Sono andato all'ultimo concerto in Auditorium con una certa curiosità dal momento che il programma comprendeva il terzo concerto di Rachmaninov (1909)
e di Igor Stravinskij, lo Scherzo fantastico (1908) opera giovanile ma assai ardua scritta sotto il controllo del suo maestro Rimsky-Korsakov,
e Le sacre du printemps (1913)
Nel concerto di Rachmaninov il solista era il neanche ventunenne Luca Buratto, milanese, che ha affrontato la difficilissima parte solistica in modo deciso e senza timori venendone a capo in modo egregio ottimamente accompagnato dall'orchestra diretta da Jader Bignamini. Ottimo pianista Luca Buratto con una bella personalità e che fa un po' impressione con quell'aria da liceale. Non si deve però pensare che fosse inadeguato al concerto di Rachmaninov che è stato un cavallo di battaglia di tanti pianisti immensi e con tanta più esperienza di lui. Luca Buratto è stato del tutto convincete ed è stato giustamente salutato da un'ovazione.
Jader Bignamini nella seconda parte del concerto ha poi affrontato Stravinskij con grande leggerezza nello scherzo ispirato alla vita delle api e con grande decisione e senza timidezze nel Sacre.
A dire il vero avevo un po' di timori per il Sacre e mi chiedevo cosa potessi attendermi da un nuovo ascolto di quest'opera fondamentale dopo le decine e decine di esecuzioni sentite in tutti questi anni, tra le quali, dal vivo, quelle di Bruno Maderna, Pierre Boulez (a Milano e a Parigi) e Leonard Bernstein.
Invece l'esecuzione del Sacre è stata estremamente convincente perché da un lato è stata molto analitica e pulita senza che questa impostazione facesse diventare fredda e asettica la performance che anzi è risultata estremamente risoluta, fiammeggiante e barbarica. Alcuni passaggi sono stati fantastici come tutta la parte finale della prima e della seconda parte.
Orchestra in gran forma, ottimamente preparata e compatta in tutte le sezioni. Percussioni, ovviamente, sugli scudi con il ritorno alla piena efficienza, spero, dopo i malanni della scorsa stagione, della timpanista Viviana Mologni e con la prestazione superlativa di Ivan Fossati che ha lavorato la grancassa con la ferocia che le era dovuta.
Un'altra conferma, quindi, della bravura del direttore d'orchestra Jader Bignamini, già membro dell'orchestra Verdi con nel cassetto il sogno della direzione d'orchestra, che è uno dei più grandi e interessanti direttori d'orchestra della nuova generazione.
Sala gremita e pubblico giubilante.
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sabato 19 ottobre 2013
venerdì 22 febbraio 2013
Vivaldi vs Piazzolla
Ieri sera la violinista Natasha Korsakova con gli archi dell'orchestra Verdi diretti da Jader Bignamini hanno impaginato un concerto che in un certo senso è diventato un classico con l'esecuzione delle Quattro Stagioni (1723) di Antonio Lucio Vivaldi e le Quatro Estaciones Porteñas (1965/1970) di Astor Piazzolla.
Le stagioni sono state eseguite seguendone la contemporaneità. Quindi la primavera di Vivaldi è stata seguita dall'autunno argentino, ecc.
Le stagioni di Vivaldi, che appartengono alla sua opera 8, sono universalmente conosciute. Certamente si tratta di musica descrittiva, come molti altri concerti di Vivaldi, basata su sonetti di cui segue alla lettera il testo, però questa imitazione più che altro è suggerita, considerando anche gli scarsi mezzi a disposizione di Vivaldi. Può benissimo essere che il finale dell'Estate rappresenti un temporale estivo ma potrebbe essere tranquillamente visto come un semplice presto posto alla fine di un concerto; in altre parti invece si apprezza un reale intento descrittivo e narrativo. Tornando al descrittivo non credo che i pochi mezzi di Vivaldi siano una limitazione. Il temporale alla fine dell'Estate ha un impatto emotivamente tremendo, come l'avrà la tempesta della Pastorale di Beethoven, realmente terrificante nella semplicità dei mezzi impiegati, mentre invece le straussiane imitazioni della natura nella sua sinfonia delle Alpi scivoleranno via senza un fremito pur nel vuoto baccano dell'ipertrofica orchestra.
Le quattro stagioni di Piazzolla sono molto più urbane, riguardano Buenos Aires. Dopo la morte di Piazzolla sono stati riorchestrati per violino e archi dal compositore russo Leonid Desyatnikov con inserti dalle stagioni di Vivaldi (Autunno, Inverno, Primavera, Estate).
L'accostamento tra Vivaldi e Piazzolla è sicuramente ardito ma molto eccitante perché fa un certo effetto ascoltare la scatenata orchestra di Piazzolla, con i suoi giri di tango, pochi secondi dopo l'altrettanto scatenata orchestra di Vivaldi e qui si deve dire che gli archi dell'orchestra Verdi hanno dato una prova davvero ottima per compattezza, bellezza di suono e reattività (ci sarebbero in realtà anche molti altri aggettivi da utilizzare) sotto l'impeccabile direzione di Jader Bignamini che ha diretto tutto a memoria, come sempre, del resto.
Jader Bignamini si sta rivelando come una delle realtà più belle nel campo della direzione d'orchestra. Ha carisma, un bel gesto molto plastico, che rende l'idea del suono che l'orchestra produce, e concerta molto bene, in modo molto chiaro. Personalmente ne ho avuto sempre un'ottima impressione in tutte le occasioni in cui l'ho sentito.
