lunedì 10 febbraio 2014

Claudio Abbado a Lucerna 2013

Questo è il concerto con il quale si inaugurò il festival di Lucerna 2013 e diretto da Claudio Abbado.
Programma meraviglioso con tre autori sui quali ha lavorato una vita pensando e ripensando.
Come diceva Abbado in un'intervista Beethoven è un autore nel quale c'è sempre da scoprire; praticamente te lo porti dietro per tutta la vita, come esecutore e anche come ascoltatore perché non si finisce mai di imparare ad ascoltare un autore che così generosamente ha sparso il proprio genio.
In questo concerto esegue anche l'Ouverture Tragica di Brahms, un pezzo meraviglioso e costruito in modo perfetto da Brahms partendo da piccole cellule tematiche. Questo pezzo di Brahms è la prima cosa che conobbi di questo autore e quindi gli sono particolarmente affezionato.
Tra Brahms e Beethoven, come faceva 40 anni fa nei concerti scaligeri, Abbado mette un brano novecentesco, questa volta Schoenberg con due brani tratti dai Gurre Lieder (il Lied der Waldtaube è un brano veramente impressionante). Uno Schoenberg iper tardo romantico e tardo wagneriano che scrive un pezzo ipertrofico, come Mahler con l'ottava sinfonia e Stravinskij con la Sagra. Poi l'orchestra si frammenterà in infinite combinazioni.
Per me questo concerto è difficilmente commentabile e non lo voglio neanche fare.
Ci sono delle cose però che mi hanno impressionato. Ad esempio come gli strumentisti guardano Abbado, come se fossero legati a lui da un fluido, tutta l'Eroica concertata magistralmente e condotta con tempi abbastanza rilassati, vedi il trio dello scherzo, e sommamente commovente con una marcia funebre vissuta come un brivido e quasi come una premonizione (impressionante la commozione di Abbado alla fine del movimento), la figura stessa di Abbado così fragile e chiaramente intaccata dal male osservato con preoccupazione, mi pare, da Roberto Benigni presente tra il pubblico, il gesto di Abbado, così parco ed essenziale, l'ovazione finale al termine dell'Eroica, l'ultima Eroica di Abbado!
Purtroppo Claudio Abbado non è più tra noi perché gli è capitato ciò che capita a tutti, prima o poi, ma gli dobbiamo essere grati per tutto ciò che ha fatto sempre ma in particolare in tutti gli anni seguenti alla sua malattia dove è come se avesse trovato in sé nuove forze, una grande umanità, una leggerezza e una trasparenza ineguagliabile.

Su Abbado e Beethoven questo video



domenica 9 febbraio 2014

Bye bye Facebook

Oggi alle ore 12 ho cancellato il mio account di Facebook.
Negli ultimi giorni c'era stata una piccola discussione sull'esecuzione della sesta di Mahler e sugli arbitri che il direttore si era concesso.
Personalmente c'ero rimasto molto male ma quello che mi ha maggiormente stupito è stato il constatare che diversi orchestrali ne erano stati molto contenti e che reputavano che queste licenze fossero giustificabili pur di realizzare una grande esecuzione di grande profondità, neanche il direttore giapponese fosse stato Klemperer, Bruno Walter, Mitropoulos, Scherchen, Horenstein o Barbirolli, che peraltro non si permisero mai abusi simili.
Potrà sembrare strano ed eccessivo ma ne sono rimasto quasi sconvolto, sicuramente molto colpito. Stupito cioè che dei musicisti fossero contenti di compiere assurdi abusi al testo scritto per inseguire le idee folli di un direttore che in quel momento era sul podio e che affermassero anche che si trattava di una grande interpretazione. Mi sono scoperto un'intransigenza che non mi conoscevo.
Poi ci sono stati dei botta e risposta che mi hanno molto stancato e annoiato. Alla fine, deluso da tutto ciò e poiché non intendevo che la mia bacheca diventasse la palestra per la manifestazione di idee che non condividevo affatto, anzi, osservando che mi dovevo difendere quasi fossi uno che stava dalla parte del torto solo perché invocavo come minimo il rispetto del testo, mi sono proprio stancato e anche per altri motivi mi sono cancellato.
Ora mi prenderò una lunga pausa da Facebook e anche da quell'orchestra.










