domenica 30 dicembre 2012

Una nona da ricordare

La nona sinfonia di Beethoven non è una musica buona per ogni occasione. Troppo importante, troppo impegnativa, troppo difficile, troppo complessa ma nello stesso tempo così comunicativa, così emozionante, così estroversa, così umana.
Come tutti gli anni il capodanno è l'occasione per suonare e ascoltare questa sinfonia come bilancio e riepilogo di un anno ed auspicio per un nuovo anno che si spera diverso se non migliore anche se a dire il vero il bilancio bisognerebbe farlo tutti i giorni per le cose che si sono fatte e, soprattutto, per quelle che non si sono fatte.
Per l'occasione torna sul podio della Verdi la sua direttrice cinese Xian Zhang, recente mmma di un bel maschietto. Questo parto, come la stessa Xian ricorda in questo video (con tenera sorpresa finale), è stato un po' difficile e la sua famiglia ha dovuto passare un periodo abbastanza duro. Così vanno le cose talvolta e bisogna prenderle così come vengono. Personalmente la capisco molto profondamente perchè ho passato un periodo analogo ma alla fine tutto è stato superato per cui lei si è presentata ieri sul podio piena di energia e di rinnovata gioia dando della nona sinfonia una esecuzione splendida.
In genere sono sempre stato un po' critico con queste none di fine anno anche perchè la nona è un'opera così complessa che risulta difficilissimo darne un'esecuzione veramente grande e non è sempre facile per me pormi in relazione con quest'opera la cui venerazione e ammirazione non è, per me, un dato scontato ma da conquistare ogni volta.
Ieri sera però questo miracolo è avvenuto e l'esecuzione è stata assolutamente convincente.
Il primo movimento, in particolare, è stato molto molto molto molto molto molto bello, coinvolgente, emozionante. Raramente ho ascoltato un'esecuzione così sentita, così convinta, così ineluttabile, così giusta, così umanamente vissuta di quel movimento come ieri sera con dei momenti di quasi insostenibile intensità. Ne sono uscito molto molto molto toccato. Il resto è stato è stato tutto ottimo. Purtroppo la Xian non esegue i ritornelli nello scherzo ma i tempi erano perfetti. L'adagio, uno degli esempi massimi dell'espansione melodica di Beethoven, è stato condotto con tempi piuttosto rapidi, ma mi pare conformi ai metronomi beethoveniani, ma senza perdere in morbidezza e dolcezza. Il finale, così complicato con i solisti, il coro, i cambi di tempo, ecc. è stato ottimamente condotto e se si dovesse trovare una piccola pecca la si dovrebbe trovare nei solisti non impeccabilissimi controbilanciati però dalla prova strepitosa del coro.
Orchestra in gran forma che ha suonato da grande orchestra un'opera che, anche se eseguita tutti gli anni, pone sempre delle difficotà enormi per chi suona e chi ascolta perché nulla mai è normale in Beethoven.
Strepitoso successo in un Auditorium stracolmo.
Un grande bravo a tutti e... buon anno, un anno di cambiamenti positivi per tutti!
Forse andrò a riascoltarla.

venerdì 28 dicembre 2012

Dvorak non ha scritto solo...

Dvorak non ha scritto solo la sinfonia dal Nuovo Mondo e poco altro.
Ad esempio ha scritto questo bellisimo pezzo per violino e orchestra, la Romanza op 11.


mercoledì 26 dicembre 2012

Scott Ross e Couperin

Il grandissimo, immenso, non so quali aggettivi trovare, Scott Ross (un mio coetaneo, aveva sei mesi e qualche giorno più di me) esegue il Sixième Ordre dal Second Livre de clavecin di François Couperin "Le Grand".
Al minuto 10.45 ci sono  Les baricades mistérieuses, Rondeau. Vivement, un brano di clamorosa bellezza, un vero tormentone, costruito su elemento minimo (precorre il minimalismo) che si ripete in continuazione e a seguire Les bergeries, Rondeau. Naïvement, che Bach trascrisse nel quaderno di pezzi per clavicembalo per Anna Magdalena.
Scott Ross è colui che negli ultimissimi anni della sua breve vita, già gravemente ammalato, si imbarcò nell'impresa di registrare le 555 sonate di Domenico Scarlatti. Lavorò per 15 mesi registrando due sonate al giorno. Se esiste un paradiso dei musicisti nel quale vanno i musicisti in forza delle virtù eroiche che hanno dimostrato in vita a servizio della musica e dell'arte, Scott Ross se lo è meritato tutto.


venerdì 21 dicembre 2012

Femminicidio

Quasi non passa giorno che una donna, di età varia, non venga uccisa (una ogni 3 giorni, in media).
Per chi si chiedesse per quale motivo possano accadere simili cose aberranti, ecco un contributo altrettanto aberrante dal sito Pontifex, anzi peggio che aberrante.
A questo punto ripristiniamo il delitto d'onore.
E poi cosa c'entra il modo di vestirsi di una donna, o le pubblicità o le vetrine di lingerie.
Comunque su quel sito, da quando mi è stato segnalato un anno e mezzo fa, ne ho lette di ogni colore.

Richard Feynman

Nei giorni scorsi ho letto QED di Richard Feynman, il grandissimo fisico premio Nobel nel 1965.
QED è l'acronimo di quantum electro-dynamics, ovvero elettrodinamica quantistica.
Feynman, che tra l'altro era un suonatore di bongo, era un tipo molto spiritoso che, ad esempio, diceva: Penso di poter affermare che nessuno capisce la meccanica quantistica.
Nell'introduzione a queste lezioni egli afferma chiaramente che non capiremo nulla, e quindi da un certo punto di vista non sarebbe il caso di perdere tempo, ma il fatto è, aggiunge, che queste cose non le capisco nemmeno io!  Non le capisce nessuno, ma il problema del "capire" è che si può spiegare come funziona la Natura ma non perché funziona così.
Inoltre molte spiegazioni possono sembrare incredibili o inaccettabili per cui si tira giù il sipario e non si ascolta più. Però, nonostante che tutto sembri assurdo, l'elettrodinamica quantistica descrive proprio questo modo assurdo di comportarsi della natura ed è dimostrata dalle osservazioni sperimentali.
Feynman diceva anche, a dimostrazione di quanto fosse forte il suo legame con la realtà: La nostra immaginazione è tesa al massimo; non, come nelle storie fantastiche, per immaginare cose che in realtà non esistono, ma proprio per comprendere ciò che davvero esiste.
Feynman era un genio assoluto, un genio del genere "maghi", cioè di quel genere dove quando hai anche capito tutto ciò che ha fatto non riuscirai mai a capire attraverso quale processo mentale ha fatto ciò che ha fatto e come ha avuto una certa idea.
Insomma, un libro molto coinvolgente dove Feynman riesce a spiegare questa materia affascinante senza usare assolutamente la matematica e questo è una dimostrazione di un virtuosismo assolutamente trascendentale.

Happy birthday, Frank!

Come oggi, il 21 dicembre 1940, un sabato, a Baltimora nasceva Frank Zappa. Sarebbe morto troppo giovane il 4 dicembre 1940, ancora un sabato, a Los Angeles.
Quando nel 1988 passò da Milano con la sua grande band per quello che sarebbe stato il suo ultimo grande tour mondiale, andai a sentirlo con il mio amico Mario (le mogli rimasero fuori ad aspettarci, oltretutto mia moglie era un attimo incinta).. Ero in quinta fila così lo vidi molto bene. Un vero mostro di bravura. Quando fece Ship arriving too late to save a drowning witch, poco dopo l'inizio del suo assolo alla chitarra si ruppe una corda; fece un gesto all'orchestra che senza battere ciglio fece una modulazione e passò al brano successivo. Bisogna dire che erano tutti molto bravi e che tutto il concerto era preparato alla perfezione. A ricordo di quel concerto metto la sua particolare rivisitazione del Bolero di Ravel che eseguiva in quel concerto.



Per il resto è un po' difficile scegliere nella sua sterminata discografia che, per inciso, posseggo integralmente compresi i bootleg "ufficiali", alcuni non ufficiali e varie cover. Per cui andando un po' a caso



e Hot Rats, album del 1969 che è da sempre un ottimo inizio per avvicinarsi a Frank in quanto contiene tutte le caratteristiche del suo stile più tipico


giovedì 20 dicembre 2012

Un piccolo gesto per una grande musica

Come omaggio nei confronti di Mozart ecco un paio di sue composizioni.

La serenata Haffner



e il concerto in re minore KV 466


mercoledì 19 dicembre 2012

Ma noi non ci San Remo

Invito i politici (?) italiani (!) a decidere alla svelta quando si potrà andare a votare perché non è possibile tenere l'intera nazione nell'incertezza: vogliamo sapere quando ci sarà il Festival di San Remo.

martedì 18 dicembre 2012

Vaughan Williams

Terminata l'integrale delle sinfonie di Dvorak perchè non fare quella delle sinfonie di Vaughan Williams invece di limitarsi alla solita Fantasia on a Theme by Thomas Tallis, peraltro splendida e oggetto di un'altrettanto splendida esecuzione la scorsa primavera in Auditorium?

Le sinfonie di Ralph Vaughan Williams sono splendide!

