Questa mattina, in Auditorium, c'era il secondo appuntamento per la serie MAGGIOREminore che in 10 appuntamenti accosta autori ritenuti dai più autori importanti ad altri che con il passare del tempo sono trascolorati al ruolo di comprimari.
Avevo mancato il primo appuntamento per altri impegni ma a questo non sono mancato, anche in una giornata di chiusura del traffico, ma con i mezzi, un tram e un filobus in 20 minuti sono arrivato, anzi siamo perchè c'era anche mia moglie, comodamente.
Questa mattina il compositore maggiore era Haydn accostato a due minori come Kotzeluch e Stamitz.
Leopold Kotzeluch, boemo, ai tempi era così famoso che si rifiutò di prendere il posto di Mozart a Salisburgo, quando Mozart andò a Vienna, perchè non abbastanza di prestigio e quando Mozart morì nel 1791 ne prese il posto a Praga al doppio dello stipendio. Era tale la sua fama che quando ci fu l'incoronazione dell'imperatore nel 1791 egli compose una cantata che fu altamente elogiata mentre Mozart compose La clemenza di Tito di cui non parlò praticamente nessuno. Beethoven lo considerava un "miserabile", Mozart era in competizione con lui e non lo stimava molto, Haydn praticamente, pur conoscendolo, non ne parla mai. Eppure la sua musica, almeno quella della sinfonia in sol minore ascoltata stamattina, non era per niente male; una musica nello stile Sturm und Drang dello Haydn di mezzo; niente di innovativo, ma interessante.
A seguire è stato eseguito il concerto in re maggiore di Stamitz per viola e orchestra, brano famigerato fra gli studenti dello strumento. In realtà, oltre ad essere un pezzo da esame, è un bel concerto con un secondo movimento veramente poetico che si conclude con una cadenza lenta della viola accompagnata da un violoncello in un clima di totale lontananza da fine dei tempi; un brano veramente stupendo. Ottimo Gabriele Mugnai, prima viola dell'orchestra Verdi, che come bis, suonando una viola d'amore, ha eseguito una versione solo orchestrale del coro a bocca chiusa della Butterfly di Puccini, in quanto Puccini in quel momento usa proprio quello strumento. Naturalmente calde lacrime per quella musica così dolce. Però devo confessare che detesto sempre di più Puccini per quel suo masochismo sulle donne che tanto più diventa crudele tanto più si manifesta con musiche dolcissime e bellissime, profondamente commoventi. Lo odio altrettanto profondamente.
Per terminare Haydn e la sinfonia N. 88 in Sol maggiore. Composizione meravigliosa sommamente ammirata da Brahms ed eseguitissima da un po' tutti i direttori, Toscanini, Furtwaengler, su su fino ad Abbado e Rattle. Qui si capisce cosa distingue un buon artista da un artista di genio. Ad esempio il fatto che nel primo movimento Haydn, contro ogni logica non utilizzi timpani e trombe, oppure quella semplicità discorsiva del secondo tempo così nobile e popolare assieme, oppure il trio del minuetto con quei suoni falsi su un accompagnamento da zampogne per finire poi nel finale che gira come una trottola e che contiene un passaggio estremamente complesso in canone che va avanti per decine di battute; qui si che mi ha preso un po' (tanta) di emozione, dovuta solo alla bellezza e non al sentimentalismo. Alla fine mia moglie mi ha detto "Che bello questo Haydn!" ed io non ero capace di pronunciare una parola sola; chissà cosa ha pensato, che sono uno scorbutico, probabilmente.
Comunque anche il ruolo dei "minori" è stato importante perchè spesso hanno portato delle innovazioni che sono state poi usate dai "maggiori"; inoltre il fatto che siano maggiori o minori è dovuto alla prospettiva con cui li vediamo. Chissà fra cento anni quali compositori a noi contemporanei saranno considerati maggiori e minori!
Belle esecuzioni da parte di una Verdi concentrata e ben diretta da Giuseppe Grazioli.
Pubblico abbastanza folto nonostante il blocco del traffico.
domenica 9 ottobre 2011
Festival Rota
Ieri sera si è concluso il festival Rota tenutosi presso il Conservatorio di Milano con un concerto dell'orchestra del Conservatorio diretta da Amedeo Monetti. Sono stati eseguiti il concerto per tuba e orchestra di Vaughan Williams, un brano del 1953 che vede il suo momento più alto nel secondo movimento, dove la tuba si piega alla melodia e all'intimità, cosa questa abbastanza inusuale per uno strumento così ingombrante come la tuba, a seguire di Darius Milhaud Scaramouche per sassofono contralto e orchestra del 1939, ricco di memorie del soggiorno brasiliano dell'autore come è evidente dall'ultimo brano, Brazileira.
Per finire la Sinfonia sopra una canzone d’amore di Nino Rota; composta nel 1947 fornirà successivamente vari spunti musicali per musiche da film, in particolare il Gattopardo, nel 1963. Brano affascinante dove Rota svolge la propria musica con il proprio stile sempre così riconoscibile; non si può infatti dire che Rota non avesse uno stile! Il fatto che Rota non seguisse le mode e le tendenze più avanzate della musica contemporanea gli procurò un certo ostracismo in certi ambienti, ma quello era il suo stile e bene fece comunque a seguirlo piuttosto che fingersi avanguardista. Del resto è come per il carattere: ciascuno ne ha uno proprio e non si può piacere a tutti ed è bene che sia così.
Christopher Spiteri era il solista alla tuba e Andrea Mocci al sax nel pezzo di Milhaud; se la sono cavata piuttosto bene. L'orchestra ha suonato con qualche piccola incertezza ma nel complesso bene con bel suono anche se non del tutto omogeneo. La perfezione non era comunque la cosa più importante; era importante invece applaudire quei giovani agli inizi della loro, si spera, buona carriera.
Bel pubblico di parenti e amici; bei giovani.