domenica 2 febbraio 2014

Una strana sesta sinfonia "Tragica" di Eiji Oue

Spesso, per brevità, si dice, ad esempio, la "Pastorale" di Karajan o la "Patetica" di Bernstein per dire in sintesi "La Pastorale di Beethoven fatta da Karajan" o "La Patetica di Ciaikovskij diretta da Bernstein".
Nel caso dell'ultimo concerto in Auditorium con l'ottima orchestra Verdi (che per inciso ha suonato molto bene con piccole sbavature nei fiati), diretto dal direttore giapponese Eiji Oue, si potrebbe dire: "La sesta sinfonia "Tragica" di Oue da un'idea di Gustav Mahler".
Infatti il direttore giapponese, evidentemente inseguendo un proprio e personalissimo intento estetico ed espressivo, ritenendo evidentemente la partitura approntata da Mahler una bozza da perfezionare, nonostante tutte le indicazioni e le raccomandazioni che Mahler ha disseminato ovunque lungo tutta la partitura, non ha avuto esitazioni ad intervenire sulla pagina scritta.
Quindi, con una certa disinvoltura, e anche con una certa maestria, il suddetto direttore ha realizzato una nuova versione della sinfonia modificando la durata di alcune note, rallentando il tempo per evidenziare meglio alcuni particolari o alcune melodie, e accelerando con il medesimo intento e questo praticamente lungo tutto il percorso del brano. C'era da farsi venire il mal di mare e alla fine, sono onesto, non ci ho capito molto.
Personalmente, abituato fin dalla prima VI di Mahler che ebbi modo di ascoltare nel remoto 1969 sotto la direzione di un giovane e fiammeggiante Claudio Abbado, a cui sono seguite molte altre audizioni di questa sinfonia anche con molti altri direttori, ed essendomela anche studiata un po', me ne sono fatta una certa idea che ben raramente in qualche modo trovava riscontro nell'esecuzione dell'altra sera.
E' chiaro che ogni direttore gode di margini di manovra molto ampi ma restando dentro ciò che l'autore ha scritto per cui di fronte a certe trovate mi sono trovato piuttosto a disagio.
Per concludere  si è trattato di un'esecuzione che nulla ha aggiunto alla mia conoscenza di questa sinfonia, né dal punto di vista emozionale o puramente strumentale per cui la archivio come una serata molto particolare e un po' folle di cui avrei fatto volentieri a meno.
Però è un peccato perché il direttore giapponese in realtà non sarebbe niente male come si può notare ascoltando una quinta di Mahler registrata a Barcellona che non sarà un'esecuzione d'importanza storica ma si ascolta bene.

lunedì 20 gennaio 2014

Claudio Abbado

Questa mattina è morto Claudio Abbado. Ci sono cose che non si vorrebbe che avvenissero mai ma dalla morte non si può scampare. Per me che l'ho seguito in tutti i concerti e le opere, in tutte le repliche, letteralmente, dal 1968 fino al momento in cui lasciò la Scala, è mancata una persona che ha segnato profondamente la mia vita. Il mio dolore è grandissimo perché Abbado non è legato solo al ricordo di tanti incontri musicali ma alla mia personale esperienza di "ascolto" della musica. Per me Abbado, con i musicisti e altri artisti che in qualche modo gli stavano attorno, da Giorgio Strehler a Luca Ronconi, dal Trio di Trieste al Quartetto Italiano, da Maurizio Pollini a Dino Ciani, da Mirella Freni a Piero Cappuccilli, da Leonard Bernstein a Zubin Mehta a Seiji Ozawa, ecc. ecc. ha rappresentato la vera esperienza formativa della mia adolescenza e giovinezza. Fra tutto quello che ha diretto vorrei ricordare lo Stabat Mater di Pergolesi (con la grandissima Valentini Terrani, che ci lasciò troppo presto), un brano che non richiede certo un direttore d'orchestra dal virtuosismo funambolico, cosa peraltro che era ben lontano dallo stile di Abbado, ma richiede una grandissima sensibilità e Abbado lo dirigeva con grande commozione, quasi con le lacrime agli occhi.



