Musica sovietica, o quasi, nel concerto in Auditorium di ieri sera diretto da Giuseppe Grazioli.
Il primo brano era la suite dal Pulcinella di Igor Stravinskij, tratta dal balletto scritto nel 1922, che a quell'epoca se ne era già andato via dalla Russia sovietica da parecchi anni, su musiche di Pergolesi e altri, pezzo con il quale Stravinskij inaugura il periodo neoclassico. Per l'occasione Stravinskij, che a dire il vero aveva già abbandonato da qualche tempo le grandi orchestre dei primi balletti per rivolgersi ad ensemble molto più contenuti, utilizza un'orchestra che si potrebbe dire alla Haydn se non fosse per il trombone e il quartetto d'archi in assoluto rilievo mentre il contrabbasso solista non era una novità neanche per Haydn (vedi ad esempio il trio del minuetto della sinfonia n. 8). Non si deve pensare che queste musiche siano semplicemente delle trascrizioni dove Stravinskij dimostra la maestria di trascrittore; in realtà si tratta di vere e proprie reinterpretazioni e reinvenzioni realizzate con il suono, il timbrico e la ritmica tipici di Stravinskij. Esecuzione bella ma non brillantissima.
Seguiva il secondo concerto per pianoforte di Shostakovich, del 1957. Shostakovich, che fu veramente un musicista sovietico perché non andò mai via dall'Unione Sovietica, era un pianista di notevole bravura ma stranamente non ha dedicato al pianoforte le sue opere più alte come ha fatto nel campo della sinfonia, del concerto per violino e orchestra, del concerto per violoncello e orchestra o del quartetto. I suoi due concerti per pianoforte hanno un carattere piuttosto sbarazzino ed impertinente, quasi buffonesco in alcune parti. Questo secondo concerto contiene però un movimento centrale, un Andante, di grande tenerezza e dolcezza dove il pianoforte sgrana una semplice melodia sopra l'accompagnamento delicato degli archi che intonano una melodia mesta, meditativa, introspettiva, di grande tristezza e che lo stesso pianoforte riprende fondendosi meravigliosamente con gli archi. Questo movimento non è semplicemente un pezzo sentimentale, scritto per il figlio che compiva diciannove anni e comprendo bene quanto è grande la tenerezza di un padre per un proprio figlio, che può provocare un lieve brivido di emozione, ma è un pezzo che dietro questa dolcezza rivela una vera tragedia come spesso accade con Shostakovich. L'esecuzione al pianoforte era affidata a Boris Petrushansky che torna in Auditorium con una certa regolarità. Petrushansky è un pianista strepitoso, autore tra l'altro di un'ottima integrale discografica delle opere pianistiche di Shostakovich e ha eseguito in modo meraviglioso il concerto ed in particolare l'andante in modo molto sentito, assieme a Giuseppe Grazioli e a tutta l'orchestra che si sono prodotti in una strepitosa performance. Bis ciaikovskiano (individuato grazie ad un autorevole suggerimento), il valzer finale dalle Stagioni.
Il terzo brano il Tenente Kijé op. 60 di Prokofiev, un brano del 1934 scritto per un film satirico basato su un fatto storico avvenuto alla fine del Settecento sotto lo zar Paolo I di un inesistente soldato nato da un errore di trascrizione ma di cui la burocrazia, per coerenza, inventa atti eroici, un matrimonio e l'eroica morte. Bella e ironica la musica di Prokofiev, piena di colori.
L'ultimo brano in programma era la suite da Masquerade di Aram Kachaturian che era un georgiano come Stalin. Il brano risale al periodo 1941/1944. Kachaturian è famoso soprattutto per il balletto Gayane, e in particolare per la famosa Danza delle spade che apre la prima suite. Sarebbe bello che qualche volta si eseguisse anche il suo concerto per pianoforte o quello per violino o una sinfonia, la seconda, ad esempio. La suite di Masquerade, comunque, è un bel brano aperto da un gran valzer, un brano molto famoso, che è stato anche bissato.
Un bel concerto, anche divertente come accade spesso con Giuseppe Grazioli, di cui non si può non ricordare il particolare impegno con i concerti altrettanto eclettici della domenica mattina, molto ben suonato e diretto.
Pubblico numeroso con molti ragazzi delle scuole in galleria che, a onor del vero, si comportano in modo molto educato.