La quinta ad esempio



o la settima, la sinfonia antartica

Buon compleanno, Keith

Oggi compie gli anni Keith Richard, 69 anni.
Ricordo che circa 30 anni fa con un amico si ragionava sul fatto che i Rolling a quasi 40 anni facevano ancora concerti saltando sul palco come ragazzi e ci si chiedeva fino a quando sarebbero andati avanti. Ora ne hanno 70 e sono ancora lì. Una bella longevità. Del resto se Toscanini dirigeva a 87 anni e Rubinstein suonava il piano a 90, credo che questi saranno lì con le loro chitarre ancora fra dieci e più anni. Sarà bello vederli!
Qui una delle loro più belle canzoni, Gimme Shelter, del 1969. Si conosce la versione cantata da Jagger, qui invece canta Keith.


lunedì 17 dicembre 2012

Assemblea dei soci

Stasera assemblea dei soci della Verdi nella nuova sede di via Clerici.
Notizie come al solito critiche sul fronte finanziario dovute al mancato arrivo dei soldi dalle istituzioni (ma dal Comune arriveranno dei soldi, non tanti, ma è già qualcosa) e anche alla situazione economica generale che ha portato ad una diminuzione degli abbonamenti ma ad un aumento dei biglietti venduti. Numero dei soci stabile con tendenza al rialzo, lieve. Speriamo. Chi può farlo si associ. Io trovo sempre disdicevole che i membri dell'orchestra non diventino tutti soci in blocco: il costo per loro è veramente minimo e non credo rappresenti un problema mentre sarebbe un bel segnale di condivisione di un progetto.
Notizie molto buone, invece, sul lato artistico, dei riconoscimenti (la recente tournée russa è stata un grande successo e ha ricevuto recensioni molto favorevoli da parte di riviste culturali locali, a differenza di quanto è successo con altre istituzioni musicali italiane e, nello specifico, milanesi (si capisce a chi ci si riferisce?) che hanno ricevuto critiche non proprio entusiastiche e non allineate con con la presunzione di chi pretenderebbe di essere considerata un'eccellenza italiana), degli impegni, delle richieste e degli impegni futuri (Spoleto, tournée in Germania con quel simpatico ragazzone di David Garrett, e altre, forse, a distanze più o meno grandi, se si risolvono problemini di costi di trasferta).
Cambio probabile nella programmazione dei concerti, da tre a due repliche in giorni ancora non ben definiti, recuperando spazio per altre iniziative in Auditorium e fuori. Tutto sommato mi sembra una buona idea tanto il giovedì, anche se è la serata con più abbonati, c'è quasi sempre poca gente in funzione del programma (se fai Dvorak e non fai la IX sinfonia, pretendi forse che vadano al concerto?).
Torna la Xian Zhang, il bambino è a casa, sta bene e sta prendendo peso. Ottima notizia.
Ci sarebbero molte altre cose da dire ma si sapranno un po' alla volta in futuro.

domenica 16 dicembre 2012

Cominciamo a fare gli auguri

Stasera, poco fa, gran bel concerto in Auditorium con il coro delle voci bianche che hanno eseguito Cerimony of Carols, op. 28 e Friday Afternoons, op. 7 entrambi di Benjamin Britten.
Un impegno non da poco per il coro in musiche che rappresentano comunque un impegno non indifferente ma che è stato superato in bellezza sotto la guida sapiente di Maria Teresa Tramontin, il loro direttore.
Al successo hanno contribuito la bravissima Elena Piva, all'arpa nelle Carols e nell'altro brano il pianista Pietro Cavedon.
L'ascolto della musica di Britten mi fa un effetto particolare, ovvero è sempre molto più bella di quanto non ricordassi per cui il concerto mi si è trasformato tra le mani in una sequenza di delizie perchè questi due pezzi sono di alta qualità e alcuni brani sono di una bellezza assoluta.
Bel pubblico. Commozione di mamme e papà.
Alla fine qualche altra carola natalizia per augurarci buone feste e buon anno.
Allora, buon anno!

Che bella la musica a noi contemporanea!

Ieri mattina alla Scuola di Musica del Garda il maestro Carlo Boccadoro ha tenuto la prima lezione di nove previste dedicate alla musica contemporanea, dagli anni '50 ai nostri giorni. Si è iniziato con John Cage e passando tra Berio, Maderna, Ligeti, Stockhausen, Henze si arriverà al minimalismo e al postminimalismo. Si tratta di un corso di lettura e composizione perciò ad esso partecipano alcune persone nella veste di compositori ed altre nella veste di uditori. Io, ovviamente, sono un uditore ma anche lettore ma non compositore.
Inutile dire, ma è sempre bene dirlo e ricordarlo, la bravura di Carlo Boccadoro che è inoltre persona di grande affabilità e cortesia, sempre ricco di consigli e grande sollecitatore di curiosità.
Nella foto sono a fianco di Marina, la moglie di mio cugino Gigi, vulcanico animatore ed organizzatore nella scuola, mentre stiamo "ascoltando" 4' 33'' di Cage, ovvero 4 minuti e 33 secondi di silenzio eseguiti alla perfezione da Lucia.
Il prossimo incontro sarà a gennaio con Luciano Berio e non si potrà mancare per nessuna ragione al mondo.

sabato 15 dicembre 2012

Hobbit?

Bisogna andare a vederlo? Probabilmente sì anche se al cinema mi annoio in modo tremendo, tranne rari casi. Sarà questo uno di quelli? Intanto mando avanti mio figlio ma so già che a lui piacerà molto, per cui è poco affidabile.


venerdì 14 dicembre 2012

Antonin Dvorak

Ieri sera è ripreso in Auditorium il ciclo dedicato ad Antonin Dvorak affidato al maestro Aldo Ceccato che però, a causa di un banale incidente, è stato sostituito all'ultimo momento dal giovane direttore australiano Daniel Smith, un trentenne, credo, che dimostra decisamente meno dei suoi anni tanto è ragazzino e sbarazzino con quello strano modo che ha di muoversi sul podio.
Il primo pezzo in programma era Vodnik (Il folletto d'acqua), poema sinfonico op. 107 appartenente ad una serie di 5 poemi sinfonici scritti dopo il ritorno dagli Stati Uniti nel 1896/1897 ed ispirati a varie fiabe. La storia di questo folletto è piuttosto nera e truce con una ragazza che contro gli avvertimenti della madre, ma si sa che se anche le madri hanno spesso ragione non bisogna ascoltarle, va a vivere con questo folletto nel mondo sottomarino, ha un figlio, gli canta la ninnananna, il folletto si infuria, la ragazza torna dalla madre, lago in tempesta, si bussa alla porta, schianto, madre e ragazza aprono la porta e scoprono la testa del bambino ucciso in un lago di sangue, lamento, scomparsa del folletto nell'acqua. Se è quasi certo che un bambino a cui si narra questa storia si addormenterà beato, placido e felice è altrettanto certo che da questa fiaba Dvorak seppe trarre un poema sinfonico di grande bellezza con momenti di grande poesia. A dire il vero anche gli altri poemi sinfonici della serie, opere da 108 a 111, sono molto belli e meriterebbero di essere conosciuti molto di più di quanto non lo siano. Ieri sera, per una qualche ragione che non conosco, il poema sinfonico non è stato eseguito integralmente (dura circa 20 minuti) ma ci si è fermati dopo circa 7 minuti su una pausa dell'orchestra. Ci sono rimasto veramente male e mi sono arrabbiato anche non poco tanto che non ho nemmeno applaudito perché se si riteneva che eseguendolo tutto il concerto sarebbe stato troppo lungo, allora si poteva fare a meno di metterlo in programma rimandandolo ad altra occasione più propizia.
Fortunatamente è arrivato Enrico Dindo che con il suo meraviglioso violoncello ha eseguito il concerto per violoncello op. 104 in si minore del 1894, probabilmente il concerto più bello della letteratura e, credo, il più eseguito. Gran concerto che evita inutili virtuosismi e mette in evidenza, invece, una grande sensibilità, umanità e una grande capacità di elaborazione con i temi che ritornano alla fine in forma ciclica come un ricordo, una nostalgia.
Grande esecuzione di Enrico Dindo, acclamato, che ha fatto un bis bachiano.
Per finire la VI sinfonia op. 60 in Re maggiore del 1880. Le sinfonie di Dvorak soffrono il confronto con l'ultima che scrisse, la sinfonia dal Nuovo Mondo, che ha eclissato tutto il resto o quasi. E' un peccato perché ad esempio questa sinfonia contiene un sacco di bella musica e anche se l'omaggio a Brahms, almeno formalmente, è abbastanza evidente, ad esempio nel finale, Dvorak ha saputo calare nella forma la sua musica dove si ascoltano di sfuggita tante altre voci, da Wagner a Smetana e su tutto le inflessioni della meravigliosa Boemia (vedi ad esempio il Furiant che inizia al minuto 25 del video segnalato). Per quanto mi riguarda amo tutto Dvorak, perfino la sua prima sinfonia, e lo trovo un autore francamente entusiasmante che meriterebbe di essere molto più conosciuto di quanto non lo sia.
Le esecuzioni di Daniel Smith sono state buone. A dire il vero, con un'orchestra come la Verdi, avrebbe potuto cavare ben di più. Mi sembrava come trattenuto, non del tutto spontaneo; in genere non mi è parso che sia andato molto in profondità con le sue interpretazioni per cui, alla fine, a parte il concerto grazie a Enrico Dindo, non è che fossi particolarmente avvinto o esaltato da quanto avevo ascoltato.
Pubblico non foltissimo. Buon successo.

giovedì 13 dicembre 2012

Corelli vs Vivaldi

Ieri sera, sotto la direzione come al solito di Ruben Jais, si è aperta la stagione della Verdi barocca con un concerto che allineava due concerti dell'Opera VI di Corelli, il primo in re maggiore e l'ottavo in sol minore "Fatto per la Notte di Natale" che termina con la famosa Pastorale, all'inizio e alla fine nel concerto e quattro concerti di Vivaldi, due dalla Stravaganza, il terzo in sol maggiore e il sesto in sol minore, e due concerti non appartenenti ad alcuna raccolta, il concerto per violoncello in do minore RV 401 e il concerto in mi minore per violino RV273.
Il solista dei due concerti di Vivaldi appartenenti alla Stravaganza è stato Gianfranco Ricci, primo violino dell'ensemble, che al termine del concerto ha fatto come bis il primo movimento dell'Inverno vivaldiano.  
Marcello Scandelli era il solista del concerto per violoncello di Vivaldi di cui ha dato un'esecuzione molto intensa e partecipata a cui ha fatto seguire come bis l'esecuzione della sarabanda dalla seconda suite di Bach dandone un'esecuzione di rara e toccante intensità.
Nel concerto in mi minore di Vivaldi il solista era Davide Monti che si cimentava con quel concerto vivaldiano così audace armonicamente e di difficoltà quasi diabolica. Ne è venuto fuori piuttosto bene dandone un'esecuzione nervosa e spigolosa, quasi nevrotica, ma molto intensa; come bis ha fatto il terzo capriccio di Locatelli, anch'esso piuttosto ossessivo e nervoso.
Bella prestazione dell'orchestra che mi piacerebbe ascoltare qualche volta sotto la direzione di altri direttori perché credo sarebbe uno stimolo per gli strumentisti confrontarsi anche con altri artisti e lo sarebbe anche per il pubblico.
In complesso un bel concerto con belle musiche davanti ad un pubblico piuttosto folto che ha tributato a tutti un franco successo con grandi applausi.

mercoledì 12 dicembre 2012

Leonard Bernstein - Candide

Bellissimo video di Candide di Leonard Bernstein. Lo presi 20 anni fa ed è una delle visioni e degli ascolti più gustori e divertenti che io conosca. Bellissimi ed ironici gli interventi di Bernstein in combutta con il grande Adolph Green. La registrazione è del 13 dicembre 1989. Una settimana dopo sarebbe andato a Berlino per dirigere la IX sinfonia di Beethoven con un'orchestra fatta da membri di varie orchestre tedesche. Erano i giorni gloriosi della caduta del muro di Berlino. Dieci mesi dopo, domenica 14 ottobre, Bernstein sarebbe scomparso portato via da un tremendo cancro ai polmoni.
Con rispetto parlando per ogni altro esecutore di musiche di Bernstein nessuno le dirigeva come lui. Insuperabile ed inimitabile.


