lunedì 28 maggio 2012

Indagini

Non volevo dirlo subito ma ci avrei giurato che, come al solito, dopo l'inizio in cui sembrava che la soluzione fosse a portata di mano (l'immagine della telecamera, ecc.) le indagini sulla bomba di Brindisi ripartono da zero perchè non si è scoperto nulla, tanto che ci si chiede se stiamo vivendo un momento di ritorno dello stragismo, si riparla dei Georgofili, di mafia, di criminalità organizzata, di possibili rappresaglie, ecc. e se tutto ciò abbia una qualche relazione con la crisi della politica e ci si lancia in analisi sociologiche, ecc. ecc. Non riesco però  a capire perchè fare un attentato di fronte a quella scuola. Solo perchè intitolata a Falcone e sua moglie? Ho paura che anche questa inchiesta finirà nel nulla come molte altre: Piazza Fontana, Piazza della Loggia (anniversario oggi), ecc. Paese misterioso, l'Italia! Misteri inestricabili. Intanto sento parlare ancora di anarchici. Non che gli anarchici in linea teorica non possano essere implicati ma, dopo piazza Fontana, Valpreda e Pinelli che si "suicida" nella Questura di Milano slanciandosi con un balzo felino dalla finestra aperta al grido di "E' la fine dell'anarchia" a seguito dell'alterazione del centro dell'equilibrio, appena sento uno parlare di pista anarchica mi insospettisco di brutto, sento proprio un fastidio fisico. Mi sbaglierò, ma è così.

Giovanni Benelli e la Solisca da Cervia

Per caso ho visto in televisione la Solisca e suo marito Giovanni Benelli da Cervia che sono i proprietari della pensione dove i miei andavano al mare negli anni '50 e che celebravano il loro anniversario di matrimonio, 70 anni! Ora hanno 92 e 95 anni. La settimana scorsa li avevo già chiamati e andremo a trovarli, io e mia moglie, il 16 giugno quando torneremo dal Salento e ci fermeremo una notte. Il giorno dopo pranzeremo lì perchè non ci vogliamo perdere la loro magnifica cucina, e poi amo la Romagna e quella bella parlata che assimilavo immediatamente e quando tornavo a milano parlavo con un accento romagnolo da paura. Anni fa, nel 1997, eravamo in giro da quelle parti attorno al primo maggio e ho detto a mia moglie: "Ora ti porto in un posto". Erano più di 35 anni che non andavo più lì ma ho trovato facilmente la strada. Dalla stazione si prende il vialone che porta al Grand Hotel sulla spiaggia; tue traverse prima si gira a destra in via Volturno e si è arrivati. Il viale era uguale e all'ingresso del vicolo che porta alla loro casa ho sentito il profumo di un fiore che cresceva e cresce lì. E' incredibile perchè non ho mai sentito quel profumo in nessun altro posto al mondo. Poco avanti c'è la loro casa. Quasi tutto uguale. Il cancello era socchiuso per cui siamo entrati ma non c'era nessuno. Ad un tratto si è aperta una porta ed è uscito un uomo piuttosto avanti negli anni, il signor Giovanni, che mi guarda e mi fa: "Guglielmo! Solisca, vieni, c'è Guglielmo!" Io sono rimasto di sasso. Non ci potevo credere che si ricordassero ancora dopo così tanti anni e che io fossi così riconoscibile. E' stato un incontro molto bello anche perchè ho rivisto il loro figlio minore, Gianpaolo, che era il mio amico d'infanzia di Cervia e che invidiavo molto perchè sapeva nuotare sott'acqua con gli occhi aperti. In quella occasione ho saputo che anche la mia amica Ambra, milanese (la si vede nella foto col panino, poi ci sono io, Anna e Gianpaolo a San Marino), di tanto in tanto passava da lì a salutarli. Sono state proprio una cosa bella quelle vacanze in quelle spiagge immense dove, allora, c'era una sola fila di ombrelloni, dove il nostro bagno, proprio vicino al Grand Hotel, era solo due piccole file di cabine controllate da una enorme bagnina che ti dava l'acqua da un bidone, dove si poteva correre con un aquilone, dove si potevano fare delle bellissime piste per giocare con le biglie, dove passava una donna con una grande cesta di vimini che vendeva bomboloni tutta vestita di bianco e con il fazzoletto bianco in testa, dove gli alparlanti su alti pali annunciavano spettacoli serali a Milano Marittima, dove si faceva il giro con il moscone, dove ci si poteva sdraiare a pancia in giù sulla spiaggia per guardare la spiaggia ad altezza zero e il mare.

sabato 26 maggio 2012

Leonidas Kavakos & friends

Ieri sera, per le Serate Musicali, al Conservatorio il grande violinista Leonidas Kavakos ha iniziato un percorso nella musica da camera di Brahms. Ha iniziato con i due sestetti per archi e per farlo ha chiamato cinque grandi musicisti amici: il violinista Alexander Hohenthal, la violista Diemut Poppen, il violista Hariolf Schlichtig, il violoncellista Patrick Demenga e il violoncellista Giovanni Gnocchi.
Insieme hanno eseguito i due sestetti di Brahms, due opere di raro ascolto dal vivo (a me non era mai capitato di ascoltarle). Il Sestetto n. 1 in si bemolle maggiore op. 18 fu composto tra il 1859 e il 1860. E' un'opera serena, distesa; basta ascoltare il tema iniziale del primo movimento annunciato dal violoncello e ripreso dal violino per ritrovarci in un mondo incantato alimentato dal meraviglioso mondo armonico di Brahms. Il secondo movimento è un tema con variazioni dal sapore arcaico e come se venisse da molto lontano, una specie di reminiscenza di una Follia barocca e forse delle variazioni in do minore di Beethoven WoO 80 per pianoforte. Gli ultimi due movimenti chiudono il sestetto in modo sereno.
Il sestetto n. 2 in sol maggiore op. 36 fu composto tra il 1864 e il 1865. Nella composizione di questo sestetto si innesta un fatto biografico che riguarda Brahms, il suo amore per Agathe von Siebold, figlia di un professore. Il sestetto, nei primi tre movimenti è avvolto in un clima delicato e soffuso; magnifico è il terzo movimento, ancora una volta un tema con variazioni, dove Brahms raggiunge momenti di concentrazione e di malinconia assoluti. Il discorso si anima nel finale che si distende in un canto sottovoce ma intenso. L'amore con Agathe terminò ben presto e così Brahms si ritrovò einsam aber frei, solo ma libero, che poi era ciò che desiderava di più. Questa musica sembra proprio esprimere questo sentimento amoroso e quasi di sollievo con venature di malinconia nel tenero ricordo di un tempo ormai passato.
Le esecuzioni sono state splendide perchè, a parte Kavakos che è un violinista meraviglioso, come diceva il mio vicino di posto "Uno dei pochi che vale veramente la pena di seguire", gli altri cinque non erano da meno e l'intesa complessiva era ottima, segno di un lavoro di concertazione molto accurato.
Potrà sembrare ripetitivo che io elevi praticamente sempre alti lodi a questi concerti delle Serate Musicali o della Società del Quartetto ma il fatto è che in questi concerti vengono solitamente proposte musiche da camera magnifiche eseguite da solisti che sono ai vertici del, chiamiamolo così, ranking mondiale. Di conseguenza è ovvio che si tratta praticamente sempre di grandi concerti portatori di grandi emozioni.
Anche ieri sera il pubblico ha premiato i sei musicisti con un'autentica ovazione come ben raramente mi capita di ascoltare in concerti sinfonici.

venerdì 25 maggio 2012

Tre B in Auditorium.