Successo vibrante.
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venerdì 22 marzo 2013
venerdì 14 settembre 2012
Ancora Russia
Il primo concerto della XX stagione dell'orchestra Verdi doveva essere diretto dal suo direttore musicale Zhang Xian che aveva diretto domenica il concerto inaugurale che per tradizione si tiene alla Scala. La Zhang Xian, come si era visto in modo evidente, si trovava in uno stato più che interessante, come si usava dire una volta per non dire che era incinta al settimo mese, come era peraltro accaduto nel primo concerto che la stessa aveva diretto alcuni anni fa in Auditorium. Il lieto evento era atteso per i primi di novembre. L'altra volta il parto era avvenuto a scadenza regolare negli Stati Uniti. Questa volta, invece, il piccolo Riccardo ha voluto essere milanese e così ha pensato bene di nascere mercoledì mattina all'alba, a casa, ed accolto poi dalle rassicuranti strutture sanitarie della clinica Mangiagalli.
Ovviamente auguro al piccino di vivere abbastanza a lungo per riuscire a vedere il XXII secolo, migliore di questo, e gli auguro che per quel tempo che io non vedrò ci siano ancora gli orsi polari e che la Terra non vada in riserva a settembre.
Per quanto riguarda la Zhang Xian spero che ora si riposi un po' e non sia presa dalla tentazione di risalire sul podio tra un paio di settimane. D'accordo che è tosta ma è pur sempre una donna che ha partorito un figlio!
Stante questa situazione voluta dalle divinità ctonie, sul podio è stato chiamato Jader Bignamini, protetto dalla dea glaucopide Atena e da Artemide dalla bionda conocchia.
Era già successo una volta l'anno scorso ma in un intervallo tra la prima e la seconda parte a causa di un lieve malore della Zhang Xian (la seconda parte era una robetta da nulla, la V sinfonia di Mahler).
Questa volta invece si è assunto l'onere di tutto il concerto dedicato a musiche russe.
Si è partiti con colui che a ragione si può considerare a ragione il papà della musica russa, ovvero Michail Ivanovic Glinka di cui è stata eseguita l'ouverture dall'opera fiabesca Ruslan e Ludmila. L'ouverture è un brano turbinoso che richiede un notevole virtuosismo da parte di tutta l'orchestra, in particolar modo dagli archi. L'esecuzione è stata bella e tenuta ad un tempo giusto, più vicini a quanto fa ad esempio Gergiev (che dirige con lo stuzzicadenti) che non Mravinsky, che tiene un tempo quasi insostenibile per qualsiasi orchestra che non fosse la Filarmonica di Leningrado dei suoi tempi, ovvero la più grande orchestra del pianeta.
A questo inizio spumeggiante sono seguiti due brani di Sergei Prokofiev, ovvero il secondo concerto per violino. op. 63 e una suite dal balletto Romeo e Giulietta, op. 64. Come si vede dalla numerazione si tratta di due composizioni contemporanee composte nel 1935 nel momento in cui Prokofiev ritorna nell'Unione Sovietica, con un tempismo veramente micidiale per godere di uno dei momenti più cupi della storia di quel paese. Non era facile scrivere musica dovendo convivere con i dettami di quel regime ma Prokofiev, che possedeva una certa facilità melodica, riuscì a confezionare due opere che senza essere assolutamente moderniste non erano nemmeno retrogade. In effetti queste musiche sono un po' senza tempo e meravigliose proprio per questa loro ambiguità.
Il secondo concerto è molto lirico e privo di grandi contrasti ma con dei risvolti oscuri e inquietanti da non trascurare, come nel primo tempo e nel finale del terzo. Splendido il secondo movimento con una bellissima melodia del violino che viene ripetuta tre volte, la seconda sugli arpeggi dei violoncelli e la terza con un bellissimo dialogo tra solista e primi violini per chiudersi poi tra fremiti e brividi. Personalmente ho sempre preferito il primo concerto, op. 19, per un certo tono sarcastico ed astratto che quello possiede, ed in genere preferisco il primo Prokofiev (tipo il balletto Il Buffone) però l'esecuzione di ieri sera è stata veramente splendida grazie alla giovane violinista Francesca Dego ottimamente assecondata dall'orchestra. Non si possono rendere con le parole le sensazioni che vengono date da un'esecuzione perchè sono troppo i particolari anche minimi di cui si compone. Potrei dire che bastava ascoltare come la Dego ha proposto la prima frase del violino nel primo movimento per capire con quanta sensibilità suonasse. Tutto il secondo tempo è stato splendido e l'orchestra, ottimamente diretta, ha dialogato benissimo con lei. Concerto difficile, con un sacco di note da suonare. Grande prova di una Dego che ho trovata molto maturata artisticamente. Bis paganiniano seguito da un altro bis suonato in coppia con il primo violino dell'orchestra, Luca Santaniello, ovvero il primo tempo della sonata per due violini dello stesso Prokofiev.