Natasha Korsakova, pronipote del grande Nicolai Rimskij-Korsakov, è una gran violinista. Mancava da un po' in Auditorium e l'ho trovata in piena forma, a parte il fatto che è una bellissima donna e che il vestito di ieri sera, nero con vistoso spacco, la valorizzava in pieno. Ma, a parte questo, è veramente brava. Ha superato lo scoglio veramente impervio di Vivaldi con grande bravura, senza fare grandi invenzioni barocche, ma raccontando bene quanto accadeva, e in Piazzolla è stata sbarazzina e divertita al punto giusto. Mi piace molto questa violinista che suona con la giusta concentrazione ma anche divertendosi. Lo si vede dal suo volto molto spesso sorridente. Mi dicono inoltre che è pure molto simpatica di persona, qualità questa piuttosto rara tra i musicisti sempre e perennemente concentrati solo ed esclusivamente sulla propria arte e portatori spesso di una suscettibilità e di un narcisismo fastidioso ed eccessivo.
Belle esecuzioni, con due bis, Vivaldi e Bach, salutate da un Auditorium tutto esaurito (ma con qualche posto libero), e che sarà esaurito anche nelle due repliche, con un grandissimo successo e applausi a grandine. Ad essere obiettivi, un vero trionfo.
Le stagioni sono state eseguite seguendone la contemporaneità. Quindi la primavera di Vivaldi è stata seguita dall'autunno argentino, ecc.
Le stagioni di Vivaldi, che appartengono alla sua opera 8, sono universalmente conosciute. Certamente si tratta di musica descrittiva, come molti altri concerti di Vivaldi, basata su sonetti di cui segue alla lettera il testo, però questa imitazione più che altro è suggerita, considerando anche gli scarsi mezzi a disposizione di Vivaldi. Può benissimo essere che il finale dell'Estate rappresenti un temporale estivo ma potrebbe essere tranquillamente visto come un semplice presto posto alla fine di un concerto; in altre parti invece si apprezza un reale intento descrittivo e narrativo. Tornando al descrittivo non credo che i pochi mezzi di Vivaldi siano una limitazione. Il temporale alla fine dell'Estate ha un impatto emotivamente tremendo, come l'avrà la tempesta della Pastorale di Beethoven, realmente terrificante nella semplicità dei mezzi impiegati, mentre invece le straussiane imitazioni della natura nella sua sinfonia delle Alpi scivoleranno via senza un fremito pur nel vuoto baccano dell'ipertrofica orchestra.
Le quattro stagioni di Piazzolla sono molto più urbane, riguardano Buenos Aires. Dopo la morte di Piazzolla sono stati riorchestrati per violino e archi dal compositore russo Leonid Desyatnikov con inserti dalle stagioni di Vivaldi (Autunno, Inverno, Primavera, Estate).
L'accostamento tra Vivaldi e Piazzolla è sicuramente ardito ma molto eccitante perché fa un certo effetto ascoltare la scatenata orchestra di Piazzolla, con i suoi giri di tango, pochi secondi dopo l'altrettanto scatenata orchestra di Vivaldi e qui si deve dire che gli archi dell'orchestra Verdi hanno dato una prova davvero ottima per compattezza, bellezza di suono e reattività (ci sarebbero in realtà anche molti altri aggettivi da utilizzare) sotto l'impeccabile direzione di Jader Bignamini che ha diretto tutto a memoria, come sempre, del resto.
Jader Bignamini si sta rivelando come una delle realtà più belle nel campo della direzione d'orchestra. Ha carisma, un bel gesto molto plastico, che rende l'idea del suono che l'orchestra produce, e concerta molto bene, in modo molto chiaro. Personalmente ne ho avuto sempre un'ottima impressione in tutte le occasioni in cui l'ho sentito.
Natasha Korsakova, pronipote del grande Nicolai Rimskij-Korsakov, è una gran violinista. Mancava da un po' in Auditorium e l'ho trovata in piena forma, a parte il fatto che è una bellissima donna e che il vestito di ieri sera, nero con vistoso spacco, la valorizzava in pieno. Ma, a parte questo, è veramente brava. Ha superato lo scoglio veramente impervio di Vivaldi con grande bravura, senza fare grandi invenzioni barocche, ma raccontando bene quanto accadeva, e in Piazzolla è stata sbarazzina e divertita al punto giusto. Mi piace molto questa violinista che suona con la giusta concentrazione ma anche divertendosi. Lo si vede dal suo volto molto spesso sorridente. Mi dicono inoltre che è pure molto simpatica di persona, qualità questa piuttosto rara tra i musicisti sempre e perennemente concentrati solo ed esclusivamente sulla propria arte e portatori spesso di una suscettibilità e di un narcisismo fastidioso ed eccessivo.
Belle esecuzioni, con due bis, Vivaldi e Bach, salutate da un Auditorium tutto esaurito (ma con qualche posto libero), e che sarà esaurito anche nelle due repliche, con un grandissimo successo e applausi a grandine. Ad essere obiettivi, un vero trionfo.
venerdì 25 gennaio 2013
Due giovani compositori
Ieri sera nel concerto in Auditorium ulteriore cambio di direttore. Al posto del previsto Otto Tausk è salito sul podio Jader Bignamini che aveva già diretto in questa stagione.