Come Cremona è la città delle tre T, torrone, torrazzo e terrazze (terrazze? non mi pare), ieri sera l'Auditorium si è trasformato nella cittadella delle tre B, ma non quelle famose e tedesche (Bach, Beethoven e... Brahms?) bensì le B di Bacewicz, Bruch e... Bartok, una polacca, un tedesco e un ungherese il tutto sotto la bacchetta entusiasta ed energetica di John Axelrod.
Di Grazyna Bacewicz è stato eseguito il concerto per orchestra d'archi del 1948, in tre movimenti, una pagina molto godibile e di piacevole ascolto con un secondo movimento molto intenso, un brano ben scritto con mezzi tradizionali. Direi una bugia se dicessi che questa musica mi ha coinvolto o eccitato in modo particolare. Per rimanere i quegli anni, il 1946 per essere precisi, Igor Stravinskij scrisse un concerto per archi, il Basel concerto, che mi sembra più interessante. Comunque la proposizione di un brano della Bacewicz, che non è certo molto eseguita, almeno da queste parti, è assolutamente meritevole e gli archi dell'orchestra Verdi, ben diretti da John Axelrod le hanno fatto un bel servizio con una bella esecuzione.
Poi è arrivato il concerto per violino n. 1 op. 26 del 1866/1868 di Max Bruch. Credo che questa musica sia una delle pochissime di Bruch rimaste in repertorio. Certamente l'opera è accattivante: belle melodie, pathos, un adagio zuccheroso come pochi ed un finale zingaresco con un bel ritmo trascinante ma anche una bella e sicura scrittura orchestrale; un prodotto quindi confezionato con tutti i crismi per essere un brano di successo come infatti fu ed è. Ad eseguire il concerto è stato chiamato David Garrett che si è presentato sul palco con gli anfibi (come Stefano Montanari, il grande primo violino dell'Accademia Bizantina, del resto), una maglia chiara su cui c'era scritto qualcosa che non ho capito e c'erano un paio di facce stampate, una giacchetta, i capelli raccolti in un codino, tipo Ibrahimovic. David Garrett è, a quanto pare, il re del genere crossover, genere a metà tra il rock e il classico dove brani rock vengono rifatti per grande orchestra con arrangiamenti accattivanti ma accade anche il contrario con brani classici rifatti in chiave rockettara. Naturalmente le musiche classiche scelte devono essere adatte. Ad esempio Beethoven che è stato un grande rockettaro del passato è molto adatto, un po' meno Bach, ad esempio, troppo jazzistico e si sa che il jazz non piace molto alle donne, anche se non si capisce il motivo, e se manca il pubblico femminile buona parte del business si vanifica. Naturalmente queste sono operazioni di natura esclusivamente commerciale ed in un'epoca in cui le case discografiche vedono diminuire drasticamente le vendite di CD ben vengano, per loro, personaggi tipo Garrett; è vero però che è grazie ad operazioni di questo tipo che le medesime case discografiche possono realizzare altri CD con musiche magari di Kurt Weill o Charles Ives o John Coltrane che di copie ne venderanno veramente pochine. Non mi vengano invece a dire che con questi prodotti si avvicinano i giovani alla musica classica perchè sarebbe come dire che si avvicina qualcuno alla pittura facendogli vedere dei fumetti. Non è mai stato così, fin dai tempi nefasti di Sylvie Vartan e il suo immortale Caro Mozart (notare le parole), senza dimenticare questo struggente, nel senso che fa piangere, Waldo de los Rios. Non avevo mai sentito David Garrett prima di ieri sera se non nella performance che ha fatto sul campo dell'Allianz Arena di Monaco per la cerimonia inaugurale della finale di Champions League dove è uscito correndo sul campo suonando il violino. Certo se inciampava rischiava di fargli male come fece nel 2007 con un Guadagnini del 1772 quando a Londra inciampò e lo fece a pezzi; spero che almeno non fosse lo Stradivari. David Garrett, comunque, è un bravo violinista che ha eseguito bene il concerto, con qualche imperfezione, ma solo Heifetz era perfetto. L'unico appunto che mi sentirei di fare è quello sul tempo adottato nel finale, che secondo me era troppo veloce per cui il discorso diventava affannoso senza acquistare in eloquenza ed energia. Per intendersi meglio (molto) questo. Comunque recentemente ho ascoltato vari violinisti e, prendendone una che ha circa la sua età, Hilary Hahn, devo dire che per me è molto più brava, senza dubbio. Grande fibrillazione e ormoni a palla in buona parte del pubblico femminile, neanche avessero mai visto un bravo violinista in Auditorium: ci dimentichiamo un certo Joshua Bell? oppure Daniel Hope che fece un primo concerto di Shostakovich da antologia? Ma forse il "bravo musicista" non c'entra proprio. (Forse???) Comunque spero che David Garrett non vada avanti per tutta la vita a fare crossover, anche perchè di sicuro verrà fuori qualche altro violinista maschio o femmina che prenderà il suo posto, mentre, studiando, diventerà un grande violinista.
Per finire il Concerto per orchestra di Bela Bartok, un autore che mi coinvolge sempre molto e che personalmente considero uno dei più grandi, se non il più grande, della prima metà del '900, un autore la cui musica ha un contenuto spirituale altissimo. La composizione gli fu commissionata dalla Boston Symphony Orchestra nel 1943. Bartok si era rifugiato negli Stati Uniti alla fine di ottobre 1940 fuggendo da un'Ungheria sempre più ostile ma era già stato negli Stati Uniti, in aprile/maggio dello stesso anno, ed aveva registrato con il grande violinista Benny Goodman e il grande violinista Joseph Szigeti una sua composizione, Contrasts. Il concerto per orchestra, essendo scritto per una grande orchestra americana, famosa per il suo virtuosismo in tutte le sezioni, è scritto in modo molto brillante e tutti gli strumenti, prima o poi, hanno modo di mettersi in evidenza. Ciò accade in modo molto evidente nel secondo movimento, dove a coppie entrano tutti i fiati, ottoni compresi che si distendono in un bellissimo corale. Il titolo stesso della composizione, concerto, rimanda ad un tipo di scrittura che serve a mettere in evidenza la bravura di uno o più solisti; in questo caso è tutta l'orchestra che è chiamata ad essere molto virtuosa. Bartok però è bravissimo a non scrivere un brano puramente esteriore e roboante tanto che il concerto ha anche momenti oscuri, tenebrosi, notturni, elegiaci come il terzo tempo o buona parte del brillante primo movimento, o nostalgici nella serenata del quarto movimento, interrotta da un elemento di disturbo da scacciare con un gesto. Il finale invece è molto brillante con un'elaborazione sinfonica magistrale. Un gran brano di musica, scritto benissimo, di grande effetto nonostante Bartok usi un'orchestra tutto sommato normale.
Molto bella l'esecuzione dell'orchestra ben diretta da John Axelrod con le prime parti tutte in bella evidenza.
Pubblico, sorprendentemente scarso, considerando che c'era David Garrett ed inoltre molti dopo la prima parte se ne sono andati con l'uscita di scena del loro idolo per il quale erano evidentemente venuti. Chissà che palle si sono fatti con la Bacewicz e Bruch, ma del resto era l'obolo da pagare per farsi autografare il CD che tenevano in mano mentre Bartok, probabilmente, rimarrà per loro un'entità aliena.

giovedì 24 maggio 2012

Concerto in memoria di Falcone e Borsellino

Stasera un bel concerto in Auditorium in ricordo di Falcone e Borsellino diretto da Jader Bignamini.
Per l'occasione è stato eseguito l'oratorio laico Trogos per voci, coro e orchestra di Matteo d'Amico basato sull'Orestea di Eschilo. Il testo recitato e cantato ripercorre infatti le tre parti di cui si compone l'Orestea, Agamennone, Corefoe ed Eumenidi con il passaggio dal clima violento caratterizzato dall'assassinio di Agamennone ad opera di Clitemnestra e dall'assassinio di Clitemnestra ad opera di suo figlio Oreste, e dall'organizzazione sociale governato dalle Erinni per le quali l'assassinio non è espiabile e deve essere vendicato, alla definizione di un nuovo modello di società dove viene istituita la giustizia amministrata da un organo nominato. Su questo filo conduttore d'Amico ha costruito un brano in cui le voci recitanti svolgono la trama con il commento del coro ed il sottofondo dell'orchestra come in una colonna sonora. Ne è venuto fuori un brano interessante con bei momenti coinvolgenti. A me personalmente è piaciuta molto tutta la seconda e la terza parte mentre la prima parte mi ha lasciato più freddo. Comunque un bel brano dal chiaro impegno civile.
A seguire ci siamo abbandonati nella braccia di Beethoven con l'ouverture Leonora n. 3, la marcia funebre della sinfonia "Eroica", il coro dei prigionieri dal Fidelio e l'adagio della IX sinfonia.
Beethoven scrisse un'unica opera che inizialmente si intitolava "Leonora". Per questa compose una prima ouverture, la Leonora n. 1, pubblicata postuma come op. 138; non soddisfatto Beethoven ne compose una successiva, la Leonora n. 2 nel 1805 ma per le repliche del 1806 la rielaborò creando la Leonora n. 3 che assomiglia molto alla Leonora n. 2 ma in ogni parte è più stringata e più densa. Successivamente quando l'opera assunse la sua forma definitiva con il titolo di "Fidelio" Beethoven compose una nuova ouverture del tutto diversa e che a differenza delle varie ouverture "Leonora" non ripercorre in sintesi l'azione dell'opera. Così le ouverture Leonora sono diventate brani da concerto anche se per una tradizione introdotta da Mahler la Leonora n. 3 viene di solito eseguita prima del finale dell'opera, a mò di prefinale e sintesi dell'azione.
Belle e convincenti esecuzioni del direttore Jader Bignamini che ancora una volta, in un'occasione ufficiale, ha avuto modo di mostrare le sue notevoli doti di musicista.
Bella prestazione dell'orchestra con in evidenza tutte le prime parti. Mi piace però ricordare il corno Stefano Buldrini che come al solito fa il IV corno nella IX sinfonia il che comporta un compito piuttosto delicato che svolge come sempre in modo egregio.