Nell'ultima parte è stata proposta una scelta di brani dalle suite predisposte da Prokofiev da Romeo e Giulietta.
Prokofiev predispose due suite orchestrali, op. 64 bis e ter e successivamente un'ulteriore suite, op. 101; nel frattempo aveva pubblicato una suite di dieci pezzi per pianoforte, op. 75.
In nessuna di queste suite Prokofiev costruisce una sequenza che abbia una qualche attinenza con lo svolgimento dell'azione. I direttori d'orchestra raramente eseguono una suite intera preferendo scegliere qua e là per costruire una propria trama. Il giovane Abbado, ad esempio, negli anni '60 incise con la London Symphony una suite (molto eccitante) che partiva, come nell'esecuzione di ieri sera, con i Montecchi e Capuleti e si concludeva con la Morte di Tebaldo che eseguì, tra l'altro, nel primo concerto che in assoluto ascoltai alla Scala. La scelta dei pezzi intermedi però era del tutto diversa. L'Abbado degli anni berlinesi invece ha fatto una nuova incisione discografica con una scelta di brani tali da riprodurre l'azione del balletto, fino a Romeo sulla tomba di Giulietta seguendo con maggiore ampiezza quanto aveva fatto negli anni '50 Dmitri Mitropoulos che a capo della New York Philharmonic consegnò al disco quella che, secondo me, è la più grande esecuzione di quelle musiche (infiniti i dettagli, basterebbe il sax della ripresa dei Montecchi e Capuleti). Tra le edizioni complete amo molto quella diretta da Valery Gergiev.
L'esecuzione di Jader Bignamini è stata molto sostenuta ed anche energica, dove serviva, ma anche delicata nel ritratto della giovane Giulietta, ad esempio.
Bella esecuzione salutata da grandi applausi da un pubblico abbastanza folto.
Ovviamente auguro al piccino di vivere abbastanza a lungo per riuscire a vedere il XXII secolo, migliore di questo, e gli auguro che per quel tempo che io non vedrò ci siano ancora gli orsi polari e che la Terra non vada in riserva a settembre.
Per quanto riguarda la Zhang Xian spero che ora si riposi un po' e non sia presa dalla tentazione di risalire sul podio tra un paio di settimane. D'accordo che è tosta ma è pur sempre una donna che ha partorito un figlio!
Stante questa situazione voluta dalle divinità ctonie, sul podio è stato chiamato Jader Bignamini, protetto dalla dea glaucopide Atena e da Artemide dalla bionda conocchia.
Era già successo una volta l'anno scorso ma in un intervallo tra la prima e la seconda parte a causa di un lieve malore della Zhang Xian (la seconda parte era una robetta da nulla, la V sinfonia di Mahler).Questa volta invece si è assunto l'onere di tutto il concerto dedicato a musiche russe.
Si è partiti con colui che a ragione si può considerare a ragione il papà della musica russa, ovvero Michail Ivanovic Glinka di cui è stata eseguita l'ouverture dall'opera fiabesca Ruslan e Ludmila. L'ouverture è un brano turbinoso che richiede un notevole virtuosismo da parte di tutta l'orchestra, in particolar modo dagli archi. L'esecuzione è stata bella e tenuta ad un tempo giusto, più vicini a quanto fa ad esempio Gergiev (che dirige con lo stuzzicadenti) che non Mravinsky, che tiene un tempo quasi insostenibile per qualsiasi orchestra che non fosse la Filarmonica di Leningrado dei suoi tempi, ovvero la più grande orchestra del pianeta.
