico Battisti ad Haydn. Penso che acquisterò anche l'altro suo libro sul jazz perchè mi piacerebbe averne una conoscenza più approfondita.
Su SKY classica hanno mandato un programma su di lui l'altra sera dove dirigeva un suo pezzo molto bello, descrizione di una rabbia profonda per certe nefandezze che accadono, che si intitola "Bad blood" per pianoforte e piccola orchestra e un altro brano per violoncello e orchestra con Enrico Dindo, assolutamente strepitoso, difficile ma eccitante, un brano in due parti: la prima estremamente ritmica ed eccitata e la seconda, basata sullo stesso materiale della prima, molto più calma, una visione e riconsiderazione di tutto quanto era venuto prima. Molto interessante.

venerdì 13 novembre 2009

Musica del '900


La musica del '900 è in genere meno conosciuta di quella del '700 o dell'800. I motivi sono vari.
Uno di questi motivi risiede nel fatto che dal punto di vista armonico la musica del '900 tende a non rispettare più quelle regole che la musica tonale aveva rispettato per secoli. Se Beethoven scrive una sinfonia in Fa maggiore, la nota FA sarà la nota fondamentale del pezzo; quindi un tema in FA parte e torna al FA ed anche il giro armonico del pezzo è tale per cui alla fine si torna alla nota principale. Questa centralità della nota fondamentale viene già messa in discussione nell'800,ad esempio, da Wagner nel Tristano. In quest'opera prevale costantemente una certa ambiguità armonica e la musica procede per continue mutazioni e transizioni senza mai raggiungere un punto di stabilità. Questa instabilità genera una inquietudine, quasi un malessere. Non si hanno più momenti di affermazione forte di identità come accadeva nella musica "classica". La V sinfonia di Beethoven inizia in do minore e termina nel più affermativo ed esaltante do maggiore e la sua IX sinfonia inizia in re minore e termina nel re maggiore dell'Inno alla Gioia, una tonalità maggiore conquistata magari a fatica passando tra vari momenti di incertezza ma alla fine affermata in tutta la sua forza. La IX di Mahler, invece, inizia in re maggiore, un re maggiore però non affermativo ma sentimentale e nostalgico e termina in re bemolle spegnendosi, morendo.
Un'altra caratteristica della musica del '900 è la ricerca sul suono. Se nei secoli precedenti ogni strumento suonava in certi registri e produceva un certo suono, nel '900 gli strumenti vengono portati spesso a suonare in registri inusuali producendo suoni nuovi. Ad esempio nel famoso inizio della Sagra della primavera di Stravinskij egli fa suonare il fagotto in un registro acuto del tutto inusuale per questo strumento che si era abituati ad ascoltare in un borbottio e brontolio buffo e caricaturale, un clown dell'orchestra portato a fare il buffone. Molte delle reazioni negative alla prima della Sagra erano dovute proprio a questo uso degli strumenti. Uso strano che però non era nuovo perchè ad esempio nei Troiani, scritti attorno al 1860, Berlioz, nella scena dell'apparizione dello spettro di Ettore, fa suonare la tromba in un registro estremamente basso e, per prevenire reazione dal parte del suonatore, aggiunge una didascalia dove assicura che quelle note, ancorchè inusuali, esistono.
Nella musica del '900 inoltre vengono introdotti molti altri strumenti che normalmente non facevano parte dell'orchestra, soprattutto tra le percussioni e sono stati introdotti anche suoni elettronici a partire dal Theremin e dalle Onde Martenot utilizzate da Olivier Messiaen in una delle più clamorose musiche del '900, la sinfonia Turangalila del 1948.
Anche dal punto di vista formale la musica del '900 introduce grandi novità. Se prima la musica si esprimeva con forme ampiamente consolitate dalla pratica quali la sinfonia, il quartetto d'archi, il quartetto con pianoforte, la sonata per pianoforte, il concerto con strumento solista, il trio, la sonata per due strumenti, l'opera, nel '900, a parte alcuni autori, ad esempio Shostakovich, si assiste alla proliferazione delle forme e delle combinazioni di strumenti.
Nel '900 si produce quindi una grande varietà di tipologie musicali dovuta anche alle grandi differenze che esistono tra il far musica da parte dei vari musicisti. Se nei secoli precedenti il linguaggio musicale era piuttosto omogeneo per cui la musica di Bach non differisce di molto da quella di Telemann o di Haendel, la musica di Haydn e quella di Mozart sono piuttosto simili dal punto di vista delle forme, degli strumenti e dell'uso degli strumenti e il patrimonio armonico è identico, nel '900 invece ogni musicista, a parte gli emuli, ha un linguaggio musicale estremamente caratteristico per cui non si può confondere Debussy con Ravel o Milhaud, Bartok con Stravinskij, Elgar con Britten o Walton, Copland con Gershwin o Bernstein, ecc.
Nel '900 inoltre ogni nazione produce la propria musica portandosi dietro il linguaggio tipico della propria tradizione musicale. Ciò era già iniziato nell'800 con le scuole nazionali che però tutto sommato si esprimevano ancora con il linguaggio tipico della musica di area tedesca anche se usavano alcune caratteristiche delle tradizioni musicali del loro paese, ma nel '900 questo fenomeno esplode ed ecco quindi uscire allo scoperto tutta l'America dal nord al sud, gli anglosassoni e le nazioni orientali.
In totale quindi la musica del '900 presenta una varietà di linguaggi, di contaminazioni e di atteggiamenti musicali tali per cui ogni brano ha una propria caratteristica e richiede quindi all'ascoltatore un'attenzione che non si basa sull'abitudine, come può forse erroneamente accadere per la musica "classica" per cui ascoltare la sinfonia 29 di Mozart o la 91 di Haydn non richiede un grande mutamento di approccio nell'ascolto.
Si fa più fatica ad ascoltare la musica del '900 ma è la nostra musica.
Uno dei maggiori raggiungimenti musicali del primissimo '900 è "La Mer" di Claude Debussy (1862-1918) eseguito la prima volta nel 1905.
Questo brano, un caposaldo della musica del '900, è un brano in cui si descrivono tre momenti del mare.
Nella prima parte il mare dall'alba al sorgere del sole in tutto il suo splendore.
Nella seconda parte, uno scherzo, il gioco delle onde con la loro contiunua frantumazione in mille riflessi.
Nella terza parte il mare minaccioso, il mare che fa paura nel suo dialogo con il vento.
Non è musica descrittiva. Il fatto che sia intitolata al mare può essere considerato incidentale. Per Debussy è un'occasione per scrivere un pezzo dalle mille sfumature orchestrali; del resto il tema del mare torna spesso in Debussy.
Un grandissimo brano sinfonico, uno dei più grandi brani sinfonici della musica francese.