Per finire la Sinfonia sopra una canzone d’amore di Nino Rota; composta nel 1947 fornirà successivamente vari spunti musicali per musiche da film, in particolare il Gattopardo, nel 1963. Brano affascinante dove Rota svolge la propria musica con il proprio stile sempre così riconoscibile; non si può infatti dire che Rota non avesse uno stile! Il fatto che Rota non seguisse le mode e le tendenze più avanzate della musica contemporanea gli procurò un certo ostracismo in certi ambienti, ma quello era il suo stile e bene fece comunque a seguirlo piuttosto che fingersi avanguardista. Del resto è come per il carattere: ciascuno ne ha uno proprio e non si può piacere a tutti ed è bene che sia così.
Christopher Spiteri era il solista alla tuba e Andrea Mocci al sax nel pezzo di Milhaud; se la sono cavata piuttosto bene. L'orchestra ha suonato con qualche piccola incertezza ma nel complesso bene con bel suono anche se non del tutto omogeneo. La perfezione non era comunque la cosa più importante; era importante invece applaudire quei giovani agli inizi della loro, si spera, buona carriera.
Bel pubblico di parenti e amici; bei giovani.
sabato 8 ottobre 2011
Dieci anni
Oggi è l'8 ottobre. Sono passati dieci anni dall'incidente di Linate.
Quella mattina c'era una nebbia piuttosto fitta. Avvicinandomi a Linate si sentivano stranamente diverse sirene e sul Forlanini fui superato anche dai pompieri. Alla fine del viale, entrando in aeroporto, c'era una nebbia ancora più fitta, sembrava quasi fumo. Parcheggiai ed andai a prendere un caffè al solito bar. Il barista mi disse che sembrava fosse successo qualcosa. Poi uscii ed andai a vedere più da vicino, ma sempre dall'esterno. Non si vedeva niente. Allora andai in ufficio. La mia segretaria mi disse che pareva fosse successo un incidente; tutti erano allarmati. Intanto la nebbia iniziò a sollevarsi e contemporaneamente tutto l'orrore di quanto era accaduto fu evidente.
Lutto, dolore e ricerca delle responsabilità avviluppata nelle solite pastoie della giustizia.
Quella mattina c'era una nebbia piuttosto fitta. Avvicinandomi a Linate si sentivano stranamente diverse sirene e sul Forlanini fui superato anche dai pompieri. Alla fine del viale, entrando in aeroporto, c'era una nebbia ancora più fitta, sembrava quasi fumo. Parcheggiai ed andai a prendere un caffè al solito bar. Il barista mi disse che sembrava fosse successo qualcosa. Poi uscii ed andai a vedere più da vicino, ma sempre dall'esterno. Non si vedeva niente. Allora andai in ufficio. La mia segretaria mi disse che pareva fosse successo un incidente; tutti erano allarmati. Intanto la nebbia iniziò a sollevarsi e contemporaneamente tutto l'orrore di quanto era accaduto fu evidente.
Lutto, dolore e ricerca delle responsabilità avviluppata nelle solite pastoie della giustizia.
venerdì 7 ottobre 2011
Ciclo Dvorak
Ieri sera ha preso il via la serie di concerti con i quali, in tre anni, verranno eseguite in Auditorium dall'orchestra Verdi le nove sinfonie, i concerti, varie ouverture e poemi sinfonici di Antonin Dvorak. L'opera è meritoria perchè, ad esempio, per quanto riguarda le sinfonie tutti conoscono la IX sinfonia "dal nuovo mondo" composta durante il soggiorno americano, ma già le precedenti VI, VII e VIII sono molto meno frequentate per non parlare delle prime che sono quasi del tutto sconosciute ed ineseguite, almeno in Italia e anche nel settore concerti, se è molto conosciuto quello per violoncello, quello per pianoforte è ben poco eseguito.
Ieri si è iniziato proprio con la IX sinfonia, cioè con il vertice dell'opera sinfonica di Dvorak, anche se personalmente ho una forte predilezione per l'VIII, e il cammino proseguirà andando a ritroso con la VIII e la VII nei prossimi concerti di gennaio e febbraio.
Nella conferenza che si è tenuta prima del concerto, Aldo Ceccato ed Enzo Beacco hanno parlato di Dvorak secondo prospettive diverse. Aldo Ceccato ne ha parlato da musicista appassionato di quella musica e ha piuttosto insistito sul carattere nazionale della musica di Dvorak. Enzo Beacco, invece, e giustamente, non ha seguito questa prospettiva ed ha posto in evidenza come in realtà Dvorak, compositore boemo di Praga, fosse un compositore cosmopolita, certamente curioso delle tradizioni dei canti popolari della sua terra e non solo, ma sostanzialmente un autore che si esprimeva con il linguaggio della musica di ascendenza tedesca. Del resto Dvorak aveva come termini di paragone Brahms, Liszt e Wagner, soprattutto, ma anche Verdi di cui si trovano echi, sorprendentemente, ad esempio nello scherzo della IV sinfonia che ha uno slancio da cabaletta verdiana. Nella IX sinfonia si sono voluti vedere per lungo dei temi indiani che Dvorak avrebbe ascoltato durante il suo soggiorno in America. In realtà si è visto che ciò non corrisponde per nulla alla realtà in quanto tali temi potrebbero essere ascrivibili ad altre tradizioni, balcaniche, montenegrine, ucraine ed affondare ancora più lontano nel canto liturgico. Nella IX sinfonia, invece, si riscontra una grande maestria nella costruzione con il tema principale del primo movimento che ritorna in tutti gli altri ed un finale, costruito su un famosissimo tema che si scopre essere strettissimamente imparentato con il tema del primo movimento tanto che ad un certo punto diventano intercambiabili; nel finale, poi, tutti i temi dei vari movimenti vengono riepilogati e ciò porta ad una grande compattezza della struttura della sinfonia che diventa quindi, non un abile montaggio di temi folcloristici, ma un capolavoro di musica assoluta.
In precedenza sono state eseguite le due serenate per archi e per fiati, due composizioni giovanili e poco eseguite, due composizioni peraltro molto belle, vitali che affondano di più nella tradizione della musica popolare, soprattutto la serenata per fiati che in tutta l'area ceca, ungherese, balcanica rappresentano una grande tradizione per ogni occasione dai matrimoni ai funerali.
Le esecuzioni sono state in generale di buon livello, senza peraltro brillare per particolare genialità interpretativa. Nella IX sinfonia si ascolti cosa faceva Toscanini, ad esempio, o Ancerl o Kubelik mentre in anni più recenti sono stato particolarmente colpito dall'intensità e dalla partecipazione dell'interpretazione di Abbado di cui esiste anche un bellissimo video.