A questo inizio spumeggiante sono seguiti due brani di Sergei Prokofiev, ovvero il secondo concerto per violino. op. 63 e una suite dal balletto Romeo e Giulietta, op. 64. Come si vede dalla numerazione si tratta di due composizioni contemporanee composte nel 1935 nel momento in cui Prokofiev ritorna nell'Unione Sovietica, con un tempismo veramente micidiale per godere di uno dei momenti più cupi della storia di quel paese. Non era facile scrivere musica dovendo convivere con i dettami di quel regime ma Prokofiev, che possedeva una certa facilità melodica, riuscì a confezionare due opere che senza essere assolutamente moderniste non erano nemmeno retrogade. In effetti queste musiche sono un po' senza tempo e meravigliose proprio per questa loro ambiguità.
Il secondo concerto è molto lirico e privo di grandi contrasti ma con dei risvolti oscuri e inquietanti da non trascurare, come nel primo tempo e nel finale del terzo. Splendido il secondo movimento con una bellissima melodia del violino che viene ripetuta tre volte, la seconda sugli arpeggi dei violoncelli e la terza con un bellissimo dialogo tra solista e primi violini per chiudersi poi tra fremiti e brividi. Personalmente ho sempre preferito il primo concerto, op. 19, per un certo tono sarcastico ed astratto che quello possiede, ed in genere preferisco il primo Prokofiev (tipo il balletto Il Buffone) però l'esecuzione di ieri sera è stata veramente splendida grazie alla giovane violinista Francesca Dego ottimamente assecondata dall'orchestra. Non si possono rendere con le parole le sensazioni che vengono date da un'esecuzione perchè sono troppo i particolari anche minimi di cui si compone. Potrei dire che bastava ascoltare come la Dego ha proposto la prima frase del violino nel primo movimento per capire con quanta sensibilità suonasse. Tutto il secondo tempo è stato splendido e l'orchestra, ottimamente diretta, ha dialogato benissimo con lei. Concerto difficile, con un sacco di note da suonare. Grande prova di una Dego che ho trovata molto maturata artisticamente. Bis paganiniano seguito da un altro bis suonato in coppia con il primo violino dell'orchestra, Luca Santaniello, ovvero il primo tempo della sonata per due violini dello stesso Prokofiev.Nell'ultima parte è stata proposta una scelta di brani dalle suite predisposte da Prokofiev da Romeo e Giulietta.
Prokofiev predispose due suite orchestrali, op. 64 bis e ter e successivamente un'ulteriore suite, op. 101; nel frattempo aveva pubblicato una suite di dieci pezzi per pianoforte, op. 75.
In nessuna di queste suite Prokofiev costruisce una sequenza che abbia una qualche attinenza con lo svolgimento dell'azione. I direttori d'orchestra raramente eseguono una suite intera preferendo scegliere qua e là per costruire una propria trama. Il giovane Abbado, ad esempio, negli anni '60 incise con la London Symphony una suite (molto eccitante) che partiva, come nell'esecuzione di ieri sera, con i Montecchi e Capuleti e si concludeva con la Morte di Tebaldo che eseguì, tra l'altro, nel primo concerto che in assoluto ascoltai alla Scala. La scelta dei pezzi intermedi però era del tutto diversa. L'Abbado degli anni berlinesi invece ha fatto una nuova incisione discografica con una scelta di brani tali da riprodurre l'azione del balletto, fino a Romeo sulla tomba di Giulietta seguendo con maggiore ampiezza quanto aveva fatto negli anni '50 Dmitri Mitropoulos che a capo della New York Philharmonic consegnò al disco quella che, secondo me, è la più grande esecuzione di quelle musiche (infiniti i dettagli, basterebbe il sax della ripresa dei Montecchi e Capuleti). Tra le edizioni complete amo molto quella diretta da Valery Gergiev.
L'esecuzione di Jader Bignamini è stata molto sostenuta ed anche energica, dove serviva, ma anche delicata nel ritratto della giovane Giulietta, ad esempio.
Bella esecuzione salutata da grandi applausi da un pubblico abbastanza folto.
lunedì 10 settembre 2012
L'anno del ventennio
Jeri sera alla Scala inaugurazione della XX stagione dell'orchestra Verdi diretto da Zhang Xian, il direttore musicale della Verdi.
I ventennali sono sempre un po' fatali dalle nostre parti, in politica, però.
Speriamo quindi che questo ventennale corrisponda ad un nuovo inizio.