Il programma prevedeva l'esecuzione del primo concerto di Brahms e della quinta sinfonia di Mendelssohn, quindi di due composizioni giovanili per i due autori
Il primo concerto per pianoforte e orchestra op. 15 di Brahms ebbe una genesi piuttosto complicata. Infatti nasce nel 1854, Brahms aveva 21 anni, come sonata per due pianoforti ma Brahms ben presto si convinse che quella composizione richiedesse qualcosa di più di due pianoforti. Quindi strumentò per orchestra il primo movimento pensando ad una sinfonia e abbozzando altri due tempi. Poi, tra il 1855 e il 1856 ristrumentò per pianoforte e orchestra il primo tempo e a ottobre del 1856 il concerto era finito. Il primo movimento corrispondeva al primo movimento della sonata mentre il secondo e il terzo erano nuovi. Il secondo movimento probabilmente derivava da un brano di una messa non pubblicata mentre il secondo tempo originale della sonata fu riutilizzato in seguito nel requiem tedesco. Il concerto subì successivamente alcune rielaborazioni finché arrivò alla sua forma definitiva nel 1859 quando fu eseguito ad Hannover il 22 gennaio. Il concerto non ebbe un grandissimo successo ed entrò in repertorio veramente alla fine del secolo sulla scia del successo del secondo concerto.
Questa, per sommi capi, la genesi complessa di quest'opera molto seriosa, monumentale, una composizione che sta tra la sinfonia con pianoforte e il concerto-sinfonia e che pone un problema che troverà la sua soluzione diversi anni dopo nel secondo concerto, il più difficile e problematico di tutti i concerti per pianoforte e orchestra.
Ieri sera suonava Roberto Prosseda, gran mendelssohniano (sarebbe stato bello ascoltarlo nel primo concerto di Mendellsohn, grandissimo capolavoro purtroppo non frequentemente eseguito) che ha suonato bene anche se non in modo grandioso o monumentale dando dell'opera una visione più contenuta e intima. In questo è stato ben accompagnato dall'orchestra diretta da Jader Bignamini che ha tenuto l'orchestra su livelli sonori non eccessivi anche se questo atteggiamento ha penalizzato un po' certi momenti, ad esempio il terribile esordio del concerto. Bel bis con uno dei Lied ohne Worte di Mendelssohn, op. 30. n. 6 che è stato presentato da Prosseda come brahmsiano cosa che si poteva verificare in un certo modo di accompagnare la melodia e nel trillo che ricordava quello che spesso si sentiva nel concerto, anche se in tema di trillo, si dovrebbe arretrare ancora un po' fino a Beethoven per riscoprire il valore assolutamente strutturale del trillo nelle ultime sonate per pianoforte. Gran successo personale per Roberto Prosseda.
Nella seconda parte del concerto si è passati a Mendelssohn e alla sinfonia n. 5 op. 107, La Riforma. In realtà si tratta della seconda sinfonia che Mendelssohn scrisse tra il 1829 e il 1830, a 20 anni circa, per celebrare il trecentesimo anniversario della confessione protestante della città di Augusta ma l'opera in realtà fu eseguita per la prima volta a Berlino il 15 novembre 1832. Pare che allo stesso Mendelssohn questa sinfonia non piacesse molto, così se la tenne nel cassetto e fu pubblicata solo dopo la sua morte. Personalmente questa sinfonia non mi piace molto ed in generale trovo curioso, e un po' sospetto, il fatto che Mendelssohn, per scrivere le sue sinfonie, a parte la prima, sia sempre ricorso a suggestioni esterne, come nella sinfonia Italiana o Scozzese, dove perviene a risultati molto suggestivi e anche di alta poesia, o ad eventi particolari, come per la Lobgesang, per celebrare l'invenzione della stampa, o in questa Riforma, che trovo entrambe piuttosto indigeste, soprattutto la Lobgesang. La Riforma, alla fin fine, secondo me si salva per i due movimenti centrali, soprattutto per il secondo movimento, assolutamente delizioso e che ieri sera è stato splendidamente eseguito (magnifica la coppia degli oboi). Trovo invece gli altri due movimenti, soprattutto il finale, a parte alcuni momenti felici, un po' bombastici ed esperiori: li ascolto ma non mi dicono praticamente nulla.
Detto questo l'esecuzione è stata molto bella, ben concertata da Bignamini e ben suonata dall'orchestra con momenti di eccelso livello come tutto il secondo movimento, il terzo movimento, o l'amen di Dresda nel primo movimento suonato splendidamente dai primi violini, tutto l'esordio del finale.
Pubblico piuttosto numeroso e gran successo per tutti.
Speriamo che la tendenza alla crescita del pubblico prosegua ma si profila all'orizzonte il possibile e probabile cambio dei giorni dei concerti passando dai tre attuali, giovedì, venerdì e domenica, passando a due, la domenica sempre e come secondo giorno il venerdì, il sabato o il lunedì. Da quello che ho sentito, parlando con alcune persone, c'è un certo malumore per cui non vorrei che questa scelta, giustificata dal fatto che il giovedì c'è meno pubblico, si riveli un boomerang con perdita di abbonati se non addirittura di soci. Personalmente la domenica non vado e per vari motivi tra il venerdì, il sabato e il lunedì preferirei il venerdì ma con molte criticità, per cui per la prossima stagione vedrò quando e quanto frequenterò ancora l'Auditorium.
domenica 4 novembre 2012
Giuseppe Verdi, un grande amico
L'ottavo concerto della stagione dell'orchestra Verdi ha visto ancora una volta sul podio Jader Bignamini che ha sostituito la Xian Zhang da poco nuovamente mamma.