martedì 10 novembre 2009

Nonno Libero batte GF


Nonno Libero ha battuto negli ascolti il Grande Fratello.
Personalmente non guardo Nonno Libero, anche se Lino Banfi è un grande attore dalla grande umanità, ma di sicuro detesto il Grande Fratello, massima stupidaggine televisiva di cui forse la gente non ne può più.
Speriamo che gli sponsor paghino di meno gli spazi pubblicitari visto il calo di ascolti del GF.

Strabismo


L'Italia è un paese con un curioso strabismo.
Si lamenta la lentezza dei processi e la giustizia che non funziona e poi si cerca di fare in modo che la giustizia non funzioni in certi casi particolari.
Si lamenta lo stato fatiscente di tantissime scuole italiane che cadono a pezzi e non si attua un piano di edilizia scolastica per la loro messa in sicurezza e modernizzazione.
Si porta avanti il progetto dell'alta velocità dei treni e poi ci sono i problemi che si sentono tutti i giorni con i pendolari.
E' vero che non ci sono i soldi per tutto e che bisogna darsi delle priorità ma queste priorità dovrebbe andare nella direzione dell'interesse generale di tutti.
C'è un governo che vuole cambiare l'Italia per farla diventare più moderna ed efficiente tramite opere come ad esempio il ponte sullo stretto e che contemporaneamente taglia 800 milioni per la banda larga (hanno scoperto ora che Telecom è privata! davvero? chi l'avrebbe mai detto!) che significa internet più veloce per tutti con sviluppo quindi del commercio on-line e della competitività delle aziende e che comporta anche migliaia di posti di lavoro per le infrastrutture, la gestione della rete e della sicurezza.
Si continua ad insistere con questo progetto dello stretto, che appare francamente rispondere ad una logica vecchia, quando oggi con lo sviluppo del trasporto aereo low-cost arrivi ovunque con quattro soldi. Non credo che, se ci fosse il ponte, un milanese che debba andare in Sicilia sarebbe invogliato a fare il viaggio in automobile, credo che prenderebbe comunque l'aereo e così farebbe anche un romano, un barese o un napoletano.
E anche per uno che andasse in vacanza in Sicilia arrivando in auto dal nord, quando si è già fatto ore di viaggio, non credo gli cambi molto la vita aspettare l'imbarco a Villa San Giovanni.
Quindi il ponte potrebbe servire soprattutto al traffico locale tra Calabria e Sicilia.
Siamo sicuri quindi che le valutazioni di economicità di questo investimento siano valide dopo così tanti anni che se ne parla?
Poi vorrei aggiungere che lo stretto di Messina è bellissimo così com'è.
Vedi anche questo articolo.