Il programma vedeva l'esecuzione dell'Ouverture 1812 di Ciaikovskij e di Ivan il terribile di Prokofiev.
Personalmente l'ouverture 1812 non mi piace; certamente Ciaikovskij ha composto di meglio ma si deve tener conto anche che si tratta di una composizione di circostanza.
Bello invece Ivan il terribile, colonna sonora del film di Eisenstein. Avevano già eseguito un paio d'anni fa questo pezzo in Auditorium, sempre sotto la direzione della Zhang Xian. Mi era così piaciuto che dopo il concerto del giovedì ero andato a risentirlo anche la domenica, come mi capita di fare talvolta (ricordo quella volta della settima di Shostakovich diretta da Vladimir Jurowsky, nel 2007, memorabile!).
Ivan il terribile non è folgorante come l'Alexander Nievsky, che è molto più breve e contiene brani straordinari come la Battaglia sul ghiaccio, ma contiene dei pezzi molto belli e intensi, come questo che parla di incendio, di tartari e cannonieri per cui potrà forse fare l'impressione di essere un po' un polpettone ma a me piace non poco.
L'esecuzione della Zhang Xian è stata molto bella, come lo era già stata nel passato. Forse in alcuni punti l'esecuzione poteva essere un po' più aggressiva e barbarica (vedi Gergiev) ma si tratta di dettagli visto che comunque questo pezzo rappresenta uno degli esiti migliori della direttrice che trova qui un brano che le si adatta alla perfezione.
Bella prestazione dell'orchestra ben concentrata e del coro, che in questo brano rappresenta un punto di forza. Incantevole il coro delle voci bianche della Verdi diretti dalla bravissima Maria Teresa Tramontin.
Nel pezzo di Ciaikovskij all'orchestra si è aggiunto un complesso di fiati, la Filarmonica Paganelli 79 di Cinisello Balsamo, che ha dato ulteriore corpo al finale un po' imbarazzante del pezzo ma che fa un bel baccano dove però purtroppo mancavano i cannoni, per perfezionare l'opera.
Sala piena e applausi.
I ventennali sono sempre un po' fatali dalle nostre parti, in politica, però.
Speriamo quindi che questo ventennale corrisponda ad un nuovo inizio.
Il programma vedeva l'esecuzione dell'Ouverture 1812 di Ciaikovskij e di Ivan il terribile di Prokofiev.
Personalmente l'ouverture 1812 non mi piace; certamente Ciaikovskij ha composto di meglio ma si deve tener conto anche che si tratta di una composizione di circostanza.
Bello invece Ivan il terribile, colonna sonora del film di Eisenstein. Avevano già eseguito un paio d'anni fa questo pezzo in Auditorium, sempre sotto la direzione della Zhang Xian. Mi era così piaciuto che dopo il concerto del giovedì ero andato a risentirlo anche la domenica, come mi capita di fare talvolta (ricordo quella volta della settima di Shostakovich diretta da Vladimir Jurowsky, nel 2007, memorabile!).
Ivan il terribile non è folgorante come l'Alexander Nievsky, che è molto più breve e contiene brani straordinari come la Battaglia sul ghiaccio, ma contiene dei pezzi molto belli e intensi, come questo che parla di incendio, di tartari e cannonieri per cui potrà forse fare l'impressione di essere un po' un polpettone ma a me piace non poco.
L'esecuzione della Zhang Xian è stata molto bella, come lo era già stata nel passato. Forse in alcuni punti l'esecuzione poteva essere un po' più aggressiva e barbarica (vedi Gergiev) ma si tratta di dettagli visto che comunque questo pezzo rappresenta uno degli esiti migliori della direttrice che trova qui un brano che le si adatta alla perfezione.
Bella prestazione dell'orchestra ben concentrata e del coro, che in questo brano rappresenta un punto di forza. Incantevole il coro delle voci bianche della Verdi diretti dalla bravissima Maria Teresa Tramontin.
Nel pezzo di Ciaikovskij all'orchestra si è aggiunto un complesso di fiati, la Filarmonica Paganelli 79 di Cinisello Balsamo, che ha dato ulteriore corpo al finale un po' imbarazzante del pezzo ma che fa un bel baccano dove però purtroppo mancavano i cannoni, per perfezionare l'opera.
Sala piena e applausi.
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