mercoledì 27 novembre 2013

Mass di Bernstein

La versione di Mass diretta dallo stesso Bernstein con Alan Titus è sempre la più bella. Strano pezzo Mass, con alti e bassi, anche un po' imbarazzanti, ma con dei brani straordinari.
Ecco qui A Simple Song che viene cantato subito dopo il brano introduttivo, un brano diventato così famoso da essere finito anche nei piano bar.

martedì 26 novembre 2013

Jasha Horenstein e Mahler

Jascha Horenstein nel 1961 dirige la V sinfonia di Mahler con i Berliner Philharmoniker che ai tempi non era certo un'orchestra mahleriana. Avevano suonato qualcosa di Mahler con Furtwaengler negli anni 20 e 30, comunque prima dell'avvento del nazismo. Con Karajan, in quei tempi, credo nulla.
Ebbi la possibilità e la fortuna di ascoltare Horenstein in un concerto alla Scala nel 1970 o 1971. Fece un programma con la sola VII sinfonia di Mahler.
Nel 1969 Sir John Barbirolli aveva diretto la V facendola precedere dal V concerto per violino di Mozart (credo che il violinista fosse Szeryng). Il pubblico era venuto soprattutto per Mozart. Nell'intervallo metà del pubblico della platea e dei palchi se ne andò e poi continuò ad andarsene tra un movimento e l'altro della sinfonia di Mahler così che alla fine ad applaudire c'eravamo praticamente noi della galleria.
La scelta di Horenstein fu più radicale e il pubblico reagì di conseguenza lasciando praticamente vuoti platea e palchi. Se non c'eravamo noi in galleria il povero Horenstein, che era a fine carriera e soffriva di cuore tanto che tra il secondo e il terzo movimento si sedette un paio di minuti su una sedia, con la sua zazzera bianca stava fresco.
Non so quanto sia ricordato oggi questo grandissimo direttore d'orchestra. Personalmente lo trovo modernissimo con quel suo stile asciutto, severo, senza sentimentalismi.