Comunque Aldo Ceccato ha diretto con entusiasmo e partecipazione, gigioneggiando anche non poco sul podio la qual cosa certe volte dava anche un po' fastidio perchè o sei Bernstein (e lo posso testimoniare per la ventina di volte che l'ho ascoltato dal vivo) che dava l'impressione che la musica sgorgasse dal suo corpo o è meglio che ti contieni.
Molto pubblico, grande successo.
In occasioni come queste mi torna in mente il 2007 quando la fondazione era sull'orlo del fallimento e Corbani protestava perchè il comune di Milano dava 3 milioni ad un piccolo festival come il MITO (tre settimane di programmazione) e praticamente nulla alla Verdi. In quei momenti non si sapeva neanche se si sarebbe potuta fare la stagione successiva e fu grazie ad un'assemblea straordinaria di noi soci che si decise di andare comunque avanti perchè Milano non poteva perdere questa orchestra. Furono i soci che salvarono l'orchestra non solo con i loro soldi ma anche e soprattutto con il loro sostegno morale perchè i soci, a differenza dei semplici abbonati o frequentatori della sala quando capita, condividono l'operato della fondazione e sono animati solo da una cosa che potrebbe essere considerata assurda, ma non lo è, ovvero dalla grande passione per la musica e la cultura e io, come socio da molti anni, penso di aver fatto una cosa buona per questa città.
Ieri si è iniziato proprio con la IX sinfonia, cioè con il vertice dell'opera sinfonica di Dvorak, anche se personalmente ho una forte predilezione per l'VIII, e il cammino proseguirà andando a ritroso con la VIII e la VII nei prossimi concerti di gennaio e febbraio.
Nella conferenza che si è tenuta prima del concerto, Aldo Ceccato ed Enzo Beacco hanno parlato di Dvorak secondo prospettive diverse. Aldo Ceccato ne ha parlato da musicista appassionato di quella musica e ha piuttosto insistito sul carattere nazionale della musica di Dvorak. Enzo Beacco, invece, e giustamente, non ha seguito questa prospettiva ed ha posto in evidenza come in realtà Dvorak, compositore boemo di Praga, fosse un compositore cosmopolita, certamente curioso delle tradizioni dei canti popolari della sua terra e non solo, ma sostanzialmente un autore che si esprimeva con il linguaggio della musica di ascendenza tedesca. Del resto Dvorak aveva come termini di paragone Brahms, Liszt e Wagner, soprattutto, ma anche Verdi di cui si trovano echi, sorprendentemente, ad esempio nello scherzo della IV sinfonia che ha uno slancio da cabaletta verdiana. Nella IX sinfonia si sono voluti vedere per lungo dei temi indiani che Dvorak avrebbe ascoltato durante il suo soggiorno in America. In realtà si è visto che ciò non corrisponde per nulla alla realtà in quanto tali temi potrebbero essere ascrivibili ad altre tradizioni, balcaniche, montenegrine, ucraine ed affondare ancora più lontano nel canto liturgico. Nella IX sinfonia, invece, si riscontra una grande maestria nella costruzione con il tema principale del primo movimento che ritorna in tutti gli altri ed un finale, costruito su un famosissimo tema che si scopre essere strettissimamente imparentato con il tema del primo movimento tanto che ad un certo punto diventano intercambiabili; nel finale, poi, tutti i temi dei vari movimenti vengono riepilogati e ciò porta ad una grande compattezza della struttura della sinfonia che diventa quindi, non un abile montaggio di temi folcloristici, ma un capolavoro di musica assoluta.
In precedenza sono state eseguite le due serenate per archi e per fiati, due composizioni giovanili e poco eseguite, due composizioni peraltro molto belle, vitali che affondano di più nella tradizione della musica popolare, soprattutto la serenata per fiati che in tutta l'area ceca, ungherese, balcanica rappresentano una grande tradizione per ogni occasione dai matrimoni ai funerali.
Le esecuzioni sono state in generale di buon livello, senza peraltro brillare per particolare genialità interpretativa. Nella IX sinfonia si ascolti cosa faceva Toscanini, ad esempio, o Ancerl o Kubelik mentre in anni più recenti sono stato particolarmente colpito dall'intensità e dalla partecipazione dell'interpretazione di Abbado di cui esiste anche un bellissimo video.
Comunque Aldo Ceccato ha diretto con entusiasmo e partecipazione, gigioneggiando anche non poco sul podio la qual cosa certe volte dava anche un po' fastidio perchè o sei Bernstein (e lo posso testimoniare per la ventina di volte che l'ho ascoltato dal vivo) che dava l'impressione che la musica sgorgasse dal suo corpo o è meglio che ti contieni.
Molto pubblico, grande successo.
In occasioni come queste mi torna in mente il 2007 quando la fondazione era sull'orlo del fallimento e Corbani protestava perchè il comune di Milano dava 3 milioni ad un piccolo festival come il MITO (tre settimane di programmazione) e praticamente nulla alla Verdi. In quei momenti non si sapeva neanche se si sarebbe potuta fare la stagione successiva e fu grazie ad un'assemblea straordinaria di noi soci che si decise di andare comunque avanti perchè Milano non poteva perdere questa orchestra. Furono i soci che salvarono l'orchestra non solo con i loro soldi ma anche e soprattutto con il loro sostegno morale perchè i soci, a differenza dei semplici abbonati o frequentatori della sala quando capita, condividono l'operato della fondazione e sono animati solo da una cosa che potrebbe essere considerata assurda, ma non lo è, ovvero dalla grande passione per la musica e la cultura e io, come socio da molti anni, penso di aver fatto una cosa buona per questa città.
lunedì 26 settembre 2011
Daniel Barenboim
Qualche settimana fa, a Verona, nell’ambito della consueta rassegna di orchestre che si svolge tra settembre e ottobre, si è tenuto un concerto diretto da Daniel Barenboim con la Filarmonica della Scala. Il concerto era identico a quello tenuto nell’ambito del festival MITO e prevedeva musiche di Rossini, Mozart e Beethoven di cui veniva eseguita la III sinfonia “Eroica”.