Il museo dei bambini di Praga

A Praga, città magica, tra le tante cose da vedere e visitare c'è un posto particolare dove non si può mancare di andare. Si tratta della zona del quartiere ebraico. Verso la fine dell'ottocento fu quasi completamente abbattuto per lasciare il posto a nuovi palazzi di lusso. Si salvarono la sinagoga vecchia-nuova e alcune costruzioni attorno al vecchio cimitero ebraico. In una di queste costruzioni, una ex sinagoga i cui muri sono rivestiti da circa 80.000 nomi di ebrei morti nei campi di concentramento, nel matroneo, la zona riservata alle donne, è stato ricavato lo spazio per ospitare un piccolo museo dovo sono esposti disegni di bambini ebrei internati nei campi e lì morti.
Si tratta naturalmente di una galleria molto triste anche perchè i disegni sono accompagnati dalle fotografie di questi bambini e bambine, la cui espressione davanti alla macchina fotografica è sempre sorridente e quasi o apparentemente fiduciosa nei confronti di un avvenire che non avrebbero vissuto.
Guardando quei disegni, però, ci si accorge di come, accanto a  disegni che rappresentano il campo, le baracche, il filo spinato, le guardie, ma senza scene di violenza, ci siano molti disegni colorati, con scene marine, prati verdi, cieli azzurri, scene serene. Si può pensare che essendo solo dei bambini non si rendessero del tutto conto di quale fosse l'orrore nel quale erano costretti a vivere. Forse sarà anche vero ma da un lato mi sono venuti in mente analoghi disegni visti nel museo dell'olocausto di Gerusalemme, con quei disegni di bambini che immaginavano di volare nello spazio, e dall'altro mi è venuto naturale fare un'associazione con un libro che quasi per caso (ma in realtà ho scoperto da tempo che non leggo quasi mai dei libri per caso e per dei motivi strani un determinato libro mi capita tra le mani nel momento giusto) ho letto recentemente, il Diario 1941-1943 di Etty Hillesum.
Ebbene, Etty, che non era una bambina ma una donna di quasi trent'anni, una donna attiva, che lavorava, che aveva storie amorose ed una vita sessuale attiva, nel suo diario, accanto a varie considerazioni e riflessioni che riguardavano la sua persona e la situazione generale che era disastrosa ad Amsterdam dove viveva prima di essere internata, accanto a momenti in cui improvvisamente esprimeva tutta la sua angoscia per il futuro che, lo sapeva bene, non avrebbe portato alcuna salvezza, accanto a tutto ciò non perdeva mai occasione per dire e proclamare a gran voce che la vita è bella, che è degna di essere vissuta fino in fondo e che è piena di significato. Come poteva essere bella una vita come quella facevano lei, i suoi parenti e i suoi amici? Eppure lei trovava la bellezza in un fiore primaverile sbocciato sul davanzale, in un tramonto, in un'amicizia, in un amore, nella poesia, nella musica, e la forza nella propria dignità di persona umana che nessuno avrebbe mai potuto scalfire ed umiliare opponendosi alla tecnica nazista che consisteva innanzitutto nel provocare l’avvilimento fisico e psichico delle loro vittime.

giovedì 29 novembre 2012

Back from the USSR

Giovedì scorso ero lì in Auditorium a sentire Shostakivich. Stasera ero lì a sentire un nuovo concerto dell'orchestra Verdi con musiche di Brahms, Schubert e Mendelssohn. Niente di strano se non fosse che in questi pochi giorni l'orchestra è andata e tornata dalla Russia per una breve tournée nel corso della quale ha tenuto due concerti, a Mosca e a San Pietroburgo e da cui è tornata carica di gloria, non solo lei, ma anche il direttore Jader Bignamini e la giovane e bravissima violinista Francesca Dego che suonava nel primo concerto di Paganini e di cui recentemente per la DG è uscita la registrazione dei capricci.
Deve essere stata una sfacchinata e la preparazione del concerto di stasera deve essere stata un po' un'impresa.
Del resto anch'io sono in partenza e scrivo molto velocemente queste note. Giovedì prossimo sarò lì per il concerto straordinario, a Dio piacendo, ma nel frattempo sarò partito e tornato da Praga.
Nel concerto di stasera sono state eseguite le Variazioni su un tema di Haydn (che non è di Haydn) di Brahms, grande brano, cui è seguita la quarta sinfonia di Schubert che la scrisse a 19 anni e per concludere il Salmo 42 di Mendelssohn, pagina sicuramente poco conosciuta come tutto il repertorio religioso di Mendelssohn, ma che contiene degli splendidi squarci musicali e che ha il pregio, a differenza dei due grandi oratori, soprattutto l'Eljah, di essere relativamente breve.
Le esecuzioni sono state abbastanza buone (ci sono stati alcuni momenti difficili in Schubert) ma miglioreranno sicuramente nel corso delle repliche.
Il concerto, destinato originariamente a Helmut Rilling, è stato diretto, per evidenti problematiche legate alla contingenza delle prove, da Ruben Jais che mi è parso a suo agio in Mendelssohn e un po' meno in Brahms e soprattutto in Schubert di cui non ho capito bene che visione avesse.

Un piccolo ricordo di George Harrison

Come oggi, 11 anni fa, moriva George Harrison, un tipo timido vissuto all'ombra di Lennon e McCartney ma che a un certo punto ha trovato una propria identità e ha cominciato ad avere un certo spazio, seppure sempre abbastanza limitato nelle uscite del gruppo.
Dopo lo scioglimento dei Beatles fece un bel disco, All things must pass che contiene questo bel brano omonimo, struggente.



mercoledì 28 novembre 2012

Il Trio di Parma e Dvorak

Ieri sera per la Società del Quartetto il Trio di Parma ha tenuto un meraviglioso concerto al Conservatorio.
Era il secondo concerto dedicato ai trii di Dvorak; il primo era stato tenuto la scorsa primavera.
Nel concerto sono stati eseguiti il trio n. 2 in sol minore op. 26, del 1876, e il trio n. 3 in fa minore op. 65, del 1883.
L'esecuzione di queste opere è stata un'operazione assolutamente meritoria dal momento che Dvorak sostanzialmente è conosciuto per quattro, forse cinque, composizioni anche se, naturalmente, è un grande nome: chi non conosce Dvorak, quello della Sinfonia dal nuovo Mondo!? Appunto.
Che Dvorak sia poco conosciuto al di là di quelle quattro o cinque composizioni è un peccato perché Dvorak è un magnifico compositore e le sue opere si impongono immediatamente all'attenzione dell'ascoltatore. Ieri sera, ad esempio, una signora seduta davanti a me dopo l'esecuzione del primo pezzo, che per sua ammissione non conosceva, ne magnificava la bellezza a dimostrazione del fatto che Dvorak è un compositore che anche ad un primo ascolto soddisfa sempre e a conoscerlo meglio c'è da guadagnarci molto.
Il Trio di Parma è un complesso magnifico e ha dato di queste bellissime musiche delle esecuzioni di assoluto valore.
Come già era accaduto in altri concerti del Trio di Parma, i suoi bis sono assolutamente sontuosi e ieri sera, come bis, hanno eseguito addirittura il secondo movimento del trio di Schubert op. 100, Andante con moto, quella musica diventata famosa presso il grande pubblico per via del Barry Lyndon di Kubrick. Esecuzione splendida salutata alla fine da un silenzio che nessuno voleva interrompere e seguito poi da un'ovazione.
Pubblico abbastanza numeroso. Grande successo.

martedì 27 novembre 2012

Trifonov al Conservatorio

Ieri sera il pianista Daniil Trifonov ha dato un concerto al conservatorio per le Serate Musicali esequendo la seconda sonata di Scriabin, la Sonata di Liszt e i Preludi di Chopin.
Avevo già ascoltato Trifonov, classe 1991, nel gennaio 2010 quando venne in Auditorium ed eseguì il terzo concerto di Prokofiev e in quell'occasione mi aveva fatto un'enorme impressione. In quello stesso 2010 Trifonov sarebbe arrivato terzo allo Chopin; poi nel 2011 vinse il premio Rubinstein e il premio Ciaikovskij e in questa veste sarebbe dovuto venire lo scorso settembre 2011 con il primo di Ciaikovskij ma diede forfait preferendo Londra, la London Symphony e Gergiev. Come dargli torto!
Il concerto di ieri sera, considerato il programma scelto, non mi ha lasciato molto soddisfatto.
La sonata di Liszt, tutto sommato, ne è venuta fuori abbastanza bene, energica ma anche lirica ed elegiaca. Quello che forse è mancata è stata una visione d'insieme di un'opera così complessa dove Liszt fonde i quattro tempi tradizionali in uno solo e dove tutto lo sviluppo musicale deriva da due temi fondamentali che vengono presentati all'inizio e che subiscono continue trasformazion; un ulteriore tema centrale rimane invece immutato e non si può non pensare ad un parallelismo con la sinfonia Faust dove il tema di Margherita rimane inviolato (sconfitta di Mefistofele) mentre quello di Faust subisce continue metamorfosi.
Viceversa sia nella seconda sonata di Scriabin ma soprattutto nel Preludi di Chopin è risultato evidente, per lo meno a me, che un approccio così muscolare ed atletico paga poco con quegli autori. Ci sono stati bellissimi momenti come nel famoso preludio in re bemolle maggiore dove la progressione centrale è stata bellissima, molto coinvolgente e spettrale e la melodia all'inizio e alla fine è stata cantata molto bene. Viceversa il successivo preludio in maggiore, quello in la bemolle, il mio preferito in assoluto e con il quale ho una specie di identificazione quasi fisica, era troppo martellato e precipitato, trasmetteva ansia; bisogna essere dei poeti per suonare un simile brano e non basta suonare tutte le note. Certamente è un po' difficile parlare brevemente dei 24 preludi di Chopin, ma la mia impressione generale è stata questa.
In modo analogo nei bis si è visto di quale strabiliante virtuosismo Trifonov sia in possesso quando ha suonato la danza infernale dall'Uccello di fuoco di Stravinskij ma in una innocente gavotta  bachiana eravamo mille miglia lontano dall'eleganza e dalla grazia di un Andras Schiff per non parlare del genio di Glenn Gould.
Comunque Trifonov è un pianista straordinario e avrà sicuramente modo di maturare le proprie interpretazioni.
Pubblico numerosissimo, grande successo.