Programma tutto verdiano con il quartetto eseguito per orchestra d'archi e i quattro pezzi sacri.
Il quartetto fu scritto nel marzo 1873 a Napoli, dove Verdi si trovava per una rappresentazione di Aida, nei momenti d'ozio ed è un caso unico nella produzione verdiana. Non so se Verdi avesse intenti polemici nei confronti di chi sosteneva la superiorità della musica strumentale di area tedesca dimostrando di essere capace di scrivere un quartetto. In ogni caso si cimentò con questa forma che è di certo la più difficile. Se non hai nulla da dire e scrivi un quartetto se ne accorge chiunque mentre se scrivi per orchestra, con i colori e i timbri, puoi confondere le acque. Verdi, peraltro, scrivendo il quartetto, rimase fedele al suo stile che è sempre riconoscibile e diede una dimostrazione in più della sua grande bravura nella scrittura per gli archi. Come dimenticare la poesia, di un vero poeta, del preludio della Traviata o di certe parti di Aida, di Otello, ecc. ecc. e il finale è una fuga ben scritta, ma del resto Verdi non concluderà la propria carriera di operista con la fuga finale del Falstaff?
Nella seconda parte del concerto sono stati eseguiti i quattro pezzi sacri, due a cappella, l'Ave Maria, su scala enigmatica, e le Laudi della Vergine, da Dante, e due con orchestra, lo Stabat Mater e il Te Deum. Ancora una volta sono rimasto profondamente impressionato ed anche molto scosso da questa musica così forte. Mi veniva da paragonare, in particolare, il Te Deum di Bruckner con quello di Verdi e nello specifico nelle loro sezioni finali, in te Domine speravi. In Bruckner si sente che ci crede veramente e che quella speranza, pur essendo una speranza, è una speranza che volge verso la certezza. In Verdi è una speranza, un auspicio che si spegne in un pianissimo pieno d'angoscia tanto più drammatico dal momento che viene raggiunto dopo un fortissimo carico di vera speranza che non riesce a diventare una certezza; un brano grandissimo di un Verdi umanissimo che mi si è messo vicino come un compagno di viaggio o un amico con il quale ho percorso tanta strada insieme. Ne sono uscito veramente molto colpito. (Leggendo una recensione del concerto di martedì scorso di Claudio Abbado che ha eseguito la VI di Mahler ho letto che quella è musica che non si può eseguire in modo convincente se si è privi di un'esperienza di vita fatta anche di profonda sofferenza interiore. Mi permetto di non condividere quell'opinione. Per me questo Verdi è un'opera e una musica che parla veramente di sgomento e di sofferenza interiore, la sesta sinfonia di Mahler è tutta troppo esposta, tutta o quasi tutta troppo gridata, fatta di gesti plateali, di grandi proclami esteriori. Che poi possa anche colpire non lo nego ma non appartiene al mio gusto.)
Le esecuzioni date da Jader Bignamini sono state ottime; oltretutto ha diretto sempre a memoria, dimostrando una grande conoscenza di queste musiche. Nel quartetto grande resa degli archi con momenti veramente belli, come il trio dello scherzo dove i violoncelli hanno cantato la loro bella melodia con un'intensità ma nello stesso una moderazione assolutamente grande. Coro grandissimo e un plauso deve essere elevato ad Erina Gamberini che dopo la morte di Romano Gandolfi ha saputo conservare quel suono, quel timbro così verdiano, così caratteristico che mi veniva ancora in mente ricordando antichi Requiem verdiani diretti da Abbado negli anni '70 quando alla Scala c'era appunto Romano Gandolfi.
Grande prestazione dell'orchestra, impeccabile e grande Jader Bignamini che mi pare stia maturando un'arte direttoriale di assoluto rilievo.
Un bellissimo concerto con poco pubblico (domenica), purtroppo.
venerdì 21 settembre 2012
Spagna
Il secondo concerto della stagione della Verdi, diretto ancora da Jader Bignamini in sostituzione della neo mamma Zhang Xian, è stato dedicato a musiche che in qualche modo fanno riferimento alla Spagna.
La Spagna, con l'Inghilterra, ha avuto uno strano destino musicale. Dopo aver epresso grandi musicisti e grande musica fino al '500 e in parte nel '600, scompare nel '700, nonostante la presenza di Domenico Scarlatti prima (Sonata K 380) e Luigi Boccherini poi (Quintettino con la famosa Musica notturna per le strade di Madrid utilizzata da Luciano Berio per farne un gran brano e il Passa Calle utilizzato anche nel film Master and Commander, oppure il Fandango da un quintetto per chitarra con tanto di nacchere) e nell'800 le cose non vanno tanto meglio nel senso che solo verso la fine del secolo la Spagna comincia ad esprimere dei compositori propri.
Nell'800 però si risveglia l'interesse per la Spagna inteso come paese esotico con i suoi colori e le sue danze.
Glinka girando per l'Europa arriva anche in Spagna e ne resta affascinato tanto da scrivere anche delle belle musiche coma la Jota aragonese.
Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov nel periodo attorno al 1888 scrive tre brani orchestrali. Il primo è il Capriccio spagnolo Op. 34 a cui seguirà Sheherazade, Op. 35 e la Grande Pasqua russa Op. 36, tre brani clamorosi dal punto di vista della fantasia fonica che si trasforma in arte della strumentazione. Ieri sera è stato eseguito il Capriccio spagnolo che a me è sempre piaciuto. Sarà forse un po' kitsch ma è un capolavoro rispetto a idiozie musicali tipo il Capriccio italiano di Ciaikovskij. L'esecuzione a me personalmente è piaciuta molto, condotta a un tempo piuttosto moderato che era molto adatto, ad esempio, al secondo episodio, le Variazioni. Successivamente in alcuni momenti il tempo poteva essere leggermente più mosso ma la chiusa finale è stata assolutamente travolgente. Brave tutte le prime parti che sono chiamate ad uscire allo scoperto, soprattutto il clarinetto e il corno, quel corno con quel timbro che arriverà fino a Stravinskij.
Il secondo brano era la Symphonie espagnole Op. 21 di Edouard Lalo, francese di Lilla, scritta per il grande violinista Pablo Martín Melitón de Sarasate y Nevascués che era compositore lui stesso di piacevoli e divertenti musiche per violino come questa Fantasia sulla Carmen, un po' folle a dire il vero, o la Zigeunerweisen eseguita qui dal grandissimo Ion Voicu. Strana composizione in 5 movimenti che non è né un concerto per violino né una sinfonia vera e propria. Anche ieri sera, come era successo qualche anno fa quando lo stesso brano era stato eseguito da Natasha Korsakova (pronipote del grande Rimsky-Korsakov), è stato saltato il terzo movimento, l'Intermezzo, e non ne capisco il motivo. Forse riducendo il brano a quattro movimenti gli si vuole dare una forma da sinfonia tradizionale; è un peccato perchè il terzo tempo è pure bello, o meglio è in linea con l'intera sinfonia che non è che sia un gran capolavoro. Suonava la violinista nippo-canadese Karen Gomyo, accompagnata con garbo dall'orchestra. Trentenne e piuttosto carina (sono tutte da carine a molto molto carine le violiniste?), non ha un gran suono (scompariva un po' in certi momenti) ma suona bene in modo elegante e raffinato, forse un po' leziosetto e civettuolo ma tutto sommato apprezzabile. Vedo che suona un po' di tutto, da Beethoven a Mozart a Bach a Piazzolla. Mi piacerebbe sentirla anche in autori più impegnativi (sarei molto curioso di sentirla in Bach) visto che i due bis di Piazzolla erano belli e raffinati ma non erano certo dei capricci di Paganini.
Nella seconda parte del concerto è arrivato Manuel de Falla y Matheu, spagnolo di Cadiz con la seconda suite da El Sombrero de tres picos. Mi sarebbe piaciuto ascoltare anche la prima suite che contiene il brano che amo di più, ovvero la Danza de la molinera (consiglio vivamente l'incisione discografica di Carlo Maria Giulini con la Philharmonia orchestra, assolutamente favolosa) e non avrebbe allungato troppo il concerto. Bella la direzione di Bignamini ad esempio nel finale che facilmente può diventare confuso dove invece il lavoro di concertazione ha messo in bella evidenza, ad esempio, certe entrate dei fiati.
Per finire il famosissimo Bolero di Ravel del 1928. Nel programma di sala si mette giustamente in evidenza la struttura del tutto logica e ferrea del brano. Si tratta di due temi di 18 battute ciascuno (le classiche 16 più due di pausa). Ogni tema viene ripetuto 9 volte per un totale di 18 ripetizioni. Il due temi sono esposti con una sequenza assolutamente rigida: due volte il primo seguito dal secondo due volte e così per 4 volte per un totale di 16 volte e a seguire l'ultima ripetizione del primo tema seguito immediatamente dal secondo, arrivando così a 18, seguito poi dalla coda che per un momento modula a mi maggiore per tornare immediatamente al do di base. Attraverso queste ripetizioni e le mutazioni della strumentazione Ravel scrive uno straordinario brano musicale che è la vivente realizzazione della sua strepitosa fantasia musicale come quando aveva strumentato i Quadri da un'esposizione: bisogna avere una immaginazione per i suoni veramente strepitosa per pensare a quei timbri come in Gnomus, ad esempio. Quindi il Bolero di Ravel dovrebbe essere ascoltato, per me, non tanto come una dimostrazione della maestria di strumentatore ma soprattutto come un brano di fantasia musicale che si realizza attraverso gli strumenti musicali sviluppandosi da un piccolo nucleo minimo fino alla drammatica conclusione. Molto bella l'esecuzione di ieri sera con begli interventi di tutti i solisti: a parte il grande Ivan Fossati al tamburo davanti al direttore, un vero eroe, cito solo quello clamoroso del trombone di Giuliano Rizzotto, all'undicesima entrata, mi pare, da mozzafiato. Grande Bignamini, che ha diretto con una grande tenuta su tutto il pezzo dall'inizio alla fine senza cedimenti.
Rispetto ad atre occasioni in cui avevo visto ed ascoltato Jader Bignamini mi pare che il gesto sia diventato più espressivo e che, nelle pieghe del discorso musicale, sappia trovare quei chiaroscuri che rendono interessante un'esecuzione; inoltre mi pare abbia un ottimo rapporto con l'orchestra e che sappia farla suonare. Ci sono direttori che, pur bravi, hanno poco suono (ne ho sentiti diversi in Auditorium); non è certo il caso di Bignamini che di suono ne ha, talvolta, fin troppo ma in quest'ultimo concerto ha saputo controllare molto bene le sonorità che non sono mai diventate eccessive mantenendo un ottimo equilibrio tra le sezioni.
Buon pubblico e grandi applausi per tutti in tutti i brani.