mercoledì 23 maggio 2012

Georg Solti e Bela Bartok

Ecco qui una grande esecuzione del Concerto per orchestra di Bela Bartok ad opera di Georg Solti, suo allievo e che lo ha amato tanto da fare in modo che le sue ceneri fossero seppellite vicino a Bartok, a Budapest. Grande direttore Georg Solti. L'ho visto una volta in un concerto alla Scala. Gran energia, grande carisma. Solti raccontava come era iniziata la sua fortuna. Raccontava che era stato chiamato a Salisburgo per preparare i cantanti nel Flauto magico di Mozart che sarebbe stato diretto da Toscanini. Credo che fosse il 1936. Un giorno Solti, al pianoforte, stava facendo le prove quando ad un tratto si accorse che sul palco era entrato Toscanini e che si stava avvicinando. Lui, tesissimo, continuò la prova mentre Toscanini si era fermato ad ascoltare. Alla fine del brano Toscanini disse: "Bene". Solti tornò a casa saltando dalla gioia e quel "Bene" gli aprì le porte della sua carriera. Molti anni dopo egli andò a Bayreuth per dirigere il Ring. In un filmato lo si vede arrivare e scendere dall'auto accolto dal nipote di Wagner. Poi entrano in una stanza alle cui pareti sono appese le fotografie di grandi direttori d'orchestra che sono passati dal festival. Solti passa in rassegna quelle fotografie finchè arriva davanti alla foto di Toscanini. Allora si ferma in raccoglimento e si inchina davanti alla fotografia. Grande gesto di riconoscenza per un grande uomo, un grande artista, un grande maestro.

Il Quartetto di Cremona e Andrea Lucchesini

Ieri sera al Conservatorio, per l'ultimo concerto della stagione della Società del Quartetto, il pianista Andrea Lucchesini e il Quartetto di Cremona hanno fatto un concerto meraviglioso dove hanno eseguito i quintetti di Schumann, Shostakovich e Brahms. Come si vede, un programma veramente impegnativo sia per chi suonava sia per chi ascoltava.
Il quintetto in mi bemolle maggiore di Schumann op. 44 del 1842 è un'opera piena di slancio con delle ombre d'angoscia come all'inizio dello sviluppo del primo movimento, che viene superato dal vortice pieno di vitalità del tema principale, o il secondo movimento, quasi una marcia funebre con un passaggio centrale agitato che si fonde in modo meraviglioso e drammatico con il tema della marcia. Anche lo scherzo è pieno di forza con quelle scale che vanno in su e in giù e contiene due trii, il primo sognante, il secondo tempestoso e molto dinamico. Il finale parte con grande forza e slancio senza trovare però un vero gesto conclusivo se non nel momento in cui, su una fermata, ritorna il primo tema del primo movimento combinato con quello principale del finale in una fuga: momento magico e di gran emozione dove il più grande sentimento si fonde con la forma più rigorosa.
Il quintetto di Shostakovich fu composto nel 1940 sostanzialmente per avere un brano da suonare con il Quartetto Beethoven, complesso con il quale Shostakovich ebbe un sodalizio durato per tutta la vita e per il quale scrisse praticamente tutti i suoi quartetti. Il quartetto è in cinque movimenti e si sviluppa attorno al movimento centrale, lo scherzo, che ha un carattere ironico, quasi buffonesco, una di quelle musiche di Shostakovich allegre per forza che diventano talmente allegre da confinare con il loro contrario. I primi due movimenti, un preludio e una fuga, sono invece molto introspettivi e la fuga, almeno come atmosfera, rimanda alla fuga iniziale del quartetto in do diesis minore di Beethoven op. 131, mentre gli ultimi due, un intermezzo ed un allegretto rasserenano il clima. Il quintetto si conclude di fatto su un tono infantile, elegiaco, come un sogno, una delizia. Molto strano questo finale e si sarebbe portati a credere che Shostakovich ci nasconda, dietro il carattere un po' civettuolo di questa musica, un'angoscia, una tristezza, ma forse, secondo me, voleva essere proprio lieve lieve, voleva almeno per una volta concludere con un sorriso, una carezza, un gesto d'amore e sottovoce.
Infine il monumento più grande, il quintetto in fa minore op. 34 di Brahms. Opera dalla genesi complessa che nasce come quintetto per archi, sull'esempio del capolavoro di Schubert, per poi diventare un pezzo per due pianoforti ed approdare infine alla forma definitiva del quintetto per pianoforte ed archi; il tutto lo occuperà tra il 1862 e il 1865. L'opera è effettivamente impressionante per le dimensioni e per la logica della costruzione. Brahms non è Schumann. In Brahms i sentimenti sono quasi trattenuti. Alla fine di Schumann sono uscito stravolto e travolto, in uno stato quasi di esaltazione; anche alla fine di Brahms sono uscito travolto ma rimanendo sempre ben attaccato con i piedi per terra.
Le esecuzioni sono state tutte bellissime. Lucchesini è un gran pianista, sempre preciso, a tempo, perfettamente integrato con il quartetto. Il Quartetto di Cremona, che avevo già avuto modo di apprezzare in un concerto del febbraio scorso, ha rivelato una qualità nella concertazione di grandissimo livello, rendendo chiari anche i passaggi più complessi, sempre intonati anche nei registri più ardui. Il Quartetto di Cremona, che è una ancora giovane formazione, è di sicuro avviato a diventare negli anni uno dei più grandi ensemble quartettistici a livello mondiale. Pubblico numeroso ma non quanto avrebbe meritato l'occasione. Successo trionfale come raramente accade di sentire.
Così si è conclusa questa stagione del quartetto.
La prossima stagione sarà proiettata verso il 2014, anno in cui si celebrerù il 150° anniversario della fondazione della società e vedrà una successione di grandi concerti con Andras Schiff e il Quartetto di Cremona che inizieranno un progetto biennale di esecuzione di tutte le sonate per pianoforte e dei quartetti di Beethoven, con la violinista Viktoria Mullova, Ton Koopman, Yuri Temirkanov, il Trio di Parma, la violoncellista Sol Gambetta, i King's Singers, ecc.

martedì 22 maggio 2012

Rafal Blechacz alla Scala

Ieri sera alla Scala si è tenuto un concerto della Filarmonica diretto Fabio Luisi.
Il pezzo forte della serata era il IV concerto per pianoforte di Beethoven che è stato eseguito dal pianista polacco Rafal Blechacz, vincitore dello Chopin 2005 (I premio all'unanimità e secondo premio non assegnato, giusto per dire) e che avevo già sentito in un concerto in Auditorium nel gennaio 2008 quando, sotto la bacchetta di Oleg Caetani, aveva eseguito il primo concerto di Chopin.
Gran pianista Blechacz. Anche solo a vederlo seduto alla tastiera ti dà l'idea che si tratta di un gran pianista. Ha fatto un IV di Beethoven tutto limpido, pulito ma non freddo, calibrato benissimo nei timbri, agilissimo nei momenti più vivaci e molto introspettivo nel magnifico movimento lento che è un soliloquio del pianoforte a cui si contrappone l'orchestra. Una grande esecuzione. Il pianista poi ha fatto come bis un paio di mazurke di Chopin, chiedendo il permesso al primo violino (che carino!), e li si è capito una volta di più quanto sia bravo; non per niente allo Chopin si prese un premio speciale per la miglior esecuzione delle mazurk.
Il secondo pezzo forte, ma ad una distanza piuttosto notevole, erano le Feste romane di Respighi, del 1928. Non sto qui a disquisire sulla validità di questa musica che, vista l'epoca in cui è stata scritta, non era certo d'avanguardia. Io personalmente, dei tre poemi sinfonici di Respighi preferisco di gran lunga I pini di Roma, che hanno dei momenti veramente poetici, come nei pini del Gianicolo, in cui la bravura dell'orchestratore si incontra con un sentimento autentico. Anche nelle Feste romane ci sono dei buoni momenti, ad esempio i due pezzi centrali, Giubileo e Ottobrata; certo che il finale con il "Lassatece passà, semo romani" è piuttosto provinciale.
Gli altri due brani erano tre pezzi di Giovanni Gabrieli riorchestrati nel 1998 da Claudio Ambrosini, una reinterpretazione di Gabrieli avvolto in leggere percussioni che creavano un'atmosfera evocativa di un mondo lontano da cui però la musica di Gabrieli emergeva talvolta in tutto il suo luccichio veneziano, e la Paganiniana di Alfredo Casella, brano del 1942 che fà il paro con la Scarlattiana del 1926 che avevo ascoltato qualche tempo fa ad uno dei concerti della domenica mattina in Auditorium. Casella, come altri autori italiani della generazione degli '80, oggi sono parecchio trascurati e le loro musiche, composte soprattutto nel periodo del regime fascista tra le due guerre, sono raramente eseguite. Personalmente reputo che sia un errore, non tanto per la validità in sé di quelle musiche, ma perché comunque sono musiche di autori che hanno avuto un ruolo anche importante nella cultura del '900, e hanno goduto della stima personale di grandi autori come Stravinskij, Ravel, de Falla, Richard Strauss. Inoltre è troppo facile fare gli snob con queste musiche mentre si dovrebbe tener conto che, ad esempio. un grande musicista e direttore d'orchestra come Bruno Maderna le dirigeva e dirigeva anche Nino Rota, dai più relegato al ruolo di banale cinematografaro.
Fabio Luisi ha diretto molto bene un po' tutto e l'orchestra lo ha seguito in modo egregio.
Pubblico piuttosto numeroso e grande successo.