sabato 24 novembre 2012

Saudade do Brasil

Quando ti prende quella saudade do Brasil... con una caipirinha, una buona compagnia, guardando il mare sotto un capanno in una spiaggia deserta.
Questo duetto così lieve tra Elis Regina e Tom Jobim nel sua totale felicità è perfino commovente.


venerdì 23 novembre 2012

Oppressione e riscatto

Ieri sera in Auditorium, ma il primo concerto degli usuali tre si era tenuto già martedì a causa dela prossima tournée russa, è tornato il maestro Oleg Caetani, cognome della madre di antichissima nobiltà e figlio del grande Igor Markevitch ed è tornato con un concerto dall'originale impaginazione che prevedeva l'esecuzione di musiche di Beethoven e Shostakovich, apparentemente due autori piuttosto diversi se non fosse che Shostakovich, per il modo che ha di scrivere i propri pezzi facendo derivare tutto il discorso musicale da pochi elementi, è di certo uno degli autori del '900 più beethoveniani.
Di Beethoven si è ascoltata innanzitutto l'ouverture da Egmond op. 84 del 1810 da Goethe che riprese la vicenda umana del principe Egmond in lotta contro la dominazione spagnola nelle Fiandre rimanendone ucciso. Mi spiace che di quest'opera di Beethoven in genere venga eseguita sempre e solo l'ouverture perchè il resto delle musiche scritte da Beethoven è di un livello piuttosto alto. Inoltre l'ouverture è qualcosa dopo la quale ti attendi qualcosa che però non viene e così si resta un po' sospesi, come non completamente appagati. Esecuzione buona, corretta ma non fiammeggiante.
Il secondo brano invece era un'aria, per la precisione la seconda di due che Beethoven scrisse nel 1796 per il singspiel comico Die schöne Schusterin (La bella calzolaia) di Ignaz Umlauf. L'aria eseguita, Soll ein Schuh nicht drücken WoO 91 ha un andamento piuttosto divertente e popolaresco, quasi da macchietta con quel suo riferirsi all'arte della calzoleria.
L'ultimo brano di Beethoven era invece la celebre aria da concerto Ah, perfido! anch'essa del 1796 ma pubblicata diversi anni dopo come op. 65, opera nella quale si sono cimentate buona parte delle più grandi soprano, come la Callas ad esempio, intensissima e ineguagliabile.
Cantava la soprano Susanne Braunsteffer da Rosenheim (Baviera), molto giovane e dotata di mezzi vocali notevoli. Ha peccato un po' in interpretazione ma continuando a studiare, cosa che sta facendo ancora, migliorerà di certo: la voce non le manca di certo.
Nella seconda parte del concerto c'era la settima sinfonia di Shostakovich in do maggiore op. 60, detta Leningrado, opera monumentale, piuttosto pletorica ed anche un po' dispersiva.
Di sicuro è la sinfonia più famosa di DSCH, per via degli eventi storici, l'assedio nazista di Leningrado, nel corso dei quali fu scritta sul finire del 1941.
Non è di certo la sinfonia più bella di DSCH. La sinfonia è famosa soprattutto per il primo movimento che contiene il famoso crescendo che rappresenterebbe l'invasione nazista. In realtà è un elemento di disturbo che viene a turbare il clima idilliaco e chiaro dell'inizio, come un paesaggio in pieno sole. Alla fine del movimento il clima iniziale ritorna quasi allucinato con l'elemento di disturbo sullo sfondo. Questa caratteristica dell'elemento di disturbo torna poi anche nel secondo e terzo movimento. Il secondo movimento ha un carattere salottiero dalla soffusa luce azzurrina e contiene un magnifico assolo dell'oboe ripreso più avanti dal clarinetto basso accompagnato dai lievi fremiti dei flauti. Il terzo movimento ha invece un carattere quasi sacrale con quelle sonorità che possono ricordare alcune parti della Sinfonia di Salmi di Stravinskij ma si distende poi in un assolo mozzafiato del flauto a cui più avanti risponderanno le viole; in mezzo la musica va tutta per aria con un effetto simile a quello ottenuto da Schubert nel movimento lento del quintetto per archi, in do maggiore anch'esso, dove però si deve riconoscere che l'effetto sconvolgente ottenuto da Schubert con il minimo dei mezzi utilizzati è assolutamente ineguagliabile. Nel finale della sinfonia si assiste invece alla volontà e ferrea determinazione di costruire un clima positivo, di trionfo del bene sul male, di vittoria e così DSCH riprende il materiale musicale dell'inizio della sinfonia facendone un canto intonato a piena orchestra, quasi un muro invalicabile formato dall'intero popolo.
Naturalmente la propaganda sovietica si impadronì dell'opera e ne fece uno strumento di propaganda ma nei fatti, in quegli anni di guerra, la sinfonia conobbe uno straordinario successo complice anche Toscanini che diresse la prima Americana. Dopo la guerra, anche per ragioni politiche, si è cominciato a snobbare un po' quest'opera anche se DSCH ha sempre cercato di ricondurre l'opera nell'alveo della musica pura.
Personalmente non ho remore politiche che mi sono del tutto indifferenti ma ho delle perplessità sulla musica in sè anche se la sinfonia contiene alcuni momenti splendidi.
Soprattutto non mi convince quel carattere chiaro, freddo, quasi esteriore e dimostrativo che caratterizza la sinfonia e che si concretizza nel fatto che la sinfonia non ha quelle caratteristiche così tipiche di DSCH, l'ironia, il grottesco, il rimuginare pensieri oscuri. Ben altra cosa sarà la successiva ottava con quel quarto movimento così claustrofobico e allucinato, vera angoscia e paura tradotta in musica ed espressione del dolore vero per tutto ciò che circondava DSCH, la guerra certo ma anche e forse soprattutto il regime di violenza in cui viveva, le purghe di Stalin che avevano fatto scomparire milioni di persone e tanti amici che non si potevano più incontrare e abbracciare.
Comunque, l'esecuzione data da Oleg Caetani, che prima di iniziare la sinfonia ha fatto una breve e pertinente introduzione all'opera, col quale l'orchestra negli anni passati ha realizzato ed inciso l'integrale delle sinfonie (unica orchestra italiana), è stata assolutamente splendida, colossale, e l'orchestra, con qualche piccolissima pecca, è stata assolutamente encomiabile; bravissime tutte le prime parti chiamate ad intensi assoli.
Prima di questa esecuzione avevo un'altra settima nella memoria, quella diretta da Jurowsky qualche anno fa ma questa la metto accanto a quella senza alcun dubbio.
Pubblico numeroso, un'intera scolaresca, molti applausi e gente visibilmente soddisfatta.
Buon viaggio all'orchestra e alla violinista Francesca Dego in Russia, Mosca e San Pietroburgo, e ogni augurio affinchè diano il meglio di sé.
Li avremmo seguiti volentieri se non ci si fosse quasi sovrapposto un altro viaggetto già programmato da tempo. Sarà per la prossima volta, fosse anche al Cina!

sabato 10 novembre 2012

Jacqueline du Pré - The complete EMI recordings

Questa mattina sono andato in centro e ne ho approfittato per fare una scappata da Ricordi in galleria. Erano mesi che non ci andavo.
Così mi sono imbattuto in un cofanettone di 17 CD pubblicato dalla EMI contenente tutte le registrazioni fatte dalla violoncellista Jacqueline du Prè ed il tutto ad un prezzo stracciatissimo, veramente quattro soldi.
Si tratta di un vero scrigno delle meraviglie contenente i concerti per violoncello di Elgar (Jacqueline du Pré è il concerto di Elgar), Delius, Saint-Saens (primo), Dvorak, Schumann, Monn, Haydn, Lalo (dell'ottobre 1973, la sua ultima esibizione visto che nello stesso mese le sarebbe stata diagnosticata la schlerosi multipla che l'avrebbe portata alla morte il 19 ottobre 1982, un lunedì, a soli 47 anni e che già dal 1970 aveva fatto sentire i suoi effetti con la progressiva perdita della sensibilità delle dita), Boccherini, le sonate per violoncello e pianoforte di Beethoven, Brahms, Chopin e Franck, due suite di Bach, una sonata di Haendel, i Trii e le variazioni di Beethoven, il trio di Ciaikovskij, i Fantasiestucke di Schumann (con Gerald Moore!), Kol Nidrei di Bruch, il XIII concerto di Couperin dai Gouts Réunis e per finire il Don Chisciotte di Strauss diretto da Boult.
Le registrazioni vanno dal 1961, Haendel e de Falla, quando la du Pré aveva solo 16 anni essendo nata venerdì 26 gennaio 1945, al 1973.
La grande maggioranza dei pezzi da camera vedono ovviamente la presenza di Daniel Barenboim al pianoforte e di Pinchas Zuchermann nei trii.
Imperdibile.

PS

Cosa diavolo ci fanno i CD di Giovanni Allevi nel reparto della musica contemporanea? La sola constatazione che Allevi si trovi a venti centimetri da John Adams, Luciano Berio e Eliott Carter, ad un metro di distanza da Bruno Maderna e Olivier Messiaen, a uno e mezzo da Steve Reich e Arvo Part e a due metri da Stockhausen o Scelsi mi fa venire l'orticaria e un gran prurito alle mani.

venerdì 9 novembre 2012

Ciclo Novecento

Metto SKY, il canale della classica, e mi trovo davanti ad uno dei concerti del ciclo '900 che il maestro Francesco Maria Colombo tenne tra il 2009 e il 2010, per la precisione quello dedicato a Prokofiev del maggio 2010.
Osservo con piacere che SKY continua a riprogrammarli perchè erano veramente ottimi.
Personalmente ho ricordi bellissimi di quelle domeniche mattina.
Ne ricordo una in particolare.
Era il 18 gennaio 2009 ed in programma c'era la suite da Pulcinella di Igor Stravinskij ma nel concerto furono eseguiti anche ampie porzioni di Apollon Musagete, uno dei suoi più grandi capolavori.
Quando il concerto terminò e si uscì nevicava ed ero felice come raramente mi è capitato con quei fiocchi che danzavano nell'aria e la musica di Stravinskij che mi suonava dentro.
E' stato uno di quei momenti in cui dici: "Questo me lo ricorderò per sempre".