domenica 24 novembre 2013

Mahler e l'ottava sinfonia

Che l'ottava sinfonia di Mahler, del 1906, sia molto diversa da tutte le altre sue sinfonie è un fatto piuttosto evidente. Già in passato Mahler aveva introdotto le voci nelle sue sinfonie, la seconda, la terza e la quarta, ma lo aveva fatto come prolungamento della sua attività di liederista o, come nella seconda, per concludere la sinfonia con un grande coro. L'ottava invece è una sinfonia scritta per voci dall'inizio alla fine sul testo del Veni creator spiritus e della scena finale del Faust, con due soli passaggi, splendidi, per sola orchestra, nella prima parte e all'inizio della seconda parte. Non è facile dire perché Mahler, dopo le tre sinfonie strumentali, decise di scrivere questa sinfonia. Trattandosi di Mahler, è facile avventurarsi in spiegazioni psicanalitiche che a dire il vero mi pare lascino sempre un po' il tempo che trovano. Forse ha ragione Quirino Principe quando scrive che "Dopo la la Settima, dopo la scoperta che la musica non è esaurita e può continuare, dopo la disillusione del procedere rettilineo, le ultime opere di Mahler sperimentano tutto ciò che la storia della musica svilupperà: il tonalismo ad oltranza, il primitivismo in direzione esotica, il bruitisme, persino la Neue Musik." Con l'ottava sinfonia Mahler percorse la via del tonalismo, un mi bemolle maggiore sovrabbondante, del pieno orchestrale sorretto da solidi bassi, della luce, tutte caratteristiche piuttosto anomale per Mahler che delinea, come scrive sempre Quirino Principe, "un disegno bello, non finto ma effimero". Un disegno che sarà infranto già dalla successiva composizione del Das Lied von der Erde del 1908 che seguirà il tragico anno 1907. Peraltro questa sinfonia non è avulsa dal resto della produzione di Mahler. Ascoltandola ci si accorge di quanti momenti ricordino alcune sue sinfonie precedenti, soprattutto certi passaggi della seconda,  della terza e della quarta e come in altri momenti siano già presenti delle caratteristiche che saranno tipiche della sue composizioni successive in certe rarefazioni timbriche o nel trattamento degli archi.
L'ottava sinfonia quindi ha da sempre suscitato molte discussioni e può piacere molto, moltissimo, per niente o la si può trovare solo interessante ma non bella la qual cosa confermerebbe quello che un giorno Mahler disse a Bruno Walter: "Non è difficile fare cose interessanti; difficile è farle belle." A me personalmente piace, parzialmente, perché ritengo che Mahler abbia colto in pieno almeno due elementi, il soffio vitale e potente dello spirito che percorre in modo incessante tutta la prima parte e l'elemento femminile che salva Faust: tutta la preparazione al coro mistico finale che parte dall'inudibile per ascendere alle altezze più grandi è un momento di straordinaria suggestione ed emozione.
Detto questo si deve dire dell'esecuzione di ieri sera, al MICO con un'acustica non molto buona, purtroppo, e funestata anche dal ronzio dei proiettori dei testi sui due schermi, la seconda dopo quella di giovedì, che è stata splendida sotto tutti gli aspetti. Solisti molto buoni con qualche piccola pecca, cori, quello della Verdi e l'Orfeon Donostiarra, perfettamente efficienti, il coro dei bambini della Verdi assolutamente ottimo e l'orchestra che ha suonato con grande intensità e bravura sotto la guida di Riccardo Chailly che credo sia attualmente il più importante interprete di Mahler e che era alla sua ottava esecuzione di quest'opera, se non ho inteso male una sua intervista, e che conosce molto bene questa partitura avendo avuto la possibilità di dirigerla già parecchie volte. La direzione di Chailly è stata molto asciutta, senza tante concessioni sentimentali, intensa, saldissima, moderna, sicura. Chailly aveva un gesto per tutti, sapeva sollecitare tutte le sezioni sempre con un gesto misurato, parco ma di grande forza e con un controllo totale su una materia musicale molto complessa.
Una serata coronata da un grande successo per tutti che ha premiato uno sforzo organizzato assolutamente fuori del comune (570 persone sul palco!) di cui si deve rendere grandissimo merito alla fondazione Giuseppe Verdi, a tutto il suo personale, alla dirigenza, a tutta l'orchestra e ai cori.
Si è conclusa così l'avventura dell'esecuzione di tutte le sinfonie di Mahler iniziata nell'ottobre 1999 quando fu inaugurato l'Auditorium con la seconda sinfonia diretta sempre da Riccardo Chailly. Non resta che ricominciare e andare avanti con nuove avventure musicali.

domenica 17 novembre 2013

Souvenir de Florence






Il Souvenir de Florence di Ciaikovskij e una delle sue poche composizioni che mi piacciano veramente dall'inizio alla fine.
Ne rimasi folgorato al primo incontro e fu un incontro che avvenne in modo strano.
Quando nel gennaio 1974 acquistai il mio primo impianto HI-FI, serio per quanto riguarda le cuffie avevo deciso di acquistare le Jecklin Float, elettrostatiche (costavano una cifra!). Non sapevo dove trovarle, perché non si vendevano in un normale negozio di HI-FI. Così telefonai al distributore italiano, Fugagnollo, che esiste ancora e vende le ERGO che sono più o meno un'evoluzione delle Jecklin.
Andai da lui, dalle parti di via Novara. Lui per farmele sentire mise su un disco. Era il Souvenir de Florence fatto da sir Neville Marriner. Ne rimasi folgorato. Non potevo stare lì ad ascoltare tutto il disco e me ne dovetti andare non prima di essermi fatto dare l'indirizzo dell'unico negozio di Milano che vendeva le Jecklin.
Quasi quasi mi verrebbe voglia di comprarmi una ERGO ma per prenderne una paragonabile alla Jecklin dovrei spendere più o meno 1500 euro per cui lascio perdere, mi accontento delle ottime GRADO e delle "piccole" Bowers & Wilkins.