lunedì 21 maggio 2012

Il concerto "Imperatore" di Beethoven

Ecco qui una grande esecuzione del quinto e ultimo concerto per pianoforte di Beethoven, quello che viene chiamato "Imperatore".
Il concerto fu iniziato negli anni 1808/1809, fu terminato nel 1810 e fu eseguito per la prima volta a Lipsia il 28 novembre 1811 mentre a Vienna fu eseguito il 12 febbraio 1812 con al pianoforte Carl Czerny, allievo di Beethoven.
Nessuno sa di preciso chi abbia dato questo titolo al concerto nè perché l'abbia fatto. Naturalmente l'imperatore sarebbe Napoleone.
E' vero però che fin dai primi abbozzi si trovano delle annotazioni come "assalto", oppure "canto di trionfo per la battaglia" quindi il concerto può essere messo in relazione al genere della "battaglia" ed inoltre alla guerra del 1809 con bombardamento francese di Vienna e successiva occupazione che portò ad un risveglio del nazionalismo tedesco.
Il concerto esalta il ruolo del pianoforte con lo sviluppo di un suono molto brillante e Beethoven lo mette subito in evidenza all'inizio con delle specie di improvvisazioni sugli accordi dell'orchestra. Beethoven, però, elimina le cadenze che per tradizione si trovano alla fine del primo e del terzo tempo, anzi, alla fine del primo tempo dove ci dovrebbe essere la cadenza di prammatica, scrive esplicitamente "Non si fa una cadenza, ma s'attacca subito il seguente" e con ciò non lascia al pianista alcuna libertà che non sia stata prevista dall'autore medesimo. Magnifico il secondo movimento dove si realizza un'integrazione tra l'orchestra e il pianoforte altamente espressiva e magica.
Come curiosità si può notare come parte del tema principale del secondo movimento (lo si può ascoltare al minuto 26.20) verrà ripreso da Leonard Bernstein in West Side Story nel brano  Somewhere.
Nell'esecuzione abbiamo il grande pinanista Friedrich Gulda, pianista classico con una grande passione anche per il jazz, l'orchestra dei Wiener Philharmoniker diretti dal grande Georg Szell, uno di quei direttori d'orchestra di cui si è perso lo stampo, come pure si è perso quello di Toscanini, Klemperer, Furtwaengler e così dobbiamo osannare dei modesti artisti facendoli passare per dei geni.
Dopo Beethoven c'è la III di Bruckner.

Adulazione

Amiamo persino le lodi che non crediamo sincere.
Luc de Clapiers de Vauvenargues 
 
L'adulazione è il cibo degli sciocchi; tuttavia, di tanto in tanto, gli uomini d'ingegno condiscendono ad assaggiarne un po'. 
Jonathan Swift 
 
Uno sciocco trova sempre uno più sciocco che lo ammira.
Nicolas Boileau 

Un complimento è qualcosa che ti viene detto in faccia, ma che nessuno direbbe mai alle tue spalle.
Mark Twain 

Ho radunato qui alcune frasi sull'adulazione giusto per dire chiaramente che, in relazione a quello che scrivo qui, nessuno si deve aspettare adulazione da me perchè non ho bisogno di favori da nessuno, non mi aspetto di avere un lavoro grazie all'adulazione di qualcuno, non ho bisogno di leccare qualcuno per tenermelo buono o guadagnarmi da lui un maggior favore, ecc.
Scrivo ciò che "sento" e di ciò che "sento" e non posso diventare "sordo".

sabato 19 maggio 2012

Brahms - Requiem

Se a qualcuno venisse la voglia di acquistare un'ottima esecuzione del Requiem di Brahms mi sentirei di dare un solo consiglio, una calda raccomandazione: acquisti senza ripensamenti l'esecuzione diretta da Otto Klemperer con Elisabeth Schwarzkopf e Dietrich Fischer-Dieskau. Si tratta di un'esecuzione di un livello talmente alto da essere improponibile un qualsiasi confronto con altri interpreti.
In questi giorni di lutto per la morte di Dietrich Fischer-Dieskau mi sembra il minimo fare questa segnalazione dalla sua sterminata discografia.

Bomba a Brindisi

Si può mettere una bomba davanti ad una scuola per ammazzare dei giovani?
Come si può pensare di fare una cosa simile e per quali finalità poi?
Esiste un qualche fine che possa giustificare un orrore simile?
Sto male, e non è un semplice modo di dire, al solo pensiero della bella ragazza morta, di quelle ferite che altre ragazze porteranno per tutta la vita quali segni di questo atto senza senso.
Chi ha fatto una cosa simile è un bastardo e un vigliacco perchè non ci vuole molto coraggio per attentare a distanza alla vita di ragazze e ragazzi, il nostro futuro, la nostra speranza.
Chi ha fatto questa cosa ha voluto colpire dei ragazzi, la scuola, la legalità, l'istruzione, la cultura, la vita, la bellezza.
Non saremo mica da capo con il terrorismo e la strategia della tensione? Ho i miei anni e ho già vissuto gli anni '70 quando i pomeriggi del sabato bisognava stare attenti a dove andavi perchè ti potevi trovare in mezzo a situazioni pericolose, quando di tanto in tanto si ammazzava qualcuno e scoppiava qualche bomba. Le vie di Milano sono piene di lapidi che conosco fin troppo bene. Non vorrei rivivere anni simili e non lo auguro ai miei figli e ai miei amici e non posso vedere quelle immagini di libri sparsi sull'asfalto, di sirene delle ambulanze che portano via i feriti, di bambine terrorizzate e non vorrei neanche rivedere politici che cominciano a parlare di tolleranza zero, di giustizia, che dichiarano solennemente che nulla resterà impunito mentre siamo ancora qui a parlare di piazza fontana e piazza della Loggia.


venerdì 18 maggio 2012

Fischer-Dieskau insegna

Fischer-Dieskau insegna, da dove si vede di quanti particolari piccoli ma decisivi sia fatta un'esecuzione.

Dietrich Fischer-Dieskau e Mahler

Da ascoltare senza fiatare

Dietrich Fischer-Dieskau

E' morto Dietrich Fischer-Dieskau, per una coincidenza (?) nello stesso giorno in cui morì, 101 anni fa, Gustav Mahler.
E' perfino inutile che io ricordi la grandezza di Fischer-Dieskau in ogni ruolo. Tutto ciò che ha fatto Fischer-Dieskau mi piace, sia nell'opera sia nel lied sia in tutto ciò in cui si doveva cantare qualcosa.
Di lui ricordo in particolare un concerto liederistico alla Scala negli anni '70; impressinante la ricchezza della sua voce che invadeva ogni angolo della sala.
I suoi 29 dischi dei lieder di Schubert da sempre campeggiano nella mia discoteca come pure Schumann, Brahms, Wolf, Strauss ma senza dimenticare le sue incursioni nel '900 (ricordo solo il suo Wozzeck!) sempre illuminate da una straordinaria intelligenza.
Tanti cantanti ho ascoltato ma probabilmente nessuno è riuscito a darmi il brivido interiore che mi dà la sua voce e la sua intelligenza di interprete che si traducono in esecuzioni dove ogni accento è calibrato con una precisione assoluta ma senza mai cadere nel manierismo ed il tutto sfoggiando una dizione perfetta in ogni lingua (mi riferisco in particolar modo all'italiano: mai sentito un tedesco cantare in un italiano così bello).
Caro Dietrich, gute Nacht!