Non ho sentito il concerto ma ne ho letto una recensione sul giornale di Verona, L’Arena.
Tralasciando ciò che diceva dell’esecuzione di Mozart e di Rossini, su Beethoven l’articolista diceva alcune cose. Innanzitutto diceva che l’orchestra per Beethoven si molto infoltita. C’erano tantissimi archi, tanto da avere problemi a starci tutti sul palcoscenico ed inoltre tutti i fiati erano raddoppiati. Ciò, a detta dell’articolista, produceva talvolta degli “ingorghi” sonori. Inoltre, relativamente all’interpretazione vera e propria si mettevano in luce i tempi sostenuti, i contrasti drammatici, il colore scuro, cupo, l’imponenza del tutto.
Non l’ho sentito ma posso ben immaginare avendo sentito in un’altra occasione Barenboim dirigere quella sinfonia.
Vorrei fare un paio di osservazioni.
Trovo assurdo, nel 2011, fare ancora i raddoppi orchestrali per aumentare il peso della musica di Beethoven e accentuare la differenza tra Beethoven e ciò che l’aveva preceduto. Io credo che la novità di una sinfonia come l’Eroica sia insita nella musica in sé; l’orchestra dell’Eroica è uguale a quella delle ultime sinfonie di Haydn con l’aggiunta solo di un terzo corno; ciò che è diversa è la qualità della musica, la sua forza interiore, la forza dei suoi temi, dei suoi sviluppi, il colore dell’orchestrazione e per realizzare bene tutto ciò non è necessario raddoppiare tutta l’orchestra passando da un’orchestra di 60/65 elementi ad una di 120.
Per quanto riguarda i tempi si sa che Beethoven ha messo i tempi di metronomo, nel 1817, e che questi, in genere, sono piuttosto rapidi. Ma rapidi rispetto a cosa? Credo rapidi rispetto ad una idea interpretativa ottocentesca che tendeva a far diventare Beethoven un Titano; la stessa cosa succedeva a Bach con esecuzioni lentissime e con organici improponibili allo scopo di creare un’immagine di solennità. Per Bach si è dovuti arrivare agli anni ’60 perché qualcuno cominciasse ad usare strumenti originali e cominciasse ad adottare tempi molto più snelli e vivaci rendendoci un Bach finalmente pieno di vita; e la stessa cosa accadeva anche ad un autore come Vivaldi, italianissimo, di cui ricordo un vecchio disco che possedevo con le quattro stagioni che era soporifere e mortali come non mai. Certo i metronomi di Beethoven sono piuttosto rapidi e segnano forse più una direzione verso cui tendere che una reale possibilità esecutiva, ma ci si può e ci si deve tendere, e inoltre, come osservava Claudio Abbado, si devono conservare le relazioni tra i tempi di metronomo dei vari movimenti perché altrimenti si ottiene un’immagine deformata del pezzo. Cioè se Beethoven prescrive, come prescrive un tempo di 60 per la minima puntata nel primo movimento lo posso anche rallentare leggermente se lo reputo troppo veloce ma poi nella marcia funebre dove prescrive 80 per l’ottavo dovrei cercare di mantenere una certa proporzione salvo che così diventerebbe di sicuro troppo lento se il primo movimento l’ho rallentato troppo. Del resto Abbado con le sue esecuzioni a Berlino nel 2000 e a Roma, con la stessa orchestra, nel 2001, ha dimostrato quanto diventi interessante, spiritoso e vivo Beethoven con tempi più rapidi e senza raddoppi, ed anche Georg Solti, in un documentario, testimoniava che diventando più vecchio, tendeva sempre di più verso i metronomi beethoveniani abbandonando la visione solenne e retorica del Beethoven della tradizione.
Ora, che Barenboim, ancora oggi, diriga Beethoven secondo stilemi così vecchi e superati fa una certa impressione. Aggiungerei, per finire, che farebbe bene un po' a tutti andarsi a risentire talvolta il Beethoven di Toscanini o di Felix Weingartner, il direttore d’orchestra che prese il posto di Mahler a Vienna nel 1908, assolutamente sorprendenti nelle sue esecuzioni degli anni ’30.
Ricorderei inoltre la puntata di "C'è musica e musica" in cui Berio sperimentava l'utilizzo di un'orchestra simile a quella della prima esecuzione, ridottissima. Questo accadeva 40 anni fa ed era un esperimento per verificare e mettere sotto osservazione le strutture del brano e per fare una riflessione su Beethoven e la sua epoca in cambiamento; sarà stato un esperimento ma era molto interessante e stimolante.
Non ho sentito il concerto ma ne ho letto una recensione sul giornale di Verona, L’Arena.
Tralasciando ciò che diceva dell’esecuzione di Mozart e di Rossini, su Beethoven l’articolista diceva alcune cose. Innanzitutto diceva che l’orchestra per Beethoven si molto infoltita. C’erano tantissimi archi, tanto da avere problemi a starci tutti sul palcoscenico ed inoltre tutti i fiati erano raddoppiati. Ciò, a detta dell’articolista, produceva talvolta degli “ingorghi” sonori. Inoltre, relativamente all’interpretazione vera e propria si mettevano in luce i tempi sostenuti, i contrasti drammatici, il colore scuro, cupo, l’imponenza del tutto.
Non l’ho sentito ma posso ben immaginare avendo sentito in un’altra occasione Barenboim dirigere quella sinfonia.
Vorrei fare un paio di osservazioni.
Trovo assurdo, nel 2011, fare ancora i raddoppi orchestrali per aumentare il peso della musica di Beethoven e accentuare la differenza tra Beethoven e ciò che l’aveva preceduto. Io credo che la novità di una sinfonia come l’Eroica sia insita nella musica in sé; l’orchestra dell’Eroica è uguale a quella delle ultime sinfonie di Haydn con l’aggiunta solo di un terzo corno; ciò che è diversa è la qualità della musica, la sua forza interiore, la forza dei suoi temi, dei suoi sviluppi, il colore dell’orchestrazione e per realizzare bene tutto ciò non è necessario raddoppiare tutta l’orchestra passando da un’orchestra di 60/65 elementi ad una di 120.