Immunità parlamentare

Ieri sera al TG1 delle 20 il direttore Minzolini ha fatto uno strano editoriale per parlare dell'immunità parlamentare. Uso l'aggettivo "strano" perchè ho trovato inusuale che il direttore di un TG nazionale entrasse così direttamente su un argomento politico dicendo quella che doveva passare per essere la sua opinione sull'argomento mentre probabilmente era l'opinione di un altro soggetto interessato all'argomento medesimo. L'intervento era strano inoltre perchè cadendo ieri la ricorrenza della caduta del muro di Berlino ci si sarebbe aspettati un intervento su quell'evento, ed invece niente, era più importante parlare di immunità, ultimo rimedio per correre in soccorso del premier più innocente del mondo, e appunto per questo più perseguitato dopo la fine che ha fatto il lodo Alfano e le difficoltà che ci sono nel far passare altri mezzucci giuridici o presunte riforme della giustizia. Strano inoltre perchè Minzolini, quando appare in video, pare lo faccia unicamente in funzione di una finalità politica a favore del PDL quasi ne fosse un portavoce aggiunto a Bonaiuti e a Capezzone.
Nel suo intervento mi pare inoltre che Minzolini abbia dato un'interpretazione errata del motivo per cui l'immunità era stata introdotta dai padri costituenti; il motivo, secondo Minzolini, sarebbe che si voleva impedire che il potere politico potesse cadere vittima del potere giudiziario, come se la magistratura fosse lì per cercare in continuazione di prendere il potere sovvertendo il voto popolare. Secondo me non è così. Secondo me la magistratura interviene a fronte di denunce, di accertamenti, non credo che intervenga per sovvertire il voto nè si accanisca nei confronti di una persona solo perchè è premier. E' chiaro che se un politico viene messo sotto giudizio tenta di buttarla in politica anche se imputato per fatti accaduti prima che entrasse in politica, come nel caso del processo Mills, e dica che i giudici sono comunisti, che ce l'hanno con lui (tutti lui li becca i giudici faziosi!) e che vogliono sovvertire il voto popolare; è il tentativo disperato di un disperato che sta cercando di salvarsi con un alibi. Penso invece che l'immunità parlamentare fosse stata introdotta ad esempio per garantire ai politici la libertà di esprimere le proprie opinioni e le proprie idee senza incorrere in denunce o querele e non per garantire l'immunità, ovvero l'impunità, per reati veri, di natura fiscale, amministrativa o penale. Penso che i magistrati siano persone che agiscono secondo i dettami della legge che può essere anche scomoda ma che va rispettata da tutti.
L'immunità è stata abolita nel 1993 a furor di popolo. Io sarei d'accordo di introdurla nuovamente solo garantire i parlamentari nello svolgimento della loro attività politica, ammesso che questa sia fatta "nell'interesse esclusivo del paese".