Mahler - Toblach


Risalendo la val Pusteria, superata Niederdorf (Villabassa) si arriva a Toblach (Dobbiaco). Prima di arrivare a Dobbiaco, nel punto in cui sulla sinistra c’è la locanda Gratschwirth, sulla destra c’è una deviazione che conduce ad un Tiergarten, una specie di piccolo giardino zoologico. Si passa sotto il piccolo ponte della ferrovia, una curva a sinistra, una a destra, si attraversa la pendice estrema di un boschetto, si riemerge alla luce, si gira a sinistra puntando perpendicolari verso la montagna. Dopo poche centinaia di metri si arriva ad una grande casa. Al piano terra c’è un ristorante, al primo piano abitano i proprietari, la famiglia Trenker, mentre al secondo piano ci sono vari appartamenti per gli eventuali ospiti dove ho soggiornato, dal 1992, con la famiglia diverse volte sia d’estate sia d’inverno. Sull’esterno della casa campeggia la scritta Gustav Mahler Stube con una targa che ricorda che in quella casa Gustav Mahler con la famiglia soggiornò, al primo piano con la veranda, nelle estati dal 1908 al 1910 e vi compose il Das Lied von der Erde, la nona e la decima sinfonia che non avrebbe terminato perché sarebbe morto giovedì 18 maggio 1911; oggi quindi cade proprio l’anniversario della sua morte e lo ricordiamo grande rispetto e partecipazione.
Uscendo dalla casa si può andare a sinistra o a destra.

Andando a destra si va verso Toblach. Si attraversa un prato che fa una gobba a salire e poi a scendere. Qui a fianco c'è la foto che feci nel 1992 (si vede mia moglie e mio figlio). Quel prato è lo stesso di una foto in cui vede passeggiare Mahler con sua moglie Alma come si vede confrontando il profilo della montagna sul fondo. Davanti si apre la valle e poco lontano sulla sinistra si vede Toblach con la sua bella chiesa. Continuando a camminare si attraversa un piccolo bosco e ci si ritrova in un altro grande prato che d’inverno diventa una pista di sci. Ora Toblach è ancora più vicina. Si scende fino ad una Hütte dove ci si può ristorare, si passano gli impianti di risalita, si attraversa lo spiazzo che d’inverno è pieno delle automobili degli sciatori, si attraversa il torrente Rienza, che si getterà nell’Isarco e quindi nell’Adige, su uno dei due ponti, poi, seguendo la breve strada asfaltata si arriva al passaggio a livello a Neu Toblach, Dobbiaco nuova. Proseguendo diritti si passa davanti alla stazione ferroviaria  e si imbocca una pista ciclabile che porta a San Candido. Andando a destra ci si va verso Cortina, ma, facendo una stradina nel bosco si arriva al Toblacher See, Lago di Dobbiaco, che è uno dei posti più belli che il buon Dio ci ha donato. Se invece, dal passaggio a livello si va a sinistra ci si dirige verso l’incrocio della provinciale e ci si inoltra nella vera e propria Toblach. Poco avanti, sulla destra, c’è l’hotel Cristallo gestito dai due fratelli Armin e Thomas Walch, persone di una gentilezza assoluta e non formale, dove andavamo prima di optare definitivamente per la Gustav Mahler Stube. Risalendo la via, la Johannesstrasse, si passa davanti al caffè Marleen, dove fanno torte alte 15 centimetri ai frutti di bosco, al grano saraceno, al cioccolato, ecc. e si bevono ottime bevande e drink. Poi si arriva alla chiesa. Lì vicino c’è la statua a Gustav Mahler davanti ad un bellissimo negozio sotto i portici che vende splendide statuette di legno dipinto per il presepio, la serie completa dei Cavalieri Templari e splendidi boccali per la birra che non ho mancato di acquistare. Proseguendo diritto si esce da Toblach, si passa in un piccolo bosco attrezzato per fare vari esercizi ginnici e ci si ritrova alla locanda Gratschwirth, da dove, con poca fatica dal momento che la salita è molto lieve, si torna alla Gustav Mahler Stube.
Se dalla Gustav Mahler Stube si va a sinistra si entra nel piccolo giardino zoologico. Ci sono cavalli, caprette, pecore, stambecchi, gufi, pollame vario, maiali di varia tipologia, una coppia di linci. Arrivati alla gabbia delle linci, girandosi, in mezzo ad un piccolo spiazzo tra gli alberi si vede una casetta di legno. Quella è la casetta dove Gustav Mahler faceva portare un pianoforte e componeva. Dalla casetta si vede la valle con tutte le infinite varietà di diversi verdi dei prati immensi. Dalla parte opposta la valle risale verso il paesino di Aufkirchen (Santa Maria) con l’alto ed aguzzo campanile.
Mahler era arrivato in quel posto dopo la grande tragedia del 1907 quando venerdì 5 luglio gli era morta la figlia maggiore Maria Anna, detta Putzi, di 5 anni. Può esistere una tragedia peggiore della morte di una figlia? No, questo lo posso dire con assoluta certezza. Quello stesso anno Mahler si fece visitare dal medico che curava sua moglie che era distrutta e il medico gli diagnosticò una malattia cardiaca. La sua vita cambiò e anche la sua musica cambiò nella consapevolezza del proprio stato. È indubbio, infatti, che dall’ottava sinfonia alle composizioni successive, le ultime tre, c’è uno stacco molto grande. Dopo la morte della figlia Mahler fuggì dalla casa estiva di Maiernigg sul Wörthersee e spostandosi verso occidente arrivò a Toblach dove passò quel che rimaneva di quella estate del 1907.
Nell’estate successiva compose il Das Lied von der Erde, il canto della terra, su poesie tratte da una raccolta di poesie cinesi tradotte dal poeta tedesco Hans Bethge che in realtà non tradusse dal cinese ma da due edizioni precedenti in francese.
Il Das Lied von der Erde è il primo approccio di Mahler alla morte, alla consapevolezza del proprio destino. La morte non è evocata direttamente ma è sottintesa.
Quattro dei sei lied richiamano esplicitamente o implicitamente alcune stagioni. Il secondo lied, Der Einsame im Herbst (Il solitario nell’autunno), richiama una visione autunnale in cui tutto sfiorisce e dove il protagonista si scopre stanco e desideroso di riposo. Nel terzo lied, Von der Jugend (Della giovinezza), alcuni amici chiacchierano e scrivono versi in un padiglione vicino ad un piccolo stagno, mentre nel quarto, Von der Schönheit (Della bellezza), giovani fanciulle raccolgono fiori nella luce dorata; entrambi sono lied in cui si sottintende un’ambientazione estiva. Il quinto lied, DerTrunkene im Frühling, richiama esplicitamente la primavera, una primavera incantata. Manca l'inverno che è una stagione troppo positiva e piena di energia, nella promessa della futura primavera.
Invece il primo lied, Das Trinklied vom Jammer der Erde (Il brindisi del dolore della terra), è un brindisi in cui una persona dice delle cose, come si fa nei brindisi. Ciò che dice, però, è amaro; ciò che canta è una canzone della sofferenza e se è bello avere in mano una coppa di vino al momento giusto non ci si deve dimenticare che oscura è la vita, è la morte. Ad un certo punto si dice:

Azzurro eterno è il firmamento, e la terra
È destinata a lungo a rimanere immobile
E a rifiorire in primavera..
Ma tu, uomo, ancora vivrai?

dove si vede come si pone il confronto tra l’eternità della terra e il destino effimero dell’uomo.
Questo tema ritornerà nell’ultimo lied, Der Abschied (L'addio), che da solo dura quanto i primi cinque assieme ed è uno dei capolavori assoluti di Mahler da accostare al primo movimento della IX sinfonia. In questo lied, mentre scendono le luci del crepuscolo sulla valle e nell’aria vibrano suoni della natura, una persona aspetta un amico per dargli l’ultimo addio. Questa prima parte è in prima persona. Nella seconda parte, dopo uno dei più grandi passaggi orchestrali di Mahler, ma tutta l'orchestrazione così rarefatta e che crea un enorme effetto spaziale di questo lied è un miracolo, il discorso prosegue in terza persona, aspetto questo da non trascurare osservando come il discorso autobiografico diventa un destino comune. Egli scende da cavallo ed fa un brindisi con l’amico e con il brindisi gli annuncia la sua partenza:

Cerco pace al mio cuore solitario
Vado via, torno in patria, il mio sito.
Mai più di lì mi muoverò per andare lontano.
Tace il mio cuore e attende con ansia la sua ora!
La cara terra dovunque
Fiorisce in primavera e verdeggia
Sempre di nuovo. Dovunque, eternamente
D’azzurro s’illuminano i lontani orizzonti!
Eternamente… eternamente…