Nel prossimo concerto ci trasferiremo nella buia Unione Sovietica di Stalin. Sono già angosciato.
La Spagna, con l'Inghilterra, ha avuto uno strano destino musicale. Dopo aver epresso grandi musicisti e grande musica fino al '500 e in parte nel '600, scompare nel '700, nonostante la presenza di Domenico Scarlatti prima (Sonata K 380) e Luigi Boccherini poi (Quintettino con la famosa Musica notturna per le strade di Madrid utilizzata da Luciano Berio per farne un gran brano e il Passa Calle utilizzato anche nel film Master and Commander, oppure il Fandango da un quintetto per chitarra con tanto di nacchere) e nell'800 le cose non vanno tanto meglio nel senso che solo verso la fine del secolo la Spagna comincia ad esprimere dei compositori propri.
Nell'800 però si risveglia l'interesse per la Spagna inteso come paese esotico con i suoi colori e le sue danze.
Glinka girando per l'Europa arriva anche in Spagna e ne resta affascinato tanto da scrivere anche delle belle musiche coma la Jota aragonese.
Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov nel periodo attorno al 1888 scrive tre brani orchestrali. Il primo è il Capriccio spagnolo Op. 34 a cui seguirà Sheherazade, Op. 35 e la Grande Pasqua russa Op. 36, tre brani clamorosi dal punto di vista della fantasia fonica che si trasforma in arte della strumentazione. Ieri sera è stato eseguito il Capriccio spagnolo che a me è sempre piaciuto. Sarà forse un po' kitsch ma è un capolavoro rispetto a idiozie musicali tipo il Capriccio italiano di Ciaikovskij. L'esecuzione a me personalmente è piaciuta molto, condotta a un tempo piuttosto moderato che era molto adatto, ad esempio, al secondo episodio, le Variazioni. Successivamente in alcuni momenti il tempo poteva essere leggermente più mosso ma la chiusa finale è stata assolutamente travolgente. Brave tutte le prime parti che sono chiamate ad uscire allo scoperto, soprattutto il clarinetto e il corno, quel corno con quel timbro che arriverà fino a Stravinskij.
Il secondo brano era la Symphonie espagnole Op. 21 di Edouard Lalo, francese di Lilla, scritta per il grande violinista Pablo Martín Melitón de Sarasate y Nevascués che era compositore lui stesso di piacevoli e divertenti musiche per violino come questa Fantasia sulla Carmen, un po' folle a dire il vero, o la Zigeunerweisen eseguita qui dal grandissimo Ion Voicu. Strana composizione in 5 movimenti che non è né un concerto per violino né una sinfonia vera e propria. Anche ieri sera, come era successo qualche anno fa quando lo stesso brano era stato eseguito da Natasha Korsakova (pronipote del grande Rimsky-Korsakov), è stato saltato il terzo movimento, l'Intermezzo, e non ne capisco il motivo. Forse riducendo il brano a quattro movimenti gli si vuole dare una forma da sinfonia tradizionale; è un peccato perchè il terzo tempo è pure bello, o meglio è in linea con l'intera sinfonia che non è che sia un gran capolavoro. Suonava la violinista nippo-canadese Karen Gomyo, accompagnata con garbo dall'orchestra. Trentenne e piuttosto carina (sono tutte da carine a molto molto carine le violiniste?), non ha un gran suono (scompariva un po' in certi momenti) ma suona bene in modo elegante e raffinato, forse un po' leziosetto e civettuolo ma tutto sommato apprezzabile. Vedo che suona un po' di tutto, da Beethoven a Mozart a Bach a Piazzolla. Mi piacerebbe sentirla anche in autori più impegnativi (sarei molto curioso di sentirla in Bach) visto che i due bis di Piazzolla erano belli e raffinati ma non erano certo dei capricci di Paganini.
Nella seconda parte del concerto è arrivato Manuel de Falla y Matheu, spagnolo di Cadiz con la seconda suite da El Sombrero de tres picos. Mi sarebbe piaciuto ascoltare anche la prima suite che contiene il brano che amo di più, ovvero la Danza de la molinera (consiglio vivamente l'incisione discografica di Carlo Maria Giulini con la Philharmonia orchestra, assolutamente favolosa) e non avrebbe allungato troppo il concerto. Bella la direzione di Bignamini ad esempio nel finale che facilmente può diventare confuso dove invece il lavoro di concertazione ha messo in bella evidenza, ad esempio, certe entrate dei fiati.
Per finire il famosissimo Bolero di Ravel del 1928. Nel programma di sala si mette giustamente in evidenza la struttura del tutto logica e ferrea del brano. Si tratta di due temi di 18 battute ciascuno (le classiche 16 più due di pausa). Ogni tema viene ripetuto 9 volte per un totale di 18 ripetizioni. Il due temi sono esposti con una sequenza assolutamente rigida: due volte il primo seguito dal secondo due volte e così per 4 volte per un totale di 16 volte e a seguire l'ultima ripetizione del primo tema seguito immediatamente dal secondo, arrivando così a 18, seguito poi dalla coda che per un momento modula a mi maggiore per tornare immediatamente al do di base. Attraverso queste ripetizioni e le mutazioni della strumentazione Ravel scrive uno straordinario brano musicale che è la vivente realizzazione della sua strepitosa fantasia musicale come quando aveva strumentato i Quadri da un'esposizione: bisogna avere una immaginazione per i suoni veramente strepitosa per pensare a quei timbri come in Gnomus, ad esempio. Quindi il Bolero di Ravel dovrebbe essere ascoltato, per me, non tanto come una dimostrazione della maestria di strumentatore ma soprattutto come un brano di fantasia musicale che si realizza attraverso gli strumenti musicali sviluppandosi da un piccolo nucleo minimo fino alla drammatica conclusione. Molto bella l'esecuzione di ieri sera con begli interventi di tutti i solisti: a parte il grande Ivan Fossati al tamburo davanti al direttore, un vero eroe, cito solo quello clamoroso del trombone di Giuliano Rizzotto, all'undicesima entrata, mi pare, da mozzafiato. Grande Bignamini, che ha diretto con una grande tenuta su tutto il pezzo dall'inizio alla fine senza cedimenti.