sabato 19 ottobre 2013

Jader Bignamini: un grande conferma e una certezza

Sono andato all'ultimo concerto in Auditorium con una certa curiosità dal momento che il programma comprendeva il terzo concerto di Rachmaninov (1909)



e di Igor Stravinskij, lo Scherzo fantastico (1908) opera giovanile ma assai ardua scritta sotto il controllo del suo maestro Rimsky-Korsakov,



e  Le sacre du printemps (1913)



Nel concerto di Rachmaninov il solista era il neanche ventunenne Luca Buratto, milanese, che ha affrontato la difficilissima parte solistica in modo deciso e senza timori venendone a capo in modo egregio ottimamente accompagnato dall'orchestra diretta da Jader Bignamini. Ottimo pianista Luca Buratto con una bella personalità e che fa un po' impressione con quell'aria da liceale. Non si deve però pensare che fosse inadeguato al concerto di Rachmaninov che è stato un cavallo di battaglia di tanti pianisti immensi e con tanta più esperienza di lui. Luca Buratto è stato del tutto convincete ed è stato giustamente salutato da un'ovazione.
Jader Bignamini nella seconda parte del concerto ha poi affrontato Stravinskij con grande leggerezza nello scherzo ispirato alla vita delle api e con grande decisione e senza timidezze nel Sacre.
A dire il vero avevo un po' di timori per il Sacre e mi chiedevo cosa potessi attendermi da un nuovo ascolto di quest'opera fondamentale dopo le decine e decine di esecuzioni sentite in tutti questi anni, tra le quali, dal vivo, quelle di Bruno Maderna, Pierre Boulez (a Milano e a Parigi) e Leonard Bernstein.
Invece l'esecuzione del Sacre è stata estremamente convincente perché da un lato è stata molto analitica e pulita senza che questa impostazione facesse diventare fredda e asettica la performance che anzi è risultata estremamente risoluta, fiammeggiante e barbarica. Alcuni passaggi sono stati fantastici come tutta la parte finale della prima e della seconda parte.
Orchestra in gran forma, ottimamente preparata e compatta in tutte le sezioni. Percussioni, ovviamente, sugli scudi con il ritorno alla piena efficienza, spero, dopo i malanni della scorsa stagione, della timpanista Viviana Mologni e con la prestazione superlativa di Ivan Fossati che ha lavorato la grancassa con la ferocia che le era dovuta.
Un'altra conferma, quindi, della bravura del direttore d'orchestra Jader Bignamini, già membro dell'orchestra Verdi con nel cassetto il sogno della direzione d'orchestra, che è uno dei più grandi e interessanti direttori d'orchestra della nuova generazione.
Sala gremita e pubblico giubilante.

mercoledì 9 ottobre 2013

La musica, un mistero

Da un blog leggo la seguente citazione.
Alban Berg, il quale durante la composizione dei suoi Tre pezzi per orchestra, op, 6 (1914) scrisse all’amico Anton Webern: "Ma che cosa significa tutto questo gran comporre, quando il giorno dopo si ascolta la Sesta sinfonia (non c’è bisogno che io dica di chi e, vi è al mondo infatti solo una Sesta, nonostante la Pastorale)? Ti dico - o forse non c’è in realtà bisogno neppure che te lo dica - che non si finisce mai di sviscerare completamente questa composizione, non la si comprende mai del tutto [...]".
In effetti è proprio così. Da decenni ascolto musiche che non riesco a capire del tutto, c'è sempre qualcosa che si sposta in là. Perché mi piace o non mi piace? Qualcosa riesco a capirlo ma non del tutto.

Si dirà che tutto ciò è bellissimo perché non si finisce mai di capire però, per me, che avrei fatto volentieri il mestiere dell'investigatore, e lo avrei fatto anche molto bene, tutto ciò è anche frustrante. Certo volte penso che sia inutile.