Il lied termina spegnendosi in una rarefazione crescente (quanto ne è stato influenzato Shostakovich nei finali, ad esempio, della IV e della XV sinfonia!) ed è impressionante il fatto che mentre per due volte la parola “ewig” viene ripetuta due volte sulle note mi-re, re-do, per altre tre volte la parola viene detta una sola volta sulle note mi-re, negando l’approdo al do; è come un paesaggio che diventa sempre più blu sfumando. Forse è così che si muore.
Dell’esecuzione in sé parlo con difficoltà, non perché non sia stata buona, ma perché per me questa è una musica da ascoltare interiormente nel silenzio, in un luogo appartato, con i piedi sull’erba e la testa tra le nuvole.
Comunque sono stati tutti molto bravi, il primo flauto Massimiliano Crepaldi e il primo oboe Luca Stocco che soprattutto nell’ultimo lied sono molto impegnati in interventi molto espressivi, il primo clarinetto Raffaella Ciapponi, il primo fagotto Andrea Magnani, tutti gli altri fiati in generale, il primo corno Giuseppe Amatulli, e, sempre per mettere in evidenza i solisti, il primo violino Nicolai von Dellinghausen (sostituiva Luca Santaniello impegnato nel triplo di Beethoven che occupava la prima parte del concerto) che era impegnato un po’ ovunque nei vari lied in parti solistiche, in particolare nel quinto, e che come al solito ha fornito un'ottima prestazione.
Il direttore Xian Zhang ha ben diretto Mahler ottenendo una gran prestazione dall’orchestra. Non mi è piaciuto molto, però, il IV lied che secondo me è stato condotto ad un tempo troppo spedito, privo di quegli indugi, di quella calma e voluttà di cui è ricca quel testo, ed inoltre nella selvaggia parte centrale non è stata molto incisiva. Per quanto riguarda i cantanti, la mezzosoprano Carina Vinke ha una bella voce un po’ carente, però, sui bassi, mentre il tenore John Daszak non mi è molto piaciuto, in generale.
Nella prima parte, con Luca Santaniello al violino, Mario Shirai Grigolato al violoncello e Simone Pedroni al pianoforte, c’era il triplo concerto di Beethoven, opera un po’ snobbata. Certamente non è portatrice di chissà quali messaggi ma si ascolta molto volentieri ed è comunque Beethoven, anche se un Beethoven che si stava riposando un po'. La Xian Zhang ha diretto in modo un po' anonimo, senza particolari slanci, però l’esecuzione mi ha convinto nel movimento lento ed in parte nel finale, ma con alcune pecche, mentre mi è parso che nel primo movimento l’esecuzione fosse un po’ incerta e con alcuni problemi di intonazione dei solisti; forse era la prima e le cose miglioreranno nelle serate successive.
Molto pubblico. Successo soprattutto per il triplo di Beethoven.

PS

Le traduzioni dei lied sono di Quirino Principe e di Ugo Duse.
Quando sono uscito dal concerto ieri sera e mi sono incamminato nel breve tragitto verso l'auto e nell'ancor più breve tragitto, temporalmente, in auto ero molto incerto se scrivere qualcosa, ma non sapevo bene perchè non avessi voglia di scrivere. Poi ho pensato di scrivere qualcosa per amore verso Toblach e la val Pusteria in generale e ricordando quello strano sentimento che mi ha preso ogni volta che mi sono trovato a guardare quei prati e quelle montagne.

giovedì 17 maggio 2012

Mahler - Das Lied von der Erde - Der Abschied

Grandissima esecuzione di Fritz Reiner



certo che anche il grande Sinopoli non è da meno


per non parlare di colui il cui braccio veniva guidato da Mahler stesso dall'aldilà, Bruno Walter

martedì 15 maggio 2012

Olli Mustonen

Ieri sera al Conservatorio per le Serate Musicali il pianista, direttore d'orchestra e compositore finlandese Olli Mustonen ha fatto un concerto con musiche di Bach (Johann Sebastian), Shostakovich e Rachmaninov. Avevo già ascoltato Mustonen in concerto in Auditorium quando nella primavera 2009 era venuto a suonare il concerto in modo misolidio di Respighi, proposta assolutamente meritoria giusto per ricordarci che Respighi ha composto anche altro rispetto ai soliti tre poemi sinfonici su cui si adagia l'atarassica letargia di molti organizzatori di concerti e di molti direttori d'orchestra.
Di Bach ha eseguito la Partita n. 5 in sol maggiore BWV 829 risalente al periodo 1725/1730, di Shostakovich la sonata per pianoforte n. 2 op. 61 del 1943, scritta fra la VII e l'VIII sinfonia, sonata dove per la prima volta, credo, appare la sigla di Shostakovich DSCH mentre di Shostakovich i 13 Preludi op. 32 del 1910.
Olli Mustonen ha eseguito questi pezzi come se fosse percorso da una corrente elettrica e di questo approccio si aveva una evidenza visiva dal suo approccio alla tastiera. Gran gioco di avambracci e di polso con le dita che quando colpivano un tasto immediatamente lo lasciavano e le mani risalivano verso l'alto con grandi balzi volteggiando come se avessero preso una scossa per poi ricadere. Una tecnica anche piuttosto rischiosa perchè ogni attacco del tasto, soprattutto sul piano o pianissimo poteva essere fallito per un errore anche minimo di misura. Comunque bravissimo Mustonen nel differenziare i piani sonori al millimetro.
Già dal pezzo di Bach si è potuto sentire come il suo tocco fosse estremamente secco e nervoso tanto che nella giga finale, soprattutto dall'attacco della seconda parte, il discorso diventava quasi esagitato; in confronto Gould sembra un tipo molto, molto calmo. In effetti continuo a preferire di gran lunga l'esecuzione di Gould perchè mi è parso che quella di Mustonen fosse veramente troppo estrema per Bach e qua e là poco chiara.
In Shostakovich, visto anche il materiale diverso, le cose sono un po' migliorate anche se il tipo di interpretazione, così analitica ed iperastratta, ha privato l'esecuzione di quel po' di pathos che contiene; anche il finale, un tema e variazioni con momenti molto struggenti, ne è uscito un po' sacrificato ma ha avuto anche momenti magnifici quando il tipo di esecuzione di Mustonen è entrata in simbiosi con gli aspetti più toccatistici della scrittura di Shostakovich.
Per finire anche a Rachmaninov è stato riservato lo stesso trattamento, un Rachmaninov passato ai raggi X. Invano si sarebbero cercati e trovati momenti di languore e slanci di passione così caratteristici nello stile kitsch da salotto portato nelle sale da concerto dal compositore russo. A me Rachmaninov non piace (trovo che tutto quel cumulo di note tenda il più delle volte ad un risultato ben misero, tendente asintoticamente allo zero) e non mi è piaciuto neanche con questo approccio così antiromantico. Pianisticamente di quel periodo continuo a preferire di gran lunga, ma molto di gran lunga, Debussy, Ravel e Skriabin e se fossi un pianista di professione ben difficilmente passerei tanto tempo a studiare il quasi impossibile Rachmaninov; difficile per difficile preferirei studiare Prokofiev o la Concord sonata di Ives o Stockhausen, giusto per dire qualche nome.
Quindi si è trattato di un concerto interessante ma dall'approccio, secondo me, difficile e faticoso.
Pubblico scarsino e abbastanza plaudente ma non si è trattato di un grande e convinto successo.