Concerti

Questa mia settimana musicale è iniziata lunedì al Conservatorio dove Alexander Lonquich, grande pianista tedesco, ha eseguito i due libri dei Préludes di Claude-Achille Debussy, di cui quest'anno ricorre il 150° anniversario della nascita. Belle esecuzioni da parte di Lonquich e gran bel concerto.
Mercoledì, invece, alla Scala Daniel Barenboim, nella veste di pianista, con Daniel Harding come direttore, ha tenuto un concerto dove ha eseguito il terzo concerto di Beethoven e il primo concerto di Ciaikovskij. Premesso che Harding è stato splendido nelle sue esecuzioni ben concertate e condotte con bel gesto, parco ma deciso e sicuro, le prestazioni di Barenboim sono state alterne. Il suo Beethoven è stato ottimo, del resto già negli anni '60 Barenboim eseguì ed incise i concerti di Beethoven nientemeno che con Otto Klemperer. Con Ciaikovskij, secondo me, si è trovato un po' in difficoltà soprattutto nei due tempi estremi. Certi passaggi di ottave da fare fortissime e velocissime, a metà del primo movimento, ad esempio, non erano molto soddisfacenti e anche nel finale dove il pianista è chiamato ad una prestazione piuttosto atletica Barenboim, secondo me, ha rivelato di non essere l'interprete ideale di questa musica; nulla a che vedere con pianisti tipo Horowitz o Richter e se non sei in possesso di mezzi fisici eccezionale questo concerto è meglio evitarlo. Molto bello e poetico, invece, il secondo movimento, con momenti veramente incantevoli anche per l'ottima intesa con l'orchestra di cui Barenboim faceva quasi il direttore principale. Poi sono iniziati i bis chopiniani. Come primo ha suonato il notturno op. 27 n. 2; bella esecuzione. A seguire il walzer op 64 n. 1; esecuzione buona ma non molto chiara nell'articolazione della mano destra (Blechacz, nel video, è su un altro pianeta!). Non contento si è prodotto in un terzo bis, la polacca op. 53 "Eroica" e qui, purtroppo, le cose sono andate piuttosto male. In realtà non ne voglio neanche parlare perché è stato imbarazzante (Horowitz nel video o Rubinstein stanno dall'altra parte della galassia). Dico solo che un grande artista come è Barenboim dovrebbe sapere ciò che può fare bene e ciò che è meglio evitare. Quello Chopin non fa per lui ed è inutile e fastidioso che tenti di sopperire ad evidenti difficoltà tecniche (ancora terribili passaggi di ottave) con un'accentuazione dell'intensità pestando sui tasti e sul pedale approdando così ad un'esecuzione confusa e massimamente approssimativa. Dovrebbe portare anche più rispetto per la Scala e ricordarsi che lì chiunque è chiamato ad esibirsi al top delle proprie possibilità e capacità. Grandi applausi con qualcuno che ha tentato di dissentire. Personalmente sono troppo discreto per mettermi a muggire come un vitello per cui me ne sono andato sperando che non facesse un ulteriore bis.
Ieri sera in Auditorium si teneva invece il nono concerto della stagione della Verdi coprodotto con Milano Musica, rassegna di musica contemporanea, diretto da Andrea Pestalozza, figlio di Luciana Pestalozza Abbado, sorella di Claudio Abbado e recentissimamente scomparsa.
Il concerto si è aperto con un pezzo di Marco Stroppa, Let me sing into your ear, scritto nel 2010 ed in prima esecuzione in Italia. Il pezzo è scritto per corno di bassetto amplificato ed orchestra da camera. Il solista, Michele Marelli che è anche il dedicatario del pezzo, stava su una pedana sul fondo mentre davanti, tra il direttore e i primi violini, c'era l'amplificazione. Il pezzo è in due parti A e B ognuna divisa in tre sezioni dai titoli strani (Irredento, Rintanato, Marmoreo, Pulviscolante, ecc.).
Le dinamiche sono piuttosto ridotte e solo in alcuni parti la musica si agita mentre per la maggior parte del tempo le sonorità sono tenui, come provenienti da un grande distanza. Pezzo un po' evanescente ma di bell'impatto sonoro e fatto di belle atmosfere anche se non ho capito bene dove volesse andare a parare.  Bravissimo il solista.
A seguire è stato eseguito il concerto per tre pianoforti ed orchestra di Niccolò Castiglioni, brano del 1983 ma in prima esecuzione assoluta dal momento che lo stesso Castiglioni ne impedì la pubblicazione. Forse la sua pudicizia gli vietava di pubblicare un pezzo così scoperto, così eccessivo. In effetti, conoscendo altri brani dello stesso autore, questo Castiglioni mi ha sorpreso molto. Il concerto è in sei movimenti ma il tutto dura circa 15 minuti. Nei primi 5 tempi i tre pianoforti non intervengono molto nel discorso che viene condotto essenzialmente dall'orchestra. Nel finale, invece, i pianoforti prendono decisamente l'iniziativa e dopo una serie di gesti pianistici arrivano ad un accordo che viene ripetuto per 190. L'effetto è stranissimo perchè in ogni istante pensi che la musica debba cambiare in qualche modo ma ciò non accade finchè improvvisamente il primo pianoforte parte con un motivetto da canzonetta che viene immediatamente commentato, violentato, variato dagli altri due pianoforti; man mano si unisce tutta l'orchestra creando un guazzabuglio sonoro fatto di gesti violenti e caotici a cui mette improvvisamente fine un percussionista, nella fattispecie Stefano Bardella, posizionato a fianco del direttore che fino a quell'istante era stato lì ad ascoltare pazientemente e ad un certo punto si è alzato con l'aria di dire "Adesso vi sistemo io" e presi i piatti si è prodotto in un clamoroso colpo di piatti a due.
Non si può dire che si tratti di un brano che non colpisce. A me è piaciuto e credo che potrebbe diventare anche un brano con una certa notorietà se gli verrà data l'occasione di essere eseguito.
Sui primi due pezzi ho sentito le solite battute tipo: "Una musica così la comporrei anch'io" battute vecchie e banali che si potrebbero evitare e che non sono per niente originali. Considerando che ho abbastanza anni, ma non troppi, da aver sentito un idiota fischiare un brano di Debussy (nel 1969 in un concerto diretto da Abbado), affermazioni simili mi scivolano via come l'aria fresca e vorrei chiedere a questi geni che sanno tutto di musica: "Scusi, perchè Beethoven è un compositore importante? Come ascolta lei Beethoven? Trova gradevole la Grande Fuga? Secondo lei Mahler è ancora un autore contemporaneo e ai suoi tempi scriveva musica contemporanea?" e sarebbe per me fin troppo facile ricordare i tempi in cui, fine anni '60, la gente alla Scala se ne andava durante l'esecuzione della V di Mahler diretta nientemeno che da sir John Barbirolli (c'ero) o che Mitropoulos agli inizi degli anni '50 dovette redarguire il pubblico scaligero che fischiava il Wozzeck di Alban Berg spiegando loro che si trattava di un capolavoro scritto 30 anni prima (non c'ero). Questo perché ho il fondato sospetto che nell'ascolto della musica prevalga l'abitudine facendola passare per classicismo e superiorità su quanto viene proposto di nuovo.
Il concerto si è concluso con la prima sinfonia di Mahler, una delle cose di Mahler che mi piace di più. Premesso che nel complesso ho ascoltato esecuzioni migliori di questa sinfonia si deve però riconoscere che si è trattato di un'interpretazione non banale né scontata con momenti molto belli, ad esempio lo scherzo e il trio e molto bello anche il terzo movimento, vero centro della sinfonia e praticamente di tutto Mahler con una parte centrale dove viene citato l'ultimo lied, Die zwei blauen Augen, dai Lieder eines fahrenden Gesellen riorchestrato da Mahler in modo stupendo. Leonard Bernstein o Bruno Walter in quel punto sono commoventi fino alle lacrime ma Andrea Pestalozza non è stato da meno coadiuvato splendidamente dall'orchestra. Soprattutto mi è parso che l'esecuzione data da Andrea Pestalozza, anche se qua e là un po' faticosa, sia stata molto chiara ed abbia messo bene in evidenza alcune peculiarità del linguaggio di Mahler che si sarebbero sviluppate nelle opere successive. (Mi chiedo quando qualcuno si prenderà la briga di programmare la sinfonia in mi maggiore di Hans Rott il cui ascolto rivelerebbe tante affinità con il linguaggio di Mahler che, del resto, aveva di lui un'altissima stima).
Comunque grande stima e ammirazione per Andrea Pestalozza come musicista in genreale ed in particolare per il suo grande impegno nella diffusione del repertorio contemporaneo e naturalmente, e soprattutto, per la sua mamma che tanto ha fatto per Milano e per la musica.
L'orchestra ha suonato bene ma non sempre al meglio, soprattutto i corni.
Buon pubblico con parecchi giovani ed un pubblico anche diverso dal solito data la presenza di musica contemporanea, cosa, peraltro, che come ai tempi di Abbado alla Scala o come accade in luoghi come Berlino, Amsterdam o Londra, dovrebbe essere la normalità.
Questi concerti sono stati anche l'occasione per rivedere tante persone che già incontravo 30, 40 anni fa. Gli anni sono passati ma siamo ancora qua e ho scoperto una volta di più che mi fa molto piacere rivedere queste persone perchè abbiamo condiviso in vari modi tante cose belle e che voglio molto bene a tutte loro.