domenica 15 settembre 2013

Vecchi amici

Mi sembra che Facebook sia nato per ritrovare vecchi amici di scuola o d'infanzia o comunque gente che, per vari motivi, si è persa di vista. Naturalmente poi il giro si allarga e così arrivano gli amici degli amici degli amici, perfetti sconosciuti, rompicoglioni, gente che vuol farti credere di essere chissà chi, ecc. Fortunatamente si possono sempre cancellare, se proprio rompono. Ma puoi entrare in contatto con persone molto interessanti, che potrebbero anche sembrare splendide facendo, però, sempre la tara su un po' tutto perché è già difficile avere una opinione ragionevole delle persone che conosci bene, figuriamoci di una che vive dall'altra parte del pianeta o magari a un chilometro da casa tua ma che comunque non frequenti e che comunque, per vari motivi, preferiresti non frequentare. Bisogna considerare che le persone accedono a un social network per i più svariati motivi, culturale, gioco, per scrivere puttanate a raffica o magari per trovare marito o moglie o per stabilire rapporti culturali o altri nobilissimi motivi. Personalmente non mi aspetto nulla da Facebook.
Non ho mai trovato un amico d'infanzia o di scuola, o meglio, un paio di amici delle superiori li ho trovati ma è finita lì, nessuno desiderava la cosiddetta "amicizia". Troppa distanza. Con altri mi vedo talvolta, in Auditorium o alla Scala o al Conservatorio o in altri luoghi dove si esegue musica, perché sono quelli con i quali si andava per concerti molti anni fa ma non sono in Facebook.
Invece l'anno scorso, tornando da Otranto, sono passato, con mia moglie, da Cervia dove andavo al mare da piccolo e sono passato a salutare le persone da cui andavamo con i miei genitori. Così ho ritrovato il vecchio amico Giampaolo, figlio dei titolari, ben avanti negli anni (entrambi altre i 90) e ci siamo messi in contatto anche con Facebook. E' strano e bello vedere come sia viva l'amicizia in modo così naturale e spontanea quando si è giocato assieme da bambini. Ora, tramite Giampaolo, è arrivata una nuova amica, Ambra (nella foto è alla mia destra con il panino in mano, a San Marino).
Lei era la figlia di un mercante d'arte milanese che aveva lo studio in via Brioschi, mi pare al 7, quasi all'incrocio con via Tabacchi, a due passi dall'Auditorium. La via Brioschi, ingegnere e fondatore del Politecnico di Milano, attualmente collocato al famedio del Cimitero Monumentale vicino ad Amilcare Ponchielli, è la via dove sono nato, al 78. Non so se Ambra sia andata alle scuole elementari di via Brunacci (matematico, vedi il teorema del Brunacci ad esempio su Lezioni di Analisi di Giovanni Ricci) che è una traversa che collega la via Torricelli (Evangelista, fisico, dove c'è l'entrata artisti della Verdi) e via Meda, e quindi a due passi dall'Auditorium. Io feci lì l'asilo e le elementari e forse lei frequentò la sezione femminile perché abitava dalle parti di piazza 24 Maggio. Forse però frequentò le elementari di via d'Annunzio, quelle che avrebbe frequentato mio figlio se non avessimo cambiato casa proprio l'anno che sarebbe andato in prima elementare.
Comunque i miei conobbero i genitori di Ambra verso la metà degli anni '50. Noi andavamo già a Cervia. Quelli erano gli anni in cui iniziava il turismo e funzionava il passaparola (noi avevamo scoperto quel posto tramite una zia acquisita di mio padre, Maria Albertini che abitava a Milano in via Col di Lana in quella bella casa all'angolo con la via Cosseria, e che portava lì i suoi nipoti di Boscochiesanuova (VR), figli di sua sorella Carlotta che aveva sposato un fratello, Alfonso, di mio nonno, Guglielmo. Io porto il suo nome perché fui il primo nipote nato dopo la sua morte). Così anche i genitori di Ambra cominciarono a venire a Cervia.
Ci si frequentava soprattutto d'estate. A Milano capitava qualche volta ma raramente. Allo stesso modo in campagna da mia nonna avevo l'amico estivo Sergio. Di tanto in tanto ci vediamo ma non è in Facebook.
Noi smettemmo di andare a Cervia, mi pare nel 1961. Iniziò dopo un nuovo capitolo delle vacanze estive con San Remo, in una villa a mezza costa che era appartenuta al padre, Albertini, della zia Maria di cui sopra.