Per quanto riguarda i tempi si sa che Beethoven ha messo i tempi di metronomo, nel 1817, e che questi, in genere, sono piuttosto rapidi. Ma rapidi rispetto a cosa? Credo rapidi rispetto ad una idea interpretativa ottocentesca che tendeva a far diventare Beethoven un Titano; la stessa cosa succedeva a Bach con esecuzioni lentissime e con organici improponibili allo scopo di creare un’immagine di solennità. Per Bach si è dovuti arrivare agli anni ’60 perché qualcuno cominciasse ad usare strumenti originali e cominciasse ad adottare tempi molto più snelli e vivaci rendendoci un Bach finalmente pieno di vita; e la stessa cosa accadeva anche ad un autore come Vivaldi, italianissimo, di cui ricordo un vecchio disco che possedevo con le quattro stagioni che era soporifere e mortali come non mai. Certo i metronomi di Beethoven sono piuttosto rapidi e segnano forse più una direzione verso cui tendere che una reale possibilità esecutiva, ma ci si può e ci si deve tendere, e inoltre, come osservava Claudio Abbado, si devono conservare le relazioni tra i tempi di metronomo dei vari movimenti perché altrimenti si ottiene un’immagine deformata del pezzo. Cioè se Beethoven prescrive, come prescrive un tempo di 60 per la minima puntata nel primo movimento lo posso anche rallentare leggermente se lo reputo troppo veloce ma poi nella marcia funebre dove prescrive 80 per l’ottavo dovrei cercare di mantenere una certa proporzione salvo che così diventerebbe di sicuro troppo lento se il primo movimento l’ho rallentato troppo. Del resto Abbado con le sue esecuzioni a Berlino nel 2000 e a Roma, con la stessa orchestra, nel 2001, ha dimostrato quanto diventi interessante, spiritoso e vivo Beethoven con tempi più rapidi e senza raddoppi, ed anche Georg Solti, in un documentario, testimoniava che diventando più vecchio, tendeva sempre di più verso i metronomi beethoveniani abbandonando la visione solenne e retorica del Beethoven della tradizione.
Ora, che Barenboim, ancora oggi, diriga Beethoven secondo stilemi così vecchi e superati fa una certa impressione. Aggiungerei, per finire, che farebbe bene un po' a tutti andarsi a risentire talvolta il Beethoven di Toscanini o di Felix Weingartner, il direttore d’orchestra che prese il posto di Mahler a Vienna nel 1908, assolutamente sorprendenti nelle sue esecuzioni degli anni ’30.
Ricorderei inoltre la puntata di "C'è musica e musica" in cui Berio sperimentava l'utilizzo di un'orchestra simile a quella della prima esecuzione, ridottissima. Questo accadeva 40 anni fa ed era un esperimento per verificare e mettere sotto osservazione le strutture del brano e per fare una riflessione su Beethoven e la sua epoca in cambiamento; sarà stato un esperimento ma era molto interessante e stimolante.
Sergio Bonelli

Sergio Bonelli è morto.
Come fedele lettore dei suoi fumetti, da 50 anni fa ad oggi, gli auguro di essersi avviato serenamente verso l'ultimo sentiero che conduce ai pascoli celesti.
venerdì 23 settembre 2011
Boulez dirige Boulez

Ieri sera al Conservatorio, nell'ambito del festival MITO, Pierre Boulez ha diretto la sua composizione Pli selon pli con l'Ensemble intercontemporain, il Lucerne Festival Academy Ensemble e la soprano Barbara Hannigan.
Obiettivamente era un evento al quale non si poteva mancare, a meno che uno non avesse degli appuntamenti assolutamente irrinunciabili.
Personalmente avevo già sentito Boulez quando era venuto alla Scala sul finire degli anni '70, mi pare, con i complessi dell'Opera di Parigi dirigendo la Lulu di Alban Berg con il finale completato da Friedrich Cerha e un concerto sinfonico con musiche di Messiaen e Stravinskij di cui aveva diretto la più esaltante esecuzione dal vivo che io abbia mai ascoltato della Sagra della primavera. Lo aveva ascoltato anche in un concerto a Parigi.
Vedere dirigere Boulez è bellissimo perchè batte il tempo talmente bene, seguendo al millimetro ogni cambio di tempo o di ritmo, sollecitando le dinamiche, dando gli attacchi anche i più fulminei che guardandolo e seguendo il suo gesto anche tu capisci la musica che si sta eseguendo. Lo diceva lui stesso, mi pare in un'intervista in "C'è musica e musica", storica trasmissione di Luciano Berio trasmessa dalla Rai nei primi anni settanta a proposito dell'interazione tra direttore, orchestra e pubblico.
Ora, a 86 anni suonati, non ha perso nulla della sua lucidità e della sua maestria.
Pli selon pli, brano di grandi atmosfere ottenute con calibratissime orchestrazioni, è stato così dipanato in una maniera talmente convincente ed evidente da suscitare, almeno in me, autemtica commozione e godimento estetico, cosa ben strana trattandosi di musica contemporanea del secondo dopoguerra (Pli selon pli risale agli anni (1957-1962).
Grandissimo successo per la bravissima soprano chiamata ad imprese talvolta veramente ardue e per i bravissimi strumentisti.
Tra il pubblico, due file davanti alla mia c'era Maurizio Pollini, grande interprete del Boulez pianistico, con moglie, dietro di me lo scrittore Alberto Arbasino, e poco più scostato il compositore Giacomo Manzoni, autore di una fortunatissima Guida all’ascolto della musica sinfonica e molte altre facce note tutte riunite lì per un evento al quale, obiettivamente, era un delitto mancare.
Al mio fianco, fortunatamente, una piacevolissima e radiosa ragazza che non doveva sapere molto del brano dal paio di domande che mi ha fatto, ma che ha ascoltato il tutto con grande impegno seguendo il testo poetico di Mallarmé.
Moltissimi giovani tra il pubblico, finalmente!
mercoledì 21 settembre 2011
Il dito di Cattelan

Si discute se tenere il dito di Cattelan (in foto non rende, dal vivo è impressionante) lì dove si trova, piazza Affari o spostarlo.
Certo si deve essere sicuri che l'integrità dell'opera sia salvaguardata.
Comunque, per il carattere metaforico, o metadentrico, a seconda dei punti di vista, dell'opera, la terrei lì dove si trova, almeno per ora.