martedì 6 novembre 2012

Giuseppe Verdi - Lettere

More about Lettere

Ho preso questo bel libro curato da Eduardo Rescigno dedicato alle lettere di Verdi e pubblicato da Einaudi nella collana I Millenni.
Ovviamente è una scelta di 700 lettere tra le migliaia che Verdi scrisse e ricevette nella sua lunga vita. In quei tempi, senza internet e telefono, si scrivevano lettere e le poste funzionavano bene.
Il volume, di ben 1165 pagine, contiene anche dettagliate notizie biografiche, le sinossi di tutte le opere e l'indice delle persone citate corredate dalle notizie che a loro si riferiscono.
Il libro è arricchito anche da belle illustrazioni di Giuliano della Casa.
Libro molto raccomandabile.
Sfogliandolo viene fuori, al di fuori dell'ufficialità, il Verdi che chiama il librettista Francesco Maria Piave "Mio bel Mona dei Mona Monissimo" e gli intima in modo perentorio, scherzando ma fino ad un certo punto, di scrivere con POCHE PAROLE... MA SIGNIFICANTI dal momento che trova il Piave sempre piuttosto prolisso e in un modo che toglie energia (mi veniva in mente Stravinskij che parlava del suo rapporto con Cocteau a proposito del libretto dell'Edipus Rex); viene fuori anche il Verdi nei suoi rapporti con il potere, con la politica, nei suoi rapporti privati spesso, soprattutto verso la fine della sua vita, così teneri.
Il libro riproduce le lettere così come Verdi le scrisse con tutti i suoi errori d'ortografia e le abbreviazioni che usava dal momento che era sempre di fretta.
Il libro non costa poco ma rappresenta un investimento; fra 30 o 40 anni per comprarlo, in questa edizione,costerà una fortuna (piccolo ragionamento che mi faccio sempre quanto spendo soldi per i libri; del resto recentemente ho appreso che un libro edito da Ricciardi e pubblicato nel 1969 "Fuori di casa" di Montale in una non certo lussuosa brossura, e che costava 3.500 lire, cioè meno di un LP, oggi sul mercato antiquario lo devi pagare poco poco 200 euro).
Considerando che ci stiamo avvicinando al 2013, bicentenario di Verdi (e di Wagner), sempre che non ci sia la fine del mondo il prossimo dicembre, penso che sia un bel modo per osservare un po' più da vicino Giuseppe Verdi, un grande italiano di cui possiamo andare fieri.

domenica 4 novembre 2012

Giuseppe Verdi, un grande amico

L'ottavo concerto della stagione dell'orchestra Verdi ha visto ancora una volta sul podio Jader Bignamini che ha sostituito la Xian Zhang da poco nuovamente mamma.
Programma tutto verdiano con il quartetto eseguito per orchestra d'archi e i quattro pezzi sacri.
Il quartetto fu scritto nel marzo 1873 a Napoli, dove Verdi si trovava per una rappresentazione di Aida, nei momenti d'ozio ed è un caso unico nella produzione verdiana. Non so se Verdi avesse intenti polemici nei confronti di chi sosteneva la superiorità della musica strumentale di area tedesca dimostrando di essere capace di scrivere un quartetto. In ogni caso si cimentò con questa forma che è di certo la più difficile. Se non hai nulla da dire e scrivi un quartetto se ne accorge chiunque mentre se scrivi per orchestra, con i colori e i timbri, puoi confondere le acque. Verdi, peraltro, scrivendo il quartetto, rimase fedele al suo stile che è sempre riconoscibile e diede una dimostrazione in più della sua grande bravura nella scrittura per gli archi. Come dimenticare la poesia, di un vero poeta, del preludio della Traviata o di certe parti di Aida, di Otello, ecc. ecc. e il finale è una fuga ben scritta, ma del resto Verdi non concluderà la propria carriera di operista con la fuga finale del Falstaff?
Nella seconda parte del concerto sono stati eseguiti i quattro pezzi sacri, due a cappella, l'Ave Maria, su scala enigmatica, e le Laudi della Vergine, da Dante, e due con orchestra, lo Stabat Mater e il Te Deum. Ancora una volta sono rimasto profondamente impressionato ed anche molto scosso da questa musica così forte. Mi veniva da paragonare, in particolare, il Te Deum di Bruckner con quello di Verdi e nello specifico nelle loro sezioni finali, in te Domine speravi. In Bruckner si sente che ci crede veramente e che quella speranza, pur essendo una speranza, è una speranza che volge verso la certezza. In Verdi è una speranza, un auspicio che si spegne in un pianissimo pieno d'angoscia tanto più drammatico dal momento che viene raggiunto dopo un fortissimo carico di vera speranza che non riesce a diventare una certezza; un brano grandissimo di un Verdi umanissimo che mi si è messo vicino come un compagno di viaggio o un amico con il quale ho percorso tanta strada insieme. Ne sono uscito veramente molto colpito. (Leggendo una recensione del concerto di martedì scorso di Claudio Abbado che ha eseguito la VI di Mahler ho letto che quella è musica che non si può eseguire in modo convincente se si è privi di un'esperienza di vita fatta anche di profonda sofferenza interiore. Mi permetto di non condividere quell'opinione. Per me questo Verdi è un'opera e una musica che parla veramente di sgomento e di sofferenza interiore, la sesta sinfonia di Mahler è tutta troppo esposta, tutta o quasi tutta troppo gridata, fatta di gesti plateali, di grandi proclami esteriori. Che poi possa anche colpire non lo nego ma non appartiene al mio gusto.)
Le esecuzioni date da Jader Bignamini sono state ottime; oltretutto ha diretto sempre a memoria, dimostrando una grande conoscenza di queste musiche. Nel quartetto grande resa degli archi con momenti veramente belli, come il trio dello scherzo dove i violoncelli hanno cantato la loro bella melodia con un'intensità ma nello stesso una moderazione assolutamente grande. Coro grandissimo e un plauso deve essere elevato ad Erina Gamberini che dopo la morte di Romano Gandolfi ha saputo conservare quel suono, quel timbro così verdiano, così caratteristico che mi veniva ancora in mente ricordando antichi Requiem verdiani diretti da Abbado negli anni '70 quando alla Scala c'era appunto Romano Gandolfi.
Grande prestazione dell'orchestra, impeccabile e grande Jader Bignamini che mi pare stia maturando un'arte direttoriale di assoluto rilievo.
Un bellissimo concerto con poco pubblico (domenica), purtroppo.

sabato 27 ottobre 2012

Abbado a Ferrara: sono già lì.

Se non succedono cataclismi  venerdì 12 aprile 2013 andrò con mia moglie a Ferrara per un concerto di Abbado con la Argerich. Purtroppo sono arrivato tardi per un pelo per il concerto di Abbado del 30 ottobre con Barenboim al pianoforte e la VI di Mahler (stanno già provando da una settimana, mica due giorni e via).
Abbiamo già i biglietti e con i giusti contatti (potenza di Facebook! Grazie a Mara) ci è costata molta ma molta meno fatica di quella volta che Abbado venne alla Scala nel 1993 con i filarmonici di Berlino: due giorni di impegno, con appelli alle quattro del mattino e chi era assente perdeva il posto. Meno male che allora abitavo in pieno centro e alla Scala ci potevo praticamente andare a piedi facendo una passeggiata ma, considerando che era il 31 gennaio, faceva un freddo cane.
Invece ora con due clic ho fatto tutto bello sciallo e comodamente senza tanto sbatti, come direbbe il piccolo.

Pinchas Zuckerman

Ieri sera per le Serate musicali il violinista Pinchas Zukerman ha fatto un concerto con musiche di Schumann, Franck e Brahms.
Si è iniziato con le Tre Romanze per oboe e pianoforte op. 94 di Robert Schumann, un'opera scritta nel dicembre 1849 come regalo di Natale per Clara, nata Wieck, la più grande pianista dell'ottocento e lei stessa compositrice di belle musiche. L'originale è per oboe ma lo stesso Schumann prevede la possibilità di usare il violino. Brano di grande intensità e tenerezza, di una profondità che si nasconde nella più grande semplicità. Zuckerman ha suonato il pezzo quasi in punta di piedi, con grande compostezza, poesia e stile, caratteristica, questa dello stile, che è stata una costante di tutto il concerto.
A seguire César Franck e la sua sonata per violino e pianoforte in la maggiore del 1886, uno tra i più grandi capolavori del genere sonata per violino e pianoforte. Personalmente adoro Franck nel senso che tutto ciò che ha scritto mi piace e trovo meravigliosa la sua armonia e le sue progressioni. Zuckerman ha suonato benissimo facendo cantare il violino con una grandissima intensità ma con suono sempre bello dal registro più profondo a quello più acuto e senza mai farsi travolgere dalla piena di canto e di ardore che viene fuori da questa musica meravigliosa.
Nella seconda c'era lo Scherzo della sonata FAE (Frei aber einsam) (nel bellissimo video con Kogan che suona vari pezzi lo scherzo inizia al minuto 15.15) scritta nel 1853 a sei mani con Schumann e Dietrich. Brahms aveva 20 anni e in questo geniale scherzo si trova già molto di ciò che sarà il Brahms futuro.
Per finire un altro grande cavallo di battaglia dei violinisti, la sonata n. 3 in re minore op. 108, sempre di Brahms che la scrisse tra il 1886 e il 1888. Jorge Luis Borges nel suo libro A/Z alla voce Brahms scrive: "La musica di Brahms è l'unica, oltre alle milongas, agli spirituals e al cante jondo, che riesca a commuovermi." Brahms, soprattutto l'ultimo Brahms, si nasconde dietro elementi minimi di cui quasi non ci si accorge. Non è certo un autore molto appariscente e raramente alza la voce; è un autore da meditazione, da gustare nel proprio intimo, ma appunto per questo riserva delle gioie profonde quasi impalpabili. Anche in questa sonata Zuckerman, grande violinista incapace di suonare male, ha suonato benissimo, con grande suono, sensibilità e stile.
Accompagnava al pianoforte la pianista Angela Cheng, buona ma non esente da pecche qua e là.
Pubblico scarsino che riempiva neanche un terzo del dal Verme.

venerdì 26 ottobre 2012

Per chiudere...