sabato 12 maggio 2012

Gil Shaham alle Serate Musicali

Ieri sera al Conservatorio, per le Serate Musicali il violinista Gil Shaham, con il suo Stradivari del 1699 "Contessa di Polignac",e il pianista Akira Eguchi hanno fatto un bel concerto.
Nella prima parte hanno suonato la sonatina n. 2 in la minore di Schubert D 385, che ha la leggerezza di un lied trascritto per violino e pianoforte e successivamente il solo violinista ha eseguito la sonata n. 3 BWV 1005 per violino solo di Bach, che è uno dei più grandi monumenti alla musica di tutti i tempi, massima espressione della musica per violino solo; impressionanate vederla suonata.
Nella seconda parte i due artisti hanno suonata la sonata "Niggunim" di Avner Dorman, di cui lunedì scorso Hilary Hahn aveva eseguito il brano dal titolo "Memory Games"; la sonata è dedicata ai fratelli Gil e Orli Shaham (pianista) ed è stata eseguita in prima assoluta il 16 aprile 2011. La sonata è in quattro tempi, con lo schema Adagio - Allegro - Adagio - Allegro dove l'autore recupera varie tradizioni musicali ebraiche. Si tratta certamente di un brano molto ascoltabile e godibile con belle atmosfere nei movimenti lenti e ritmi eccitanti nei movimenti più vivaci ispirati al folklore georgiano e macedone; il finale, in particolare, è particolarmente trascinante: un vero finale virtuosistico che non mi stupirei se venisse adottato da qualche jazzista.
Successivamente è stata eseguita la sonata per violino e pianoforte "In the Country of Lost things" di Julian Milone, secondo violino della Philharmonia Orchestra, che ha composto questo brano su commissione di Gil Shaham. La sonata è stata eseguita in prima assoluta il 3 maggio 2012 a Londra; è in tre movimenti con lo schema Adagio - Allegro - Adagio. La sonata è ispirata dall'omonimo libro di John Auster dove si parla di una ragazza che in una New York post apocalisse cerca di sopravvivere e va alla ricerca del fratello. Aderendo a questo schema la sonata, nei movimenti estremi, manifesta una natura nostalgica, sentimentale, come sull'orlo del nulla, mentre nel movimento centrale si anima in una concitazione che può ricordare qualcosa di Shostakovich o, in modo più parziale, di Prokofiev. Un bel brano di grande atmosfera che sarebbe adattissimo come colonna sonora di qualche film che parli di solitudine o qualcosa di simile.
Per finire la Fantasia da Concerto su Carmen op. 25 di Pablo Martín Melitón de Sarasate y Nevascués, grandissimo violinista post paganiniano. Il brano, che naturalmente sfoggia un virtuosismo stratosferico, è molto divertente, a tratti delirante e che alla fine strappa per forza l'applauso.
Infine, come bis, il Clair de Lune di Fauré, in versione per violino e pianoforte.
Gran successo per Gil Shaham che ha suonato con gran suono sempre molto bello e per il pianista che lo ha accompagnato in modo molto efficace.
Pubblico un po' rarefatto. Molti applausi un po' per tutti i brani ma soprattutto per Bach, Dorman e Sarasate.

venerdì 11 maggio 2012

Per tornare a Beethoven...

Questo è il finale dell'Eroica fatto da Wilhelm Furtwaengler nel 1953. 
Poco più di un anno dopo Wilhelm Furtwaengler sarebbe morto.
Questo finale, naturalmente, è una costruzione musicale strepitosa costruito come una serie di variazioni su un tema, presentato sui pizzicati degli archi, che Beethoven aveva già utilizzato in precedenza per il balletto Le Creature di Prometeo (1801) e per una serie di variazioni per pianoforte (1802).
E' interessante osservare come le prime tre variazioni siano aggraziate e settecentesche intensificandosi man mano fino alla terza dove si arriva ad una corona dopo la quale la musica prende uno slancio nuovo e si lancia nelle variazioni successive di genere completamente diverso. Come dire: signori, la musica è cambiata! Ed in effetti la musica, dopo l'Eroica, era cambiata.
L'esecuzione dei Wilhelm Furtwaengler è una delle pochissime in cui si sente bene questo passaggio (al minuto 2.50) perchè Wilhelm Furtwaengler opera un leggero cambio di tempo accelerandolo in modo che sia più adatto alla musica che segue. Grandissimo e unico!

Beethoven secondo Mahler

Nel concerto di ieri sera in Auditoriom, diretto dal direttore musicale Xian Zhang, erano accostate due opere di Ciaikovskij e Beethoven. Del primo la seconda sinfonia "Piccola Russia", del secondo la terza sinfonia "Eroica" nella revisione di Mahler
La seconda sinfonia di Ciaikovskij fu scritta nel 1873 ma ebbe poi varie revisioni fino alla versione definitiva del 1879. La sinfonia ha una forte impronta russa dal momento che cita alcuni canti popolari ucraini. E' una sinfonia piuttosto briosa, ben scritta, un brano che soddisfa chi la suona e chi l'ascolta. A me personalmente questa sinfonia piace molto, anche se sono ben conscio che non è certo un capolavoro e che talvolta, nel finale, il frastuono è un po' eccessivo. Però ha delle raffinatezze nell'orchestrazione molto notevoli, uno scherzo pieno di energia, un secondo tempo in forma di marcia che sarebbe la musica perfetta da fischiettare mentre si fa un giro in slitta, un finale un po' roboante ma di effetto mentre il primo tempo alterna momenti molto energici ad altri molto poetici. Molto bella l'esecuzione della Xian Zhang che ha sempre controllato l'orchestra in un brano in cui è facile esagerare in certi effetti. Molto bravo il primo corno Sandro Ceccarelli che ha degli assolo piuttosto difficili nel primo movimento superati con bella sicurezza ed espressività.
La terza sinfonia di Beethoven è, per me, la sua sinfonia migliore, quindi, è la sinfonia più grande in assoluto. Soprattutto è incredibile il primo movimento, costruito su elementi tematici minimi la cui potenzialità viene sfruttata fino in fondo costruendo un brano di una compattezza assoluta. 
Come coda delle celebrazioni mahleriane dello scorso anno si è scelto di eseguire la versione revisionata da Mahler nel 1893. Guardando l'elenco degli strumenti mi era preso quasi un colpo vedendo 6 corni, 5 clarinetti, 4 oboi, 4 fagotti e 4 trombe. 
Giova però ricordare che era prassi normale raddoppiare i fiati, pur eseguendo la versione originale. Io stesso ricordo un'Eroica fatta dai Wiener Philarmoniker diretti da Bernstein alla Scala nel febbraio 1978; fu un'esecuzione di incredibile intensità con una marcia funebre da mozzare il fiato.
All'ascolto della versione di Mahler, però, si è visto come per la maggior parte del tempo l'orchestra che suonava era quella nella quantità stabilite da Beethoven e che gli strumenti a fiato in aggiunta hanno suonato solo in alcune occasioni per rafforzare alcuni fortissimi cambiandone anche i connotati. Però tutta l'orchestrazione era un po' cambiata, ad esempio certi passaggi dal piano al forte, così tipici in Beethoven, fatti con dei crescendo, oppure l'aggiunta di interventi nei timpani nella marcia funebre o una rullata piuttosto bruttina nel finale prima della conclusione, oppure certi cambi d'orchestrazione dei fiati, o quelle campane in alto degli strumentini che non aggiungevano nulla allo smalto beethoveniano.
Non si può dire che Mahler abbia stravolto l'Eroica però mi è parso che nessuno dei suoi interventi migliorasse l'effetto della sinfonia o aumentasse il pathos o aggiungesse brillantezza: alla fin fine, quindi, credo che sia stata un'operazione, quella di Mahler, del tutto inutile ed arbitraria e che non esista nulla di meglio dell'orchestrazione originale di Beethoven che ben sapeva quello che faceva. Probabilmente a fine ottocento si pensava che fosse una cosa buona aggiornare la musica del passato alla luce delle nuove tendenze ed anche degli strumenti più perfezionati ma in questo modo si creava una arbitraria sovrapposizione del testo beethoveniano con la personale interpretazione del direttore d'orchestra di turno, fosse anche il grande Mahler; oggi, credo che noi vogliamo ascoltare Beethoven, ed ogni altro autore, per quello che sono avendo con riferimento edizioni il più possibile originali, tenendo comunque conto che ogni direttore d'orchestra ha il diritto si darne poi la "sua" interpretazione, anche perchè non potrebbe essere altrimenti, ma attenendosi al testo originale.
Abituato da troppo tempo alle sonorità beethoveniane ho seguito tutta l'esecuzione un po' a disagio e, forse, anche l'esecuzione, mi è parsa un po' circospetta, un po' trattenuta. Del resto un direttore d'orchestra dirige quello che c'è scritto. Quindi se esegui Beethoven secondo il testo di Beethoven, esegui Beethoven, con tutte le libertà dell'interprete. Se esegui Beethoven visto da Mahler esegui un'assurdità che sembra Beethoven ma che in realtà è Beethoven visto da Mahler e credo che questo porti ad una mancanza di libertà. Un paio di anni fa la Xian Zhang fece l'Eroica nella versione originale e mi sembrò più a suo agio, molto più dinamica e spontanea.
Grande successo soprattutto per Ciaikovskij.

giovedì 10 maggio 2012

Luciano Berio - C'è musica e musica VII puntata - Dentro l'Eroica

Una puntata storica di una storica trasmissione RAI, purtroppo, o ovviamente, di 40 anni fa. In questa puntata Berio parla della più grande sinfonia di Beethoven, l'Eroica, facendone un'analisi esemplare, in un vero discovery concert. Inoltre è particolarmente interessante per tutti gli esempi che fa, anche con altre musiche, e per gli interventi di grandi compositori contemporanei. Mi sono stupito perchè dopo 40 anni mi ricordavo a memoria alcuni interventi, ad esempio quello di Ligeti o di Boulez; evidentemente mi avevano colpito molto.
Molto consigliabile per tutti, sia chi ne sa qualcosa sia per chi non è molto addentro nei fatti musicali, giusto per capirci qualcosa, con un po' di pazienza e di disponibilità all'ascolto.