Boulez dirige Mahler

Ieri ho acquistato un doppio CD nel quale Boulez dirige la Lucerne Festival Academy Orchestra, un'orchestra fondata nel 2004 e formata da giovani provenienti da vari paesi. Le registrazioni sono relative a concerti fatti tra agosto e settembre 2010. Il primo CD è dedicato a musiche di Webern (passacaglia op. 1 e variazioni op. 30) e Stravinskij (Le chant du rossignol), mentre nel secondo CD c'è la VI sinfonia di Mahler. Tralascerei Webern e Stravinskij perché è evidente l'autorevolezza di Boulez in quel repertorio e verrei invece a Mahler.
Dico subito che sono uscito dall'ascolto entusiasta ed anche commosso come poche volte mi è capitato, e questo è strano perché Boulez è un musicista famoso soprattutto per le sue capacità di analisi delle partiture che dirige, per il controllo assoluto di tutti i parametri musicali, che gli deriva di certo dall’essere lui stesso un compositore, il che porterebbe al rischio di una certa freddezza: cioè tutto è perfetto, nulla viene tralasciato ma nel complesso non ti dice niente. Invece nulla di tutto ciò accade. Innanzitutto i tempi sono perfetti. Ascoltando mi veniva in mente ciò che Mahler diceva sui tempi giusti, che sono quelli per cui si riesce a percepire tutto quello che c'è dentro la musica e il limite nella velocità è proprio quello per cui i suoni tenderebbero a scivolare o a comprimersi diventando poco chiari. Con Boulez si sente letteralmente tutto. Poi c'è il discorso della fedeltà al testo. Boulez ha una precisione nell'esecuzione delle dinamiche, degli sforzando, dei pp subito, dei crescendo e decrescendo anche i più fulminei che si svolgono nell'arco di quattro note che è incredibile. Se si unisce a questo la sua maestri nel farti sentire la linea principale del canto che passa attraverso le varie sezioni orchestrali ne viene fuori che l’opera musicale viene assolutamente vivificata, ri-creata, diventa realmente un organismo vivente e non solo l’ennesima esecuzione mahleriana che oggi è in grado di fare anche il più scalzacane di direttore. Le esecuzioni di Mahler sono spesso piene di luoghi comuni che sono francamente diventati insopportabili e quindi Boulez, che non conosce luoghi comuni, fa l’impressione di acqua fresca di fonte. Mi ha fatto lo stesso effetto che mi fa Toscanini come esecutore di Beethoven. Cioè, innanzitutto si deve eseguire bene quello che l’autore ha scritto, e da questo, sostenuti dallo stesso materiale musicale, dalla sua forza intrinseca esce poi la passione, la gioia, il dolore e tutto quello che uno ci vuole vedere e ti fa ascoltare l'opera come se fosse la prima volta di un grande amore. Inoltre Boulez fraseggia e batte il tempo in modo impareggiabile. Ci sono dei passaggi nel convulso finale che con il tempo giusto e i piani sonori a posto, ovvero con una ottima concertazione, risultano illuminati da una chiarezza assoluta. Memorabile lo scherzo dove nel finale la frammentazione del materiale musicale viene realizzato senza alcun rallentando; la rarefazione stessa della musica dà l’impressione che il tempo venga ritenuto ma in realtà non è così. L’andante viene eseguito con una linea di canto impeccabile e caldissima e il primo movimento con grande veemenza, con uno sviluppo mai sentito così chiaro nell’intrico della polifonia e con una coda dove, a 3 prima di 45, c’è un ritenuto e un molto ritenuto dove il tema di Alma viene quasi urlato in uno spasimo che mi dato un brivido mai sentito in altre esecuzioni. L’occhio era un pochino umido ma era dovuto non a un generico sentimentalismo, che mi è sconosciuto, ma alla percezione più grande dell’arte e della passione.
Libri di scuola

Forte dell'esperienza di ieri, quando ero andato da Libraccio in piazza Fontana alle 9.30 (tanto non c'è nessuno, mio figlio) ed esserne uscito quasi due ore dopo per la fila che c'era, oggi alle 8.30 ero già lì. Tre persone davanti, apertura alle nove, un bel freschino, quattro chiacchiere con un paio di gentili ed abbronzatissime signore in fila. Alle 9.30 ero fuori, via Dogana, tram, a casa prima delle 10. L'unica cosa che mi spiace è che in questo modo mi sono risparmiato troppo poco della presenza della filippina energumeno che viene il mercoledì mattina (non quella dell'immagine a fianco, magari!). Casa ribaltata, mi sono rifugiato sul terrazzo a leggere sotto il sole con il bel sole che c'è ancora oggi. Ora è ancora qui ma ormai è da un'altra parte della casa, per cui sto tranquillo e anche la gatta è qui con me che mi fa la guardia.
PS.
Ad un tratto non funzionava più niente. Scoperta: aveva staccato il router! Scusa signò!
martedì 20 settembre 2011
Concerti all'Assunta in Vigentino

Quest'anno prometto che andrò più spesso a sentire i concerti da camera e consimili nella chiesa che è vicina a casa mia, Chiesa di Santa Maria Assunta in Vigentino, e chissà che non restaurino anche l'organo, dal momento che è iniziato un restauro in generale della chiesa che sarebbe bella ma che è stata troppo trascurata negli anni.
L'orchestra da camera si è formata nel 1995 con elementi dell'orchestra della RAI che era stata chiusa (a che serve un'orchestra?) e negli anni ha inserito anche elementi nuovi e giovani. I suoi concerti sono sempre seguiti con grande entusiasmo. E poi devo dare soddisfazione anche ad una signora che mi invita sempre e mi fa trovare il programma nella casella della posta.
domenica 18 settembre 2011
Milano Musica
Quest'anno la rassegna di musica contemporanea Milano Musica, arrivata al 20° anno, avrà come musicista di riferimento Helmut Lachenmann, musicista che definisce la propria musica "musica concreta strumentale".
Si inizia il 2 ottobre alla Scala con un concerto diretto da Roberto Abbado con musiche di Berio (Requies (1983-85) per orchestra da camera scritto in memoria di Cathy Berberian), Lachenmann (Schreiben (2002-04)) e la IV sinfonia di Schumann, per terminate il 7 novembre sempre alla Scala con musiche di Liszt, Donadoni e Chopin eseguite da Jeffrey Swann.