venerdì 6 novembre 2009

Alberi a Milano


Come noto, Claudio Abbado il prossimo giugno tornerà a dirigere alla Scala la Filarmonica in una sinfonia di Gustav Mahler.
Per farlo ha posto una condizione all'amministrazione comunale, ovvero di piantare 90.000 alberi a Milano.
Il progetto è partito un po' timidamente nei mesi scorsi mettendo delle piante un po' qua, un po' là, in vasi; moltissime piante sono morte nel giro di poco tempo per incuria e per avverse situazioni ambientali.
Ora arriva Renzo Piano, il grandissimo architetto genovese sempre così attento alle questioni ambientali, con un progetto per mettere piante nel centro della città: piazza Duomo direttrice Cordusio, piazza Castello ma questa collaborazione potrebbe estendersi anche ai Raggi Verdi, direttrici ciclabili e pedonali dal centro alla periferia in funzione anche del prossimo Expo.
Spero che questa collaborazione vada a buon fine e che si porti avanti un bel progetto per migliorare la vivibilità di Milano, città amata da chi ci è nato (Alda Merini, che abitava sui Navigli e non accettò mai un'altra casa, diceva che se ne sarebbe andata da Milano solo per il Paradiso, ma che anche lì sperava di avere una casa sul Naviglio) ma il cui amore è messo quotidianamente a dura prova dalla situazione ambientale milanese, non propriamente ideale.
Ci sarebbe anche il problema del traffico; se ne parla da sempre ma con scarsi risultati.

giovedì 5 novembre 2009

Crocifisso


Siccome non ci facciamo mancare niente arriva anche la polemica su Crocifisso si Crocifisso no.
Si potrebbero dire tantissime cose ma credo di non avere grandi certezze sull’argomento però vorrei richiamare alcuni punti.
1. l’articolo 7 della Costituzione dice che “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.” e l’articolo 8 che “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.” Peraltro la Costituzione "non prescrive alcun divieto alla esposizione nei pubblici uffici di un simbolo che, come quello del Crocifisso, per i principi che evoca e dei quali si è già detto, fa parte del patrimonio storico" come si legge nella circolare ministeriale del 9 giugno 1988 N. 157
2. nelle scuole il Crocifisso non è previsto da alcuna legge ma da circolare ministeriale sugli arredi scolastici all'art. 118 del R.D. 30 aprile 1924, n. 965 e dall'allegato C del R.D. 26 aprile 1928, n. 1297 ribadite poi dalla circolare ministeriale del 9 giugno 1988 N. 157
3. sento pontificare su “radici cattoliche”; ricordo che il cardinale di Milano Tettamanzi ha ricordato che più che le radici si dovrebbero guardare i frutti del proprio essere cattolici e qui temo per molti politici e/o opinionisti pontificanti cadrebbe di brutto l’asino
4. sento parlare di radici cattoliche da gente (leghisti) che poi si sposa con rito celtico, omaggia il dio Po e canta inni ad Odino
5. sento Bersani dire miseramente che non ci si deve preoccupare del Crocifisso perché è un “simbolo inoffensivo”, cioè sarebbe un pupazzetto che puoi anche tenere appeso ad un muro tanto non ha alcun significato, puoi anche guardare altrove
6. sento parlare di “Corte europea ideologicizzata” mentre la Corte ha solo risposto ad un ricorso sollevato da una persona per presunte violazione della Convenzione sui diritti dell’uomo.
A me personalmente il Crocifisso appeso ad un muro non dà fastidio ma non mi scandalizzerei se venisse tolto; del resto già accade da anni, ad esempio in varie scuole, che non ci sia il Crocifisso in aula.
Si dovrebbe però capire che cos'è il Crocifisso e cioè che è il simbolo della sofferenza, della più grande sconfitta che per paradosso diventa la più grande vittoria. Il Crocifisso con la sua simbologia è lì a ricordarci questo, se siamo in grado di capire la sua simbologia; se invece deve restare lì dov'è solo perchè è una tradizione allora tanto vale toglierlo perchè non si può banalizzare e svendere un simbolo così, tantomeno svenderlo alle pantomime politiche.
Penso anche che la fede non aumenta o diminuisce a seconda che in un’aula di tribunale o di scuola ci sia o non ci sia il Crocifisso. Credere in Dio, la fede è una questione privata, personale, è un cammino e una ricerca che ognuno di noi può compiere, se vuole, che non ha bisogno necessariamente che un simbolo di quella fede sia presente nei luoghi pubblici. Se anche non ci fosse il Crocifisso nelle aule scolastiche cosa cambierebbe per gli alunni e per la loro fede nei valori del cristianesimo? Io penso nulla perché credo che la fede possa venire soprattutto dalla lettura e dallo studio dei Vangeli, della figura straordinaria di Gesù Cristo che ha detto cose molto impegnative e che nessuno aveva mai detto prima e nessuno dice ancora oggi, che bisogna amare il prossimo, che gli uomini sono tutti uguali, che siamo tutti fratelli, ecc.
Per me questo è un falso problema creato da gente di poca fede.