Rispetto ad atre occasioni in cui avevo visto ed ascoltato Jader Bignamini mi pare che il gesto sia diventato più espressivo e che, nelle pieghe del discorso musicale, sappia trovare quei chiaroscuri che rendono interessante un'esecuzione; inoltre mi pare abbia un ottimo rapporto con l'orchestra e che sappia farla suonare. Ci sono direttori che, pur bravi, hanno poco suono (ne ho sentiti diversi in Auditorium); non è certo il caso di Bignamini che di suono ne ha, talvolta, fin troppo ma in quest'ultimo concerto ha saputo controllare molto bene le sonorità che non sono mai diventate eccessive mantenendo un ottimo equilibrio tra le sezioni.
Buon pubblico e grandi applausi per tutti in tutti i brani.
Nel prossimo concerto ci trasferiremo nella buia Unione Sovietica di Stalin. Sono già angosciato.
venerdì 14 settembre 2012
Ancora Russia
Il primo concerto della XX stagione dell'orchestra Verdi doveva essere diretto dal suo direttore musicale Zhang Xian che aveva diretto domenica il concerto inaugurale che per tradizione si tiene alla Scala. La Zhang Xian, come si era visto in modo evidente, si trovava in uno stato più che interessante, come si usava dire una volta per non dire che era incinta al settimo mese, come era peraltro accaduto nel primo concerto che la stessa aveva diretto alcuni anni fa in Auditorium. Il lieto evento era atteso per i primi di novembre. L'altra volta il parto era avvenuto a scadenza regolare negli Stati Uniti. Questa volta, invece, il piccolo Riccardo ha voluto essere milanese e così ha pensato bene di nascere mercoledì mattina all'alba, a casa, ed accolto poi dalle rassicuranti strutture sanitarie della clinica Mangiagalli.
Ovviamente auguro al piccino di vivere abbastanza a lungo per riuscire a vedere il XXII secolo, migliore di questo, e gli auguro che per quel tempo che io non vedrò ci siano ancora gli orsi polari e che la Terra non vada in riserva a settembre.
Per quanto riguarda la Zhang Xian spero che ora si riposi un po' e non sia presa dalla tentazione di risalire sul podio tra un paio di settimane. D'accordo che è tosta ma è pur sempre una donna che ha partorito un figlio!
Stante questa situazione voluta dalle divinità ctonie, sul podio è stato chiamato Jader Bignamini, protetto dalla dea glaucopide Atena e da Artemide dalla bionda conocchia.
Era già successo una volta l'anno scorso ma in un intervallo tra la prima e la seconda parte a causa di un lieve malore della Zhang Xian (la seconda parte era una robetta da nulla, la V sinfonia di Mahler).
Questa volta invece si è assunto l'onere di tutto il concerto dedicato a musiche russe.
Si è partiti con colui che a ragione si può considerare a ragione il papà della musica russa, ovvero Michail Ivanovic Glinka di cui è stata eseguita l'ouverture dall'opera fiabesca Ruslan e Ludmila. L'ouverture è un brano turbinoso che richiede un notevole virtuosismo da parte di tutta l'orchestra, in particolar modo dagli archi. L'esecuzione è stata bella e tenuta ad un tempo giusto, più vicini a quanto fa ad esempio Gergiev (che dirige con lo stuzzicadenti) che non Mravinsky, che tiene un tempo quasi insostenibile per qualsiasi orchestra che non fosse la Filarmonica di Leningrado dei suoi tempi, ovvero la più grande orchestra del pianeta.
A questo inizio spumeggiante sono seguiti due brani di Sergei Prokofiev, ovvero il secondo concerto per violino. op. 63 e una suite dal balletto Romeo e Giulietta, op. 64. Come si vede dalla numerazione si tratta di due composizioni contemporanee composte nel 1935 nel momento in cui Prokofiev ritorna nell'Unione Sovietica, con un tempismo veramente micidiale per godere di uno dei momenti più cupi della storia di quel paese. Non era facile scrivere musica dovendo convivere con i dettami di quel regime ma Prokofiev, che possedeva una certa facilità melodica, riuscì a confezionare due opere che senza essere assolutamente moderniste non erano nemmeno retrogade. In effetti queste musiche sono un po' senza tempo e meravigliose proprio per questa loro ambiguità.