Per chiudere questa settimana così intensa una composizione di Francis Poulenc, lo Stabat Mater, un opera di una bellezza assoluta





che fa il paio con lo Stabat Mater di Karol Szymanowski, altro grandissimo capolavoro






e, naturalmente, il capolavoro assoluto, quello di Giovanni Battista Pergolesi


Il ritorno della Xian

Programma tutto brahmsiano per la rientrante Xian dopo la seconda maternità.
Si è partiti con un brano da bis, la danza unghesere n. 1 in sol minore che è servita per scaldare i muscoli all'orchestra. Bella esecuzione anche se nella parte centrale,"sostenuto e poco a poco in tempo" la Xian forse ha staccato un tempo troppo lento.
A seguire il doppio concerto per violino e violoncello op. 102 scritta nel 1887. Questa è l'ultima opera sinfonica di Brahms ed è un'opera che riprendeva un genere piuttosto abbandonato. In effetti in quegli anni andavano molto di moda i concerti virtuosistici per pianoforte o per violino, ma Brahms già nei suoi concerti precedenti aveva dimostrato di curarsi ben poco degli aspetti virtuosistici e di privilegiare di gran lunga l'intensità, l'espressione e il contrappunto. Quest'opera nacque anche come riconciliazione con il vecchio amico, il violinista Joachim con il quale i rapporti si erano interrotti a causa della moglie di Joachim di cui Joachim era gelosissimo e di cui Brahms prese le difese contro le infondate accuse di tradimento del marito. Il concerto, una specie di sinfonia concertante se non un concerto grosso ampliato, non è virtuosistico ma è molto difficile. Non è propriamente il mio Brahms preferito e sono abbastanza d'accordo con il grande critico Hanslick, che fu un alfiere di Brahms, quando diceva che il concerto era "più scritto che ispirato" però contiene dei passaggi strepitosi e, appunto perchè non è sempre sostenuto da quella piena di melodia che si riscontra in altri pezzi di Brahms, merita ogni cura da parte degli esecutori. L'esecuzione è stata molto buona con una bella intesa tra la Xian e i due solisti, la storica spalla dell'orchestra Luca Santaniello e il primo violoncello Mario Shirai Grigolato che hanno suonato con intensità. Un bel successo per entrambi. E' buona cosa che le prime parti dell'orchestra abbiano la possibilità di esibirsi da solisti, un'ottima esperienza che aumenta l'autostima non di poco. Come bis la passacaglia di Haendel in versione per violino e violoncello che fu usata anche come sigla degli intervalli RAI, da con confondersi con la sigla con le pecore, molto precedente, che era di Paradisi.
Per finire la prima sinfonia op. 68 del 1876, scritta dopo anni di attesa da parte del mondo musicale. Il confronto era nientemeno con Beethoven. Brahms sentì questo carico di responsabilità e compose questa sinfonia quando si sentì sicuro di poter scrivere qualcosa di personale e non un'imitazione di Beethoven, cosa che l'avrebbe condotto al disastro. 
La Xian aveva già eseguito questa sinfonia nel gennaio del 2011. L'esecuzione di quest'anno mi ha sorpreso fin dall'inizio: un'esecuzione più meditata, più profonda e sofferta ma anche molto dinamica. Una grande esecuzione molto ben concertata. 
L'orchestra ha suonato da grande orchestra, in modo virtuoso, da orchestra che possiede nelle propre corde questa musica. 
Ottimi tutti gli interventi solistici, l'oboe di Luca Stocco nel secondo movimento, il flauto di Massimiliano Crepaldi nell'introduzione del finale, il clarinetto di Raffaella Ciapponi, il corno di Sandro Ceccarelli che è stato sempre ottimo e grandioso nel richiamo del corno alpino nel finale che ha suonato con bellissimo suono, ma senza dimenticare tutto in gruppo dei corni che ha suonato sempre bene, ed infine il violino di Nicolai von Dellingshausen, per l'occasione spalla, dal suono immacolato ed intonatissimo nel duetto finale del secondo movimento con il primo corno , una conclusione strepitosa per il bellissimo movimento.
Pubblico molto numeroso con moltissimi giovani: una bella gioventù, finalmente! Successo per tutti.
Omaggio di un pacchetto con nastro azzurro alla Xian da parte di una carinissima signora della platea per ricordare che la Xian sarà anche una donna di ferro ma è prima di tutto una donna e una mamma di due bambini e secondo me questo fatto forse ha inciso nel modo di interpretare questo Brahms, più maturo e sentito.

lunedì 22 ottobre 2012

Dedica

Dedicato ad una persona, la mamma di tre dei miei cugini, che da oggi non è più qui.

Herr, lehre doch mich,
daß ein Ende mit mir haben muß.
und mein Leben ein Ziel hat,
und ich davon muß.








Ihr habt nun Traurigkeit;
aber ich will euch wiedersehen,
und euer Herz soll sich freuen,
und eure Freude soll niemand von euch nehmen.



domenica 21 ottobre 2012

Aspettando Pinchas Zukerman

Fra qualche giorno ascolterò Pinchas Zukerman dal vivo.
Intanto qui, in ottima compagnia, Daniel Barenboim e Jacqueline du Pre, esegue il trio di Ciaikovskij, gran musica!


venerdì 19 ottobre 2012

Che trio!

In tutti i sensi, che trio!
Amo questo trio di Brahms.


Jaqueline du Pré

25 anni fa moriva Jaqueline du Pré. Fu una perdita enorme per la musica, una tragedia per noi che eravamo suoi fan già da molti anni privati della sua presenza a causa della sua malattia che la fece morire così giovane.
Se penso che ora avrebbe 67 anni mi viene una rabbia...
E' incredibile come la vita si accanisca con alcuni e la du Pré non fu certo fortunata considerando la malattia e la sua vita privata (credo seriamente che una delle cause, forse la più importante, per cui non riesco a considerare con simpatia il suo enfatico marito Daniel Barenboim, sia dovuto proprio a questo motivo, cioè che lui non le sia stato vicino fino alla fine; sarà un difetto mio ma certe cose non riesco a superarle).

Qui aveva 17 anni ed era deliziosa con quel taglio di capelli.


Dalle tenebre alla luce

Ieri sera in Auditorium Claus Peter Flor ha diretto un concerto ad alto contenuto spirituale con musiche di J. S. Bach, Cantata BWV 199 "Mein Herz schwimmt im Blut" (Il mio cuore nuota nel sangue), cantata per la XI domenica dopo la Trinità e l'ottava sinfonia di Anton Bruckner.
Nel 1714 Bach fu nominato Konzertmeister alla corte di Weimar. Tra i suoi obblighi c'era quello di scrivere una cantata al mese per il servizio di corte. Fu così che domenica 12 agosto 1714 fu eseguita la cantata Mein Herz schwimmt im Blut che probabilmente era stata scritta l'anno prima ma fu riproposta anche successivamente a Cothen e a Lipsia, domenica 8 agosto 1723 trasposta dal do minore di Weimar a re minore. Il testo di Georg Christian Lehms da Darmstadt è correlato alla contrizione, al pentimento. Il testo, di carattere pietistico, può fare oggi un effetto un po' strano, perfino eccessivo ma in quell'epoca era perfettamente in sintonia con la sensibilità del tempo. A questo proposito si possono leggere i capitoli sulla letteratura tedesca del Mittner relativi a quel periodo per rendersi conto in modo più profondo di quanto fosse radicato questo sentimento pietistico. La cantata non fu pubblicata nell'edizione ottocentesca dei lavori di Bach, edita dalla Bach-Gesellschaft perchè l'autografo fu scoperto nel 1911 a Copenhagen. La cantata è scritta per un soprano, archi, un oboe e basso continuo; è in otto parti con quattro recitativi che precedono tre arie e un corale. La prima aria, con l'oboe obbligato, è una supplica; la seconda aria, con l'accompagnamento degli archi ricorda in qualche modo Haendel per l'ampiezza del gesto musicale ; la terza aria, che conclude la cantata, corrisponde al momento in cui il penitente si è finalmente riconciliato con Dio: ha quindi un carattere di danza, una giga, che disperde le immagini cupe che caratterizzavano le precedenti parti della cantata costruendo così un percorso che dalle tenebre conduce alla luce. Tra la seconda e la terza aria è inserito un corale scritto con una viola obbligata (ma nelle esecuzioni successive furono utilizzati altri strumenti, un violoncello, la viola da gamba, il violoncello piccolo) sulle parole della terza strofa del famoso inno Wo soll ich fliehen hin di Johann Herrmann.
Cantava la soprano Deborah York, vecchia conoscenza per essere stata già presente in Auditorium molte altre volte. La York è molto brava, è un'autentica specialista, anche se non ha una voce di grande volume per cui in certi momenti, soprattutto nel registro basso, la si sente poco. Molto bella, comunque, la sua interpretazione e bella la direzione di Flor con in evidenza la viola di GabrieleMugnai e l'oboe di Luca Stocco nella prima aria.
Nella seconda parte del concerto è arrivato Anton Bruckner (sabato 4 settembre 1824 - domenica 11 ottobre 1896). 
Bruckner è un personaggio strano. Sostanzialmente audidatta, grande organista, scrive varia musica sacra, sottopone nel 1852 le sue musiche al maestro di cappella di corte Ignaz Assmayr, allievo di Michael Haydn e amico di Schubert, da cui riceve il consiglio di abbandonare la musica, pur abbattuto nel 1854 scrive una Missa Solemnis che ha un buon successo e che sottopone a Simon Sechter, organista di corte e docente col quale avrebbe voluto studiare anche Schubert se non fosse morto, che ammira l'opera ma gli consiglia di ricominciare da capo a studiare alla sua scuola arrivando così il 22 novembre 1861 (37 anni!) al conseguimento del certificato di "maestro di musica" al conservatorio di Vienna. Il direttore d'orchestra Johann Herbeck che faceva parte della commissione esaminatrice e che nel 1865 avrebbe scoperto ed eseguito la sinfonia Incompiuta di Schubert, disse: "Se io sapessi la decima parte di ciò che lui sa, mi stimerei felice... E' lui che avrebbe dovuto esaminare noi".
Da lì in poi scriverà le sue opere maggiori, le messe, il Te Deum, le opere sinfoniche e le poche ma splendide opere da camera.
Fa anche grandi incontri, Wagner nel 1865 per il Tristano, Liszt per la Santa Elisabetta e Berlioz nel 1866 per la Damnation de Faust ma nel 1867, sopraffatto da enormi tensioni psichiche finisce in ospedale psichiatrico con il divieto di comporre. E' preso da ossessioni assurde come la comptomania, quella di contare tutto ciò che gli capita sotto gli occhi, le foglie di un albero, le stelle nel cielo, le croci che incontra sul suo cammino, ecc. e che forse può essere ritrovata nella sua musica nell'osservanza delle frasi musicali di quattro battute o nei meccanismi ossessivi degli "scherzi".
Ferventissimo cattolico, se non avesse trovato nella musica un mezzo in cui scaricare le proprie nevrosi e il proprio mondo interiore si sarebbe ridotto ad essere un tipo strano da paese, un tipo bizzarro, sostanzialmente un infelice rovinato dai preti e dalle troppe preghiere, come riteneva Brahms che, a meno di sei mesi dalla sua morte (3 aprile 1897), andrà al suo funerale, lui agnostico ma luterano di origine, facendosi portare in carrozza alla chiesa ma restando fuori da quel luogo di culto cattolico.
Nella musica trovò invece un grande riscatto e fu un gigante che scrisse musiche, soprattutto le sinfonie, che fanno l'effetto di massi in mezzo ad un prato, come talvolta si vede in montagna (ma non si devono dimenticare, ad esempio, le sue splendide musiche corali di un'armonia magnifica).
Se si osservano le date di composizione si osserva come spesso, non appena terminata una sinfonia, Bruckner iniziasse la successiva, come se riprendesse da capo ad occuparsi di un problema, sempre dello stesso problema esistenziale che in una sinfonia trovava una soluzione provvisoria per essere riproposto immediatamente dopo da capo. In questo senso le sue sinfonie sono sono tutte simili tra loro. Se si esaminano i singoli movimenti si osserva come da una sinfonia all'altra cambi il materiale musicale ma come lo schema sia sostanzialmente il medesimo ed anche come certi stilemi, ad esempio le frasi costruite con lo schema 2+3 o 3+2, ritornino sempre in modo ossessivo.
L'ottava sinfonia, in assenza di un finale per la nona sinfonia, rappresenta certamente il suo più grande esito sinfonico. In questa sinfonia Bruckner costruisce un arco enorme che partendo dal tremolo iniziale su cui si innesta il primo tema, minaccioso ed oscuro, arriva fino al finale dove ad un tratto, dopo tanto girovagare, implorare, pregare, raggiungere punti di approdo che sembrano stabili, ritorna in fortissimo il medesimo tema dell'inizio. Spesso nelle sifonia di Brucker la fine e l'inizio coincidono. Nell'ultima pagine del finale della quarta sinfonia torna il tema dei corni con cui la sinfonia era iniziata e fa l'effetto che in 2001 Odissea nello spazio fa il monolito alla fine del film che richiama l'inizio. Nell'ottava l'effetto è molto amaro perchè prendi coscienza che sei ancora lì, con lo stesso problema dell'inizio, ma mentre nel primo movimento al terribile ritorno finale del tema segue uno spegnimento rassegnato, nel finale tutto ciò che è trascorso nel mezzo ti dà la forza per superare quel momento critico e ti permette, con un ultimo sforzo veramente enorme, di portare a compimento l'opera in modo glorioso. Non a caso alla fine Bruckner, in do maggiore, sovrapporrà uno sopra l'altro i temi che sono intervenuti nella sinfonia portando la musica ad una conclusione trionfale per quanto instabile e provvisoria.
L'esecuzione di Claus Peter Flor, che ha eseguito la seconda versione del 1890 (la questione delle versioni di alcune sinfonia di Bruckner è molto interessante ed anche tipico del personaggio), è stata bella, l'ho apprezzata molto. Forse il primo tempo era un po' troppo veloce ma il resto è stato ottimo. Comunque tutto è stato molto ben diretto, ben concertato e soprattutto interpretato in modo vivo. Considerando quanto sia difficile dirigere Bruckner per l'adesione emotiva, ma anche razionale ed intellettuale che viene richiesta e quanto sia facile ridurre una sinfonia di Bruckner ad un ectoplasma informe, farraginoso e senza né capo né coda nell'eterna alternanza di pianissimi e brutali fortissimi privi di significato, mi è parso che Flor qui abbia raggiunto un livello interpretativo molto molto elevato ed in ogni caso è stata la migliore ottava di Bruckner che io abbia mai ascoltato dal vivo, a parte, forse, quella che ascoltai alla Scala nel 1973 diretta dal grandissimo Carl Bohm, ma non la ricordo, a parte il fatto che fu preceduta dall'esecuzione di una sinfonia di Mozart, mi pare la KV 201 in la maggiore.
L'orchestra lo ha seguito con grande dedizione e ha suonato bene, a tratti molto bene, in alcuni momenti in modo sublime (ci sono stati dei passaggi negli archi che mi sarei alzato dal mio posto per andarli ad abbracciare uno ad uno). 
C'è stato qualche piccolo incidente di percorso ma si sa quanto sia difficile suonare bene Bruckner dall'inizio alla fine tenendo conto che c'è anche un problema di tenuta e di fatica fisica in un pezzo così lungo.
Pubblico, diciamo, non molto numeroso che ha decretato un buon successo a tutti.
Secondo il mio modesto parere ieri sera il concerto avrebbe meritato ben altro pubblico ed un successo molto superiore; sarebbe stato il giusto riconoscimento per l'impegno che l'orchestra ci ha visibilmente messo per eseguire questa musica che è forse il più grande ed imponente esito del sinfonismo austro-tedesco dell'ottocento.

