Giovedì scorso ero lì in Auditorium a sentire Shostakivich. Stasera ero lì a sentire un nuovo concerto dell'orchestra Verdi con musiche di Brahms, Schubert e Mendelssohn. Niente di strano se non fosse che in questi pochi giorni l'orchestra è andata e tornata dalla Russia per una breve tournée nel corso della quale ha tenuto due concerti, a Mosca e a San Pietroburgo e da cui è tornata carica di gloria, non solo lei, ma anche il direttore Jader Bignamini e la giovane e bravissima violinista Francesca Dego che suonava nel primo concerto di Paganini e di cui recentemente per la DG è uscita la registrazione dei capricci.
Deve essere stata una sfacchinata e la preparazione del concerto di stasera deve essere stata un po' un'impresa.
Del resto anch'io sono in partenza e scrivo molto velocemente queste note. Giovedì prossimo sarò lì per il concerto straordinario, a Dio piacendo, ma nel frattempo sarò partito e tornato da Praga.
Nel concerto di stasera sono state eseguite le Variazioni su un tema di Haydn (che non è di Haydn) di Brahms, grande brano, cui è seguita la quarta sinfonia di Schubert che la scrisse a 19 anni e per concludere il Salmo 42 di Mendelssohn, pagina sicuramente poco conosciuta come tutto il repertorio religioso di Mendelssohn, ma che contiene degli splendidi squarci musicali e che ha il pregio, a differenza dei due grandi oratori, soprattutto l'Eljah, di essere relativamente breve.
Le esecuzioni sono state abbastanza buone (ci sono stati alcuni momenti difficili in Schubert) ma miglioreranno sicuramente nel corso delle repliche.
Il concerto, destinato originariamente a Helmut Rilling, è stato diretto, per evidenti problematiche legate alla contingenza delle prove, da Ruben Jais che mi è parso a suo agio in Mendelssohn e un po' meno in Brahms e soprattutto in Schubert di cui non ho capito bene che visione avesse.
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giovedì 29 novembre 2012
mercoledì 16 maggio 2012
sabato 12 maggio 2012
Gil Shaham alle Serate Musicali
Ieri sera al Conservatorio, per le Serate Musicali il violinista Gil Shaham, con il suo Stradivari del 1699 "Contessa di Polignac",e il pianista Akira Eguchi hanno fatto un bel concerto.
Nella prima parte hanno suonato la sonatina n. 2 in la minore di Schubert D 385, che ha la leggerezza di un lied trascritto per violino e pianoforte e successivamente il solo violinista ha eseguito la sonata n. 3 BWV 1005 per violino solo di Bach, che è uno dei più grandi monumenti alla musica di tutti i tempi, massima espressione della musica per violino solo; impressionanate vederla suonata.
Nella seconda parte i due artisti hanno suonata la sonata "Niggunim" di Avner Dorman, di cui lunedì scorso Hilary Hahn aveva eseguito il brano dal titolo "Memory Games"; la sonata è dedicata ai fratelli Gil e Orli Shaham (pianista) ed è stata eseguita in prima assoluta il 16 aprile 2011. La sonata è in quattro tempi, con lo schema Adagio - Allegro - Adagio - Allegro dove l'autore recupera varie tradizioni musicali ebraiche. Si tratta certamente di un brano molto ascoltabile e godibile con belle atmosfere nei movimenti lenti e ritmi eccitanti nei movimenti più vivaci ispirati al folklore georgiano e macedone; il finale, in particolare, è particolarmente trascinante: un vero finale virtuosistico che non mi stupirei se venisse adottato da qualche jazzista.
Successivamente è stata eseguita la sonata per violino e pianoforte "In the Country of Lost things" di Julian Milone, secondo violino della Philharmonia Orchestra, che ha composto questo brano su commissione di Gil Shaham. La sonata è stata eseguita in prima assoluta il 3 maggio 2012 a Londra; è in tre movimenti con lo schema Adagio - Allegro - Adagio. La sonata è ispirata dall'omonimo libro di John Auster dove si parla di una ragazza che in una New York post apocalisse cerca di sopravvivere e va alla ricerca del fratello. Aderendo a questo schema la sonata, nei movimenti estremi, manifesta una natura nostalgica, sentimentale, come sull'orlo del nulla, mentre nel movimento centrale si anima in una concitazione che può ricordare qualcosa di Shostakovich o, in modo più parziale, di Prokofiev. Un bel brano di grande atmosfera che sarebbe adattissimo come colonna sonora di qualche film che parli di solitudine o qualcosa di simile.
Per finire la Fantasia da Concerto su Carmen op. 25 di Pablo Martín Melitón de Sarasate y Nevascués, grandissimo violinista post paganiniano. Il brano, che naturalmente sfoggia un virtuosismo stratosferico, è molto divertente, a tratti delirante e che alla fine strappa per forza l'applauso.
Infine, come bis, il Clair de Lune di Fauré, in versione per violino e pianoforte.
Gran successo per Gil Shaham che ha suonato con gran suono sempre molto bello e per il pianista che lo ha accompagnato in modo molto efficace.
Pubblico un po' rarefatto. Molti applausi un po' per tutti i brani ma soprattutto per Bach, Dorman e Sarasate.
venerdì 18 dicembre 2009
Regalo di Natale
Avendomi Elena fatto un regalo molto importante devo ricambiare anche se non credo possa essere eguagliato.
Ho pensato ad un lied di Schubert "Der König in Thule" D367.
La poesia di Goethe nacque nel gennaio 1774 ed è coeva alla stesura del primo Faust dove fu inserita nel 1775. Nella versione finale del Faust è contenuta nella scena ottava, “Sera”; Gretchen la canta mentre si sta spogliando per andare a letto sotto l’influsso del primo incontro con Faust.