Dei vari concerti in programma mi interessano in modo particolare quello del giorno 8 ottobre al Teatro dal Verme con i Pomeriggi Musicali impegnati in musiche di Diogenes Rivas, Aldo Clementi, Matteo Franceschini, Lachenmann, Luca Francesconi, quello del 10 ottobre con l'ensemble unitedberlin in musiche di Valerio Sannicandro, Salvatore Sciarrino, Franco Donatoni, quello del 12 ottobre dove sarà trasmessa una registrazione televisiva di Satyricon di Bruno Maderna, quello del 16 ottobre in Auditorium con la Verdi Schoenberg, Maderna e Lachenmann, quello del 28 ottobre con il Quatuor Diotima in musiche di Lachenmann e Debussy.
Una bella rassegna per tenerci un po' svegli!
Si inizia il 2 ottobre alla Scala con un concerto diretto da Roberto Abbado con musiche di Berio (Requies (1983-85) per orchestra da camera scritto in memoria di Cathy Berberian), Lachenmann (Schreiben (2002-04)) e la IV sinfonia di Schumann, per terminate il 7 novembre sempre alla Scala con musiche di Liszt, Donadoni e Chopin eseguite da Jeffrey Swann.
Dei vari concerti in programma mi interessano in modo particolare quello del giorno 8 ottobre al Teatro dal Verme con i Pomeriggi Musicali impegnati in musiche di Diogenes Rivas, Aldo Clementi, Matteo Franceschini, Lachenmann, Luca Francesconi, quello del 10 ottobre con l'ensemble unitedberlin in musiche di Valerio Sannicandro, Salvatore Sciarrino, Franco Donatoni, quello del 12 ottobre dove sarà trasmessa una registrazione televisiva di Satyricon di Bruno Maderna, quello del 16 ottobre in Auditorium con la Verdi Schoenberg, Maderna e Lachenmann, quello del 28 ottobre con il Quatuor Diotima in musiche di Lachenmann e Debussy.
Una bella rassegna per tenerci un po' svegli!
venerdì 16 settembre 2011
Il coraggio di Minzolini
Augusto Minzolini, che grande giornalista! E' il direttore del TG1, e ti credo, per un giornalista così è il minimo. Ecco un nuovo saggio della sua grandezza.
E pensare che tutto ciò che dice lo dice in totale libertà, senza alcun condizionamento, senza che alcuno gli dica ciò che deve dire! Nel video cita l'attuale presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, ancora temporaneamente in carica e in piena salute anche se il servizio delle prefiche è già tutto organizzato per quel momento che ci auguriamo il più lontano nel tempo possibile; ma se il presidente del consiglio fosse stato Antonio di Pietro, Minzolini avrebbe detto Antonio di Pietro e se fosse stato Rosy Bindi avrebbe detto Rosy Bindi, e se fosse stato.... Che bello avere il coraggio delle proprie azioni, delle proprie parole e delle proprie idee! Che esempio per i giovani giornalisti: imparate! Bravo!
E pensare che tutto ciò che dice lo dice in totale libertà, senza alcun condizionamento, senza che alcuno gli dica ciò che deve dire! Nel video cita l'attuale presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, ancora temporaneamente in carica e in piena salute anche se il servizio delle prefiche è già tutto organizzato per quel momento che ci auguriamo il più lontano nel tempo possibile; ma se il presidente del consiglio fosse stato Antonio di Pietro, Minzolini avrebbe detto Antonio di Pietro e se fosse stato Rosy Bindi avrebbe detto Rosy Bindi, e se fosse stato.... Che bello avere il coraggio delle proprie azioni, delle proprie parole e delle proprie idee! Che esempio per i giovani giornalisti: imparate! Bravo!
giovedì 15 settembre 2011
Trouble near Verona
Mia madre, al suo paese vicino a Verona, domani 16 settembre ha un problema di vitale importanza: la parrucchiera chiude a causa dell'arrivo di una veggente di Medjugorje, che farà una tappa della sua tournée europea. Tutti riuniti in chiesa per una possibile apparizione. Come minimo ci sarà un messaggio del tipo "Pregate, pentitevi e digiunate" rivelato in un momento di estasi. Che la Madonna appaia questo non lo può sapere nessuno, tanto la veggente può raccontare quello che vuole; probabilmente no perchè avere un altro santuario che ti può fare concorrenza ora che gli affari sono così ben avviati non è cosa buona. Preciso che mia madre, che veleggia verso gli 87 anni, profondamente credente, non ci andrà e questo fa parte della libertà di coscienza che ognuno ha diritto di avere.
lunedì 12 settembre 2011
War Requiem
Ieri sera, 11 settembre, si è tenuto il concerto inaugurale della stagione 2011/2012 dell'orchestra Verdi. Come d'abitudine il concerto si è svolto alla Scala ed era dedicato alle vittime dell'attentato alle Twin Towers.
Il primo brano in programma era lo Schicksalied di Brahms su testo di Holderlin. La poesia di Holderlin è divisa in due parti; nella prima gli dei beati, senza destino, vivono la loro esistenza senza tempo in un mondo di eterna tranquillità e chiarezza, nella seconda parte invece si descrive, per contrasto, lo stato degli uomini che non possono mai riposare in alcun luogo sottoposti ad un destino che li pone in perenne pericolo. Brahms descrive in modo mirabile questi due momenti così contrastanti ma chiude la composizione con il ritorno dell'inizio ed in maggiore; una chiusa ambigua che può essere intesa come un commento indifferente ai dolori umani o come una consolazione. Io propenderei per la prima ipotesi che è tanto più triste quanto senza reale possibilità di conforto.

Nella secondo parte c'era il pezzo forte della serata, ovvero il War Requiem di Benjamin Britten composto per la riconsacrazione della cattedrale di Coventry che era stata distrutta da un bombardamento nel 1940.