domenica 14 ottobre 2012

Mendelssohn & co.

Per mancanza di tempo non avevo intenzione di scrivere qualcosa del concerto di questa mattina con musiche di Auber, David e Mendelssohn ma dopo un'esecuzione come quella data dal maestro Giuseppe Graziosi ottimamente eseguita dall'orchestra Giuseppe Verdi ho cambiato idea.
Raramente, mai credo, ho ascoltato un'Italiana così bella in tutti i movimenti. Pieno di slancio il primo, calibratissimo e pieno di poesia il secondo, assolutamente esemplare il terzo nell'esposizione della frase dei violini con una differenziazione millimetrica dei piani sonori, dei legati e dei non legati (solo in Toscanini ho sentito qualcosa di simile), fulminante e travolgente il saltarello finale. Veramente molto molto bello e un grande bravi a tutti.
Un bravo, anzi bravissimo a Giuliano Rizzotto nel concertino per trombone di David.
Un bel successo per una domenica mattina passata in modo intelligente ed appassionato.

venerdì 12 ottobre 2012

Da Sciortino a Brahms

Ieri sera Gaetano d'Espinosa ha diretto l'ultimo dei tre concerti consucutivi sul podio dell'orchestra Verdi.
Il concerto è iniziato con un brano di Orazio Sciortino, pianista e compositore siracusano classe 1984, dal titolo Träume (Trauer) Stimmen in prima esecuzione. Il titolo rimanda ad una dimensione di sogno e di dolore da cui emergono delle voci. Il pezzo ha quindi una dimensione onirica, come una manifestazione sonora di un sogno, appunto, o di un incubo in cui tutto precipita nell'accelerazione finale. Non che sia una tematica particolarmente nuova; personalmente diffido molto da interpretazioni psicoanalitiche che trovo stucchevoli. La musica comunque produceva un certo effetto ed il brano ha tratto un sicuro vantaggio dalla sua brevità, dieci minuti circa. Applausi abbastanza stentati in attesa di altre prove da parte di questo giovane compositore.
Seguiva il secondo concerto per violino di Mario Castelnuovo Tedesco, un'opera del 1931/1932, scritto per Jasha Heifetz che lo eseguì alla prima di New York con la direzione di Arturo Toscanini. Il concerto ha come sottotitolo I Profeti ed in effetti i tre movimenti hanno a loro volta dei sottotitoli, Isaia, Geremia ed Elia. E' evidente l'ascendenza ebraica di questa musica come si vede dal carattere delle melodie che vengono intonate, ad esempio all'inizio del secondo movimento, e dall'uso dell'arpa che accompagna spesso il violino, ad esempio nella bella cadenza alla fine del primo movimento. L'opera non è certo modernista. E' quella musica di cui non si può dire che la si sarebbe potuta comporre 30 anni prima ma che paragonata con altre musiche di quel periodo (Berg, Stravinskij, Schoenberg, ecc.) mostra un certo tradizionalismo. Comunque si tratta di un bel concerto, nel suo complesso, con momenti bellissimi, soprattutto nei primi due movimenti. Purtroppo questo concerto, come tanta musica degli autori italiani di quel periodo (Pizzetti, Ghedini, Casella, Malipiero, Respighi, ecc.), con poche eccezioni, è molto trascurata nelle sale da concerto se non addirittura cancellata, snobbata, come se non esistesse. L'esecuzione del concerto ha goduto dell'ottima interpretazione del violinista Domenico Nordio che ha suonato con gran passione, partecipazione e bellissimo suono ottimamente accompagnato da Gaetano d'Espinosa. Buon successo per questo concerto poco conosciuto e bis bachiano.
Nella seconda parte del concerto c'era la terza sinfonia di Brahms. L'opera, come noto, inizia con un gesto quasi eroico, un atto di volontà che ben presto si spegne per lasciare spazio a microcosmi sonori più intimi. Nessuno dei movimenti termina con una qualche forma di affermazione, neanche il primo movimento che si spegne nel pianissimo nonostante tentativi finali di gesti eroici che ripiegano su posizioni più meditative e quasi rassegnate, né il finale dove dopo contrasti ed accensioni si torna al tema iniziale del primo movimento ma in pianissimo, come un sussurro. Personalmente è la sinfonia di Brahms che amo di più, senza dimenticare la quarta sinfonia che per molti aspetti è superiore alla terza, ma l'amore è un'altra cosa.
L'esecuzione di Gaetano d'Espinosa mi è parsa non impeccabile nel primo movimento per alcuni rapporti non perfetti tra le sezioni orchestrali ma dal secondo movimento in avanti è stata bellissima con un secondo movimento esemplare. Il finale è stato eseguito con grande energia e convinzione e lo spegnimento finale con grande delicatezza e senso poetico. Una bella prova di Gaetano d'Espinosa che ha diretto l'opera con grande passione come era evidente dal suo gesto perfino eccessivo in certi momenti, ad esempio nello sviluppo del primo movimento. Il gesto di d'Espinosa ricorda un po' quello di Georg Solti, che ascoltai proprio in questa sinfonia alla Scala, ma Solti, che era veramente aitante, aveva un gesto che pur esprimento il massimo dell'energia era più misurato.
Comunque spero di rivedere presto questo direttore sul podio della Verdi.
Molto buone le prestazioni dell'orchestra con le prime parti in bella evidenza, su tutti, senza voler far torto a nessuno, il bellissimo clarinetto di Raffaella Ciapponi in Brahms, il corno di Sandro Ceccarelli sempre in Brahms e l'arpa di Elena Piva nel concerto per violino.
Pubblico scarso (cosa si deve programmare per richiamare pubblico?). Un peccato perchè la proposta del concerto per violino è stata molto, veramente molto interessante e il pezzo di Sciortino, alla fin fine, era piuttosto inoffensivo (ho visto una signora abbastanza stagiona assopirsi; si sa, i sogni...).
Buon successo.