La Verdi Barocca - Vivaldi vs Bach

Ieri sera ultimo concerto della terza stagione della Verdi Barocca. Si è finito come si era iniziato, con Vivaldi e Bach la cui cantata "Ich habe genug" BWV 82 ha sostituito la prevista esecuzione delle Quattro Stagioni di Domenico Scarlatti.
Di Vivaldi sono stati eseguiti il concerto per due violini e due violoncelli RV 575 e il concerto "fatto per la Solennità della Santa Lingua di Sant'Antonio in Padua" RV 212 per violino, concerto quest'ultimo caratterizzato da un virtuosismo estremo brillantemente affrontato dal primo violino Gianfranco Ricci che ha poi fatto una ciaccona di Biber come bis.
Dagli splendori veneziani con Bach si è passati ad un'atmosfera molto più pensosa e meditativa con la cantata "Ich habe genug" BWV 82, cantata per basso, oboe e archi scritta per la Purificazione di Maria nel 1727 ed eseguita domenica 2 febbraio 1727 e che fu ripresa successivamente nel 1731, nel 1735 e nel 1746/7 in versioni diverse. Nella cantata si richiama la vicenda di Simeone al quale era stato preannunciato che non avrebbe incontrato la morte senza aver prima visto il Messia. Quindi la cantata diventa una contemplazione ed una invocazione della morte verso la quale il credente che ha incontrato Cristo dovrebbe avviarsi con gioia. Le parole però non possono dare l'idea della meraviglia di questa musica e del mondo infinitamente armonioso di Bach. Ottimo, come sempre, il basso Christian Senn ottimamente accompagnato dall'orchestra diretta con la consueta partecipazione da Ruben Jais che per Bach, in particolare, ha una vera passione. Come dargli torto?
Grande successo, addirittura strepitoso.
Per tutti l'appuntamento è alla prossima stagione.

mercoledì 9 maggio 2012

martedì 8 maggio 2012

Shostakovich e la X sinfonia

Il 5 marzo 1953, giovedì, moriva Stalin. Lo stesso giorno, cinquanta minuti prima, era morto anche il povero Prokofiev per cui la sua morte passò del tutto sotto silenzio e al suo funerale andarono pochissimi amici. Pare che Shostakovich, quando ebbe la notizia della morte di Stalin, abbia ballato in casa. Durante l'estate, lasciato passare un po' di tempo, compose la sua X sinfonia ma pare che l'avesse già elaborata in precedenza senza pubblicarla, ovviamente, dopo le varie censure a cui era stato sottoposto dall'apparato del regime e i seri pericoli che aveva corso. Questa sinfonia ha un primo movimento molto tenebroso, angosciante e tormentato mentre negli ultimi due movimenti assume molta importanza il motivo composto sulle lettere DSCH, che sono le iniziali di Shostakovich e che corrispondono alle note re, mi bemolle, do, si naturale secondo la notazione tedesca (lo hanno inciso anche sulla sua tomba). Quindi in questi due ultimi movimenti Shostakovich entra in prima persona nella sinfonia con vari atteggiamenti, ora sospesi nella solitudine come di chi, in una situazione ostile, vuole passare inosservato, ora estremamente vitali come nel finale dove il piccolo tema viene portato in una specie di trionfo, non senza una certa ironia piuttosto amara, forzata e quasi disperata tanto è esagerato il trionfo. 
Il secondo movimento, che credo sia il più breve movimento di sinfonia scritto da Shostakovich sarebbe una descrizione in musica di Stalin. Certamente è una musica molto violenta, minacciosa che fa quasi paura, dove i violini che impazziscono sulle rullate del tamburo danno quasi l'idea di un inseguimento, di una fuga, di un pericolo incombente.
La prima esecuzione della sinfonia avvenne giovedì 17 dicembre 1953 da parte dell'orchestra Filarmonica di Leningrado diretta da Yevgeny Mravinsky, certamente il più grande direttore di Shostakovich e uno dei più grandi direttori d'orchestra del '900.

Hilary Hahn

Ieri sera, per le Serate Musicali, la graziosissima violinista statunitense Hilary Hahn, assieme al pianista Cory Smythe, ha fatto un concerto con un'impaginazione un po' diversa dal solito e che verrà proposto in varie sedi europee assieme ad un altro concerto basato sull'improvvisazione. Il concerto infatti era composto di 8 brevi brani commissionati dalla stessa Hahn a compositori contemporanei nell'ambito di un più ampio progetto di 27 brani da eseguirsi come bis. Si sono così ascoltati Bifu (Brezza) di Somei Satoh, un delicato ed aereo brano minimalista, Torua della neozelandese Gillian Whitehead, un brano ispirato da terremoto avvenuto in Nuova Zelanda nel 2011, anche se non si tratta di una descrizione del terremoto mentre si sentono soprattutto voci della natura, Blue Fiddle, di Paul Moravec, un brano piuttosto brillante che sviluppa una certa dialettica tra i due strumenti, Echo Dash di Jennifer Higdon, Blue Curve of the Earth di Tina Davidson, un brano molto poetico ed evocativo, Memory Games di Avner Dorman, un brano ispirato ad un brano di memoria degli anni '80, un brano molto difficile con continue iterazioni su cambi improvvisi e continui di ritmo, certamente il brano più virtuosistico tra quelli proposti, Solitude d'automne di Bun-Ching Lam, un brano volutamente non virtuosistico nel senso tradizionale e di grande intensità e Whispering di Einojuhani Rautavaara, un brano molto lirico e nostalgico.
Tra questi brani è stata eseguita la deliziosa sonata Op. 12 N. 2 in La maggiore di Beethoven, la seconda sonata di Bach BWV 1003 e lo scherzo della sonata FAE di Brahms, un progetto di sonata a cui il giovane Brahms (ieri, 7 maggio, era il suo compleanno), aveva 20 anni, concorse genialmente componendo lo scherzo, mentre Albert Dietrich e Schumann composero gli altri due.
A ben vedere anche questi brani, nella loro interezza o nei singoli movimenti, sono a loro modo dei bis e come tali vengono utilizzati spesso.
Il concerto è stato molto bello. Hilary Hahn è una gran violinista molto bella anche da vedersi, con un bel portamento molto nobile e una grande armonia nei movimenti ma che soprattutto suona con bel suono, precisione, pulizia e passione. A parte i brani contemporanei a lei dedicati, impressionante il primo movimento della sonata di Beethoven per lo spirito e la leggerezza ed  Bach; veramente esemplare la differenziazione dei piani sonori nella fuga, i piani, i forte, gli effetti di eco e nell'andante, con quella linea del canto e dell'accompagnamento resi in modo così perfetto. Non a caso alla fine del pezzo di Bach, che personalmente continuo a ritenere la massima espressione violinistica, con buona pace di Paganini, la Hahn è stata oggetto di una vera ovazione. Hilary Hahn scrive inoltre molto bene come ho potuto constatare leggendo le note al programma scritte da lei stessa e le note al CD recentemente uscito, che ho acquistato ieri sera, con le quattro sonate per violino e pianoforte di Charles Ives eseguite con la pianista Valentina Lisitsa.
Molto bravo anche il pianista Cory Smythe che è molto impegnato nel campo della musica contemporanea e dell'improvvisazione.
Molto pubblico e grande successo.

giovedì 3 maggio 2012

Britten e Bruckner

Gran concerto stasera in Auditorium. Ne parlo in frettissima e brevemente prima di partire.
Britten meraviglioso con la sua Sinfonia da requiem del 1939/40. Musica intensissima ottimamente eseguita dell'orchestra molto ben diretta da Claus Peter Flor. Un brano che prende dall'inizio alla fine e che meriterebbe di essere più eseguito non avendo nulla da invidiare, ad esempio, ad una sinfonia di Shostakovich, nonostante le ridotte dimensioni.
Poi la nona sinfonia di Bruckner. Non parlo della sinfonia perchè in due righe non è possibile. L'esecuzione mi è parsa ottima con tempi giusti. Memorabile tutto il primo movimento. Lo scherzo, forse, era leggermente troppo veloce; personalmente preferisco un tempo più da totentanz, da ambientazione gotica, tipo quella di Bernstein del 1990 che dà modo ai timpani di fare i tremoli non come una semplice rullata ma come qualcosa di satanico e di violento. Molto bello il finale, oscuro e angosciante ma luminoso alla fine, sul ciglio del nulla, della morte.
Corni ottimi dall'inizio alla fine, chiamati ad un cimento molto arduo ed in genere molto bravi tutti i fiati. Archi compatti con bel suono.
Tralascio su qualche piccolo problema qua e là, ad esempio i pizzicati nella ripresa dello scherzo, perchè non hanno guastato, nel complesso, l'esecuzione.
Grande successo per entrambi i pezzi, compreso Britten che credo sia stato per molti una sorpresa molto piacevole.