La particolarità di questo brano consiste nel fatto che Britten non si è limitato a mettere in musica il testo latino, come Mozart, Verdi, Berlioz, Stravinskij, ecc, ma ha aggiunto una scelta di poesie scritte dal poeta Wilfred Owen al tempo della prima guerra mondiale nel corso della quale sarebbe morto il 4 novembre 1918. Con questa scelta Britten crea delle relazioni tra il testo latino e le poesie, relazioni che in vari modi riportano un sentimento generale di compianto a quello particolare della realtà della guerra e della morte. Ad esempio le trombe del Dies Irae diventano, nella poesia, tristi trombe militari che si richiamano nell'aria della sera. Nell'Offertorium al canto latino si contrappone una poesia in cui si rievoca l'episodio di Abramo e del sacrificio di Isacco, ma mentre nella Bibbia il sacrificio non avviene perchè al suo posto viene ucciso un ariete, nel testo di Owen, il vecchio "slew his son, and half of the seed of Europe, one by one".
La composizione è particolarmente complessa e prevede oltre all'orchestra e al coro, un coro di bambini che deve cantare da una certa distanza, e sono stati messi nel palco reale, un soprano, un tenore, un baritono e un'orchestra da camera; quindi sono richiesti due direttori. Fra questi due complessi si creano relazioni molto sottili e complesse come ad esempio nel Lacrimosa, che segue la ripresa violenta del Dies Irae, all'interno del quale si inserisce il tenore che canta un testo in cui si prega di spostare al sole un morto nel tentativo di riportarlo in vita come il sole fa fiorire le sementi. Nel Sanctus invece, all'esplosione luminosa dell'Hosanna si contrappone il dubbio che veramente EGLI sia in grado di sconfiggere la morte. Molto bello tutto il Libera me finale dove due morti, che in vita erano stati nemici, ed uno ha ucciso l'altro, si ritrovano e si cantano da sè la loro ninna-nanna, Let us sleep now, mentre i cori cantano "In paradisum" concludendo la composizione in un clima di serenità e di lontananza.
Molto bravi i tre solisti, Chiara Angella, Barry Banks e Mark Stone, cori e orchestra che hanno bellamente superato questa prova molto difficile che personalmente temevo non poco.
Grandi applausi per tutti, il direttore del bravissimo coro dei bambini Teresa Tramontin, la direttrice del coro Erina Gamberini, il direttore dell'orchestra da camera Ruben Jais, che ha diretto veramente bene, e il direttore Zhang Xian, confermata fino al 2014/2015, che, credo, in musiche come questa trova il suo repertorio ideale.
Insomma un bel concerto per una musica certo non facile, di raro ascolto e che necessita certamente di alcuni ascolti per poterla apprezzare e capire più profondamente.
Il primo brano in programma era lo Schicksalied di Brahms su testo di Holderlin. La poesia di Holderlin è divisa in due parti; nella prima gli dei beati, senza destino, vivono la loro esistenza senza tempo in un mondo di eterna tranquillità e chiarezza, nella seconda parte invece si descrive, per contrasto, lo stato degli uomini che non possono mai riposare in alcun luogo sottoposti ad un destino che li pone in perenne pericolo. Brahms descrive in modo mirabile questi due momenti così contrastanti ma chiude la composizione con il ritorno dell'inizio ed in maggiore; una chiusa ambigua che può essere intesa come un commento indifferente ai dolori umani o come una consolazione. Io propenderei per la prima ipotesi che è tanto più triste quanto senza reale possibilità di conforto.

Nella secondo parte c'era il pezzo forte della serata, ovvero il War Requiem di Benjamin Britten composto per la riconsacrazione della cattedrale di Coventry che era stata distrutta da un bombardamento nel 1940.
La particolarità di questo brano consiste nel fatto che Britten non si è limitato a mettere in musica il testo latino, come Mozart, Verdi, Berlioz, Stravinskij, ecc, ma ha aggiunto una scelta di poesie scritte dal poeta Wilfred Owen al tempo della prima guerra mondiale nel corso della quale sarebbe morto il 4 novembre 1918. Con questa scelta Britten crea delle relazioni tra il testo latino e le poesie, relazioni che in vari modi riportano un sentimento generale di compianto a quello particolare della realtà della guerra e della morte. Ad esempio le trombe del Dies Irae diventano, nella poesia, tristi trombe militari che si richiamano nell'aria della sera. Nell'Offertorium al canto latino si contrappone una poesia in cui si rievoca l'episodio di Abramo e del sacrificio di Isacco, ma mentre nella Bibbia il sacrificio non avviene perchè al suo posto viene ucciso un ariete, nel testo di Owen, il vecchio "slew his son, and half of the seed of Europe, one by one".
La composizione è particolarmente complessa e prevede oltre all'orchestra e al coro, un coro di bambini che deve cantare da una certa distanza, e sono stati messi nel palco reale, un soprano, un tenore, un baritono e un'orchestra da camera; quindi sono richiesti due direttori. Fra questi due complessi si creano relazioni molto sottili e complesse come ad esempio nel Lacrimosa, che segue la ripresa violenta del Dies Irae, all'interno del quale si inserisce il tenore che canta un testo in cui si prega di spostare al sole un morto nel tentativo di riportarlo in vita come il sole fa fiorire le sementi. Nel Sanctus invece, all'esplosione luminosa dell'Hosanna si contrappone il dubbio che veramente EGLI sia in grado di sconfiggere la morte. Molto bello tutto il Libera me finale dove due morti, che in vita erano stati nemici, ed uno ha ucciso l'altro, si ritrovano e si cantano da sè la loro ninna-nanna, Let us sleep now, mentre i cori cantano "In paradisum" concludendo la composizione in un clima di serenità e di lontananza.
Molto bravi i tre solisti, Chiara Angella, Barry Banks e Mark Stone, cori e orchestra che hanno bellamente superato questa prova molto difficile che personalmente temevo non poco.
Grandi applausi per tutti, il direttore del bravissimo coro dei bambini Teresa Tramontin, la direttrice del coro Erina Gamberini, il direttore dell'orchestra da camera Ruben Jais, che ha diretto veramente bene, e il direttore Zhang Xian, confermata fino al 2014/2015, che, credo, in musiche come questa trova il suo repertorio ideale.
Insomma un bel concerto per una musica certo non facile, di raro ascolto e che necessita certamente di alcuni ascolti per poterla apprezzare e capire più profondamente.
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