Il lied fu composto all’inizio del 1816, Schubert aveva 19 anni.
Il lied fu pubblicato il 9 luglio 1821 come op. 5 n. 5 e dedicato al suo maestro Antonio Salieri, quel mite veronese, era di Legnago, che avrebbe avvelenato Mozart.
Il lied è in stile strofico dove le sei strofe sono raggruppate a coppie ed ha un tono arcaico da antica saga raccontata in una buia stanza; fondamentale è la prima sillaba, "Es" in levare che l'interprete intona prima dell'entrata del pianoforte che procede per accordi perfetti e importantissime sono le pause.
Una musica semplicissima enormemente evocativa.
Il testo di Goethe è il seguente:
Es war ein König in Thule,
Gar treu bis an das Grab,
Dem sterbend seine Buhle
Einen goldnen Becher gab.
Es ging ihm nichts darüber,
Er leert' ihn jeden Schmaus,
Die Augen gingen ihm über,
So oft er trank daraus.
Und als er kam zu sterben,
Zählt' er seine Städt' im Reich,
Gönnt' alles seinem Erben,
Den Becher nicht zugleich.
Er saß beim Königsmahle,
Die Ritter um ihn her,
Auf hohem Vätersaale,
Dort auf dem Schloß am Meer.
Dort stand der alte Zecher,
Trank letzte Lebensglut,
Und warf den heil'gen Becher
Hinunter in die Flut.
Er sah ihn stürzen, trinken
Und sinken tief ins Meer.
Die Augen täten ihm sinken
Trank nie einen Tropfen mehr.
Ovvero:
C’era un re in Thule,
fedele fino alla tomba,
morendo la sua amante
gli diede una coppa d’oro.
Nulla gli era più caro di quella,
ad ogni banchetto la vuotava,
gli occhi gli si riempivano di lacrime,
ogni volta che ci beveva.
E quando fu vicino a morire,
contò le sue città nel regno,
tutto lasciò al suo erede,
ma non la coppa.
Sedeva al banchetto reale,
i cavalieri attorno a lui,
nell’alta sala degli avi,
là nel castello sul mare.
Là stette il vecchio bevitore,
bevve l’ultimo ardore della vita,
e gettò la sacra coppagiù tra le onde.
La vide cadere, riempirsi
e sprofondare nel mare.
I suoi occhi si spensero
lui non bevve più un sorso.
Elena, tanti auguri per tutto quanto ti può capitare in futuro!
Ho scelto questa esecuzione con Elisabeth Söderström, grande soprano svedese recentemente purtroppo scomparsa, grande Melisande nel Pelleas di Debussy diretto da Boulez.
Ho pensato ad un lied di Schubert "Der König in Thule" D367.
La poesia di Goethe nacque nel gennaio 1774 ed è coeva alla stesura del primo Faust dove fu inserita nel 1775. Nella versione finale del Faust è contenuta nella scena ottava, “Sera”; Gretchen la canta mentre si sta spogliando per andare a letto sotto l’influsso del primo incontro con Faust.
Il lied fu composto all’inizio del 1816, Schubert aveva 19 anni.
Il lied fu pubblicato il 9 luglio 1821 come op. 5 n. 5 e dedicato al suo maestro Antonio Salieri, quel mite veronese, era di Legnago, che avrebbe avvelenato Mozart.
Il lied è in stile strofico dove le sei strofe sono raggruppate a coppie ed ha un tono arcaico da antica saga raccontata in una buia stanza; fondamentale è la prima sillaba, "Es" in levare che l'interprete intona prima dell'entrata del pianoforte che procede per accordi perfetti e importantissime sono le pause.
Una musica semplicissima enormemente evocativa.
Il testo di Goethe è il seguente:
Es war ein König in Thule,
Gar treu bis an das Grab,
Dem sterbend seine Buhle
Einen goldnen Becher gab.
Es ging ihm nichts darüber,
Er leert' ihn jeden Schmaus,
Die Augen gingen ihm über,
So oft er trank daraus.
Und als er kam zu sterben,
Zählt' er seine Städt' im Reich,
Gönnt' alles seinem Erben,
Den Becher nicht zugleich.
Er saß beim Königsmahle,
Die Ritter um ihn her,
Auf hohem Vätersaale,
Dort auf dem Schloß am Meer.
Dort stand der alte Zecher,
Trank letzte Lebensglut,
Und warf den heil'gen Becher
Hinunter in die Flut.
Er sah ihn stürzen, trinken
Und sinken tief ins Meer.
Die Augen täten ihm sinken
Trank nie einen Tropfen mehr.
Ovvero:
C’era un re in Thule,
fedele fino alla tomba,
morendo la sua amante
gli diede una coppa d’oro.
Nulla gli era più caro di quella,
ad ogni banchetto la vuotava,
gli occhi gli si riempivano di lacrime,
ogni volta che ci beveva.
E quando fu vicino a morire,
contò le sue città nel regno,
tutto lasciò al suo erede,
ma non la coppa.
Sedeva al banchetto reale,
i cavalieri attorno a lui,
nell’alta sala degli avi,
là nel castello sul mare.
Là stette il vecchio bevitore,
bevve l’ultimo ardore della vita,
e gettò la sacra coppagiù tra le onde.
La vide cadere, riempirsi
e sprofondare nel mare.
I suoi occhi si spensero
lui non bevve più un sorso.
Elena, tanti auguri per tutto quanto ti può capitare in futuro!
Ho scelto questa esecuzione con Elisabeth Söderström, grande soprano svedese recentemente purtroppo scomparsa, grande Melisande nel Pelleas di Debussy diretto da Boulez.
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