venerdì 30 agosto 2013

La Verdi, fondazione milanese

Oggi pomeriggio sono passato dalle parti dell'Auditorium. Ho visto esposti i manifesti dei prossimi due concerti: quello della Scala del 15 settembre e quello a Londra alla Royal Albert Hall del 5 con in programma Verdi e Ciaikovskij.
Poi, tornato a casa, ho letto di una prossima possibile tournée della Verdi in Cile, sull'onda del clamoroso successo di ieri sera a ricordo del 40° anniversario della presa di potere con il colpo di stato di Pinochet, uno dei peggiori criminali dell'umanità ai quali vanno accomunati gli americani che ne appoggiarono il golpe e come minimo Margaret Thatcher, che fu sua fraterna amica, e gli amici degli amici.
Mi auguro che i politici italiani che assicurano il loro appoggio al progetto mantengano l'impegno anche in funzione EXPO.
Per quanto mi riguarda sono felice che tutto ciò si possa realizzare e sono orgoglioso di aver sempre sostenuto, io come altri e nei limiti delle mie possibilità, l'orchestra e la fondazione affinché potesse continuare ad operare passando attraverso momenti molto difficili come quello del 2007 e seguenti quando non si sapeva nemmeno se l'orchestra avrebbe potuto continuare ad operare, circondata com'era da gente che non vedeva l'ora che morisse affogando nei debiti.
Invece la Verdi è ancora lì a dispetto di chi, magari, la voleva far diventare un'appendice del proprio potere finanziario.
Il mio sostegno ci sarà sempre anche se magari non sarò sempre presente ai concerti per scelte diverse che voglio fare.

mercoledì 28 agosto 2013

Buon compleanno, Doktor Bohm

Oggi, 28 agosto, compiva gli anni Carl Bohm.
Lo ricordo molto volentieri e con un notevole affetto.
Lo ascoltai alla Scala in un concerto del 1973 in cui dirigeva l'Orchestra della Scala, non ancora Filarmonica, in una sinfonia giovanile di Mozart e nell'ottava sinfonia di Bruckner. Esecuzione portentosa alla quale era presente anche Maurizio Pollini seduto in un palco di proscenio che applaudì entesiasta.
Lo ricordo poi in un altro concerto in cui diresse la sinfonia in do maggiore di Schubert, la "Grande"; ricordo il suo gesto così chiaro con il quale dava gli attacchi agli archi nello scherzo.
Lo ricordo però soprattutto nel Fidelio di Beethoven, sempre in quegli anni. Io ero in galleria proprio sopra l'orchestra, un po' laterale, così lo vidi bene. Diresse sempre seduto ma quando si arrivò al coro finale si alzò e diresse in piedi protendendo in avanti le braccia facendo piccoli cenni con la becchetta ma lanciando orchestra, cantanti e coro in un vortice dinamico assolutamente travolgente, pregnante e commovente come è e deve essere il Fidelio, opera di immensa bellezza.
Fu grandissimo interprete di Richard Strauss perciò metto qui la prima parte della sua straordinaria esecuzione di Also sprach Zarathustra fatto con i Berliner Philharmoniker negli anni '60.

venerdì 9 agosto 2013

La prima di Sibelius secondo Bernstein

Questo è Bernstein nell'ultimo anno della sua vita, quando "sprecava" il suo tempo con composizioni "minori" come questa prima sinfonia di Sibelius, una sinfonia con evidenti debiti verso Ciaikovskij, quello della quinta sinfonia, ma che arriva a conclusioni molto diverse.
Per fortuna Bernstein si dedicò a questa sinfonia perché ciò che produsse è realmente incredibile. Per me, nessuna altra esecuzione è paragonabile a questa di Bernstein soprattutto il secondo movimento (inizia a 12.45) condotto ad un tempo molto sostenuto, con quelle cesure tra le varie frasi vissute come un sospiro; nella parte finale del movimento (da 22.55) le entrate morbide dei corni sulle note lunghe dei clarinetti e quelle successive dei violini sono vissute con una nostalgia, un'intensità, una profondità e una partecipazione umana che non ha confronti.
Wiener Philharmoniker fenomenali.