Il secondo concerto è molto lirico e privo di grandi contrasti ma con dei risvolti oscuri e inquietanti da non trascurare, come nel primo tempo e nel finale del terzo. Splendido il secondo movimento con una bellissima melodia del violino che viene ripetuta tre volte, la seconda sugli arpeggi dei violoncelli e la terza con un bellissimo dialogo tra solista e primi violini per chiudersi poi tra fremiti e brividi. Personalmente ho sempre preferito il primo concerto, op. 19, per un certo tono sarcastico ed astratto che quello possiede, ed in genere preferisco il primo Prokofiev (tipo il balletto Il Buffone) però l'esecuzione di ieri sera è stata veramente splendida grazie alla giovane violinista Francesca Dego ottimamente assecondata dall'orchestra. Non si possono rendere con le parole le sensazioni che vengono date da un'esecuzione perchè sono troppo i particolari anche minimi di cui si compone. Potrei dire che bastava ascoltare come la Dego ha proposto la prima frase del violino nel primo movimento per capire con quanta sensibilità suonasse. Tutto il secondo tempo è stato splendido e l'orchestra, ottimamente diretta, ha dialogato benissimo con lei. Concerto difficile, con un sacco di note da suonare. Grande prova di una Dego che ho trovata molto maturata artisticamente. Bis paganiniano seguito da un altro bis suonato in coppia con il primo violino dell'orchestra, Luca Santaniello, ovvero il primo tempo della sonata per due violini dello stesso Prokofiev.
Nell'ultima parte è stata proposta una scelta di brani dalle suite predisposte da Prokofiev da Romeo e Giulietta.
Prokofiev predispose due suite orchestrali, op. 64 bis e ter e successivamente un'ulteriore suite, op. 101; nel frattempo aveva pubblicato una suite di dieci pezzi per pianoforte, op. 75.
In nessuna di queste suite Prokofiev costruisce una sequenza che abbia una qualche attinenza con lo svolgimento dell'azione. I direttori d'orchestra raramente eseguono una suite intera preferendo scegliere qua e là per costruire una propria trama. Il giovane Abbado, ad esempio, negli anni '60 incise con la London Symphony una suite (molto eccitante) che partiva, come nell'esecuzione di ieri sera, con i Montecchi e Capuleti e si concludeva con la Morte di Tebaldo che eseguì, tra l'altro, nel primo concerto che in assoluto ascoltai alla Scala. La scelta dei pezzi intermedi però era del tutto diversa. L'Abbado degli anni berlinesi invece ha fatto una nuova incisione discografica con una scelta di brani tali da riprodurre l'azione del balletto, fino a Romeo sulla tomba di Giulietta seguendo con maggiore ampiezza quanto aveva fatto negli anni '50 Dmitri Mitropoulos che a capo della New York Philharmonic consegnò al disco quella che, secondo me, è la più grande esecuzione di quelle musiche (infiniti i dettagli, basterebbe il sax della ripresa dei Montecchi e Capuleti). Tra le edizioni complete amo molto quella diretta da Valery Gergiev.
L'esecuzione di Jader Bignamini è stata molto sostenuta ed anche energica, dove serviva, ma anche delicata nel ritratto della giovane Giulietta, ad esempio.
Bella esecuzione salutata da grandi applausi da un pubblico abbastanza folto.
Ovviamente auguro al piccino di vivere abbastanza a lungo per riuscire a vedere il XXII secolo, migliore di questo, e gli auguro che per quel tempo che io non vedrò ci siano ancora gli orsi polari e che la Terra non vada in riserva a settembre.
Per quanto riguarda la Zhang Xian spero che ora si riposi un po' e non sia presa dalla tentazione di risalire sul podio tra un paio di settimane. D'accordo che è tosta ma è pur sempre una donna che ha partorito un figlio!
Stante questa situazione voluta dalle divinità ctonie, sul podio è stato chiamato Jader Bignamini, protetto dalla dea glaucopide Atena e da Artemide dalla bionda conocchia.
Era già successo una volta l'anno scorso ma in un intervallo tra la prima e la seconda parte a causa di un lieve malore della Zhang Xian (la seconda parte era una robetta da nulla, la V sinfonia di Mahler).Questa volta invece si è assunto l'onere di tutto il concerto dedicato a musiche russe.
Si è partiti con colui che a ragione si può considerare a ragione il papà della musica russa, ovvero Michail Ivanovic Glinka di cui è stata eseguita l'ouverture dall'opera fiabesca Ruslan e Ludmila. L'ouverture è un brano turbinoso che richiede un notevole virtuosismo da parte di tutta l'orchestra, in particolar modo dagli archi. L'esecuzione è stata bella e tenuta ad un tempo giusto, più vicini a quanto fa ad esempio Gergiev (che dirige con lo stuzzicadenti) che non Mravinsky, che tiene un tempo quasi insostenibile per qualsiasi orchestra che non fosse la Filarmonica di Leningrado dei suoi tempi, ovvero la più grande orchestra del pianeta.
A questo inizio spumeggiante sono seguiti due brani di Sergei Prokofiev, ovvero il secondo concerto per violino. op. 63 e una suite dal balletto Romeo e Giulietta, op. 64. Come si vede dalla numerazione si tratta di due composizioni contemporanee composte nel 1935 nel momento in cui Prokofiev ritorna nell'Unione Sovietica, con un tempismo veramente micidiale per godere di uno dei momenti più cupi della storia di quel paese. Non era facile scrivere musica dovendo convivere con i dettami di quel regime ma Prokofiev, che possedeva una certa facilità melodica, riuscì a confezionare due opere che senza essere assolutamente moderniste non erano nemmeno retrogade. In effetti queste musiche sono un po' senza tempo e meravigliose proprio per questa loro ambiguità.
Il secondo concerto è molto lirico e privo di grandi contrasti ma con dei risvolti oscuri e inquietanti da non trascurare, come nel primo tempo e nel finale del terzo. Splendido il secondo movimento con una bellissima melodia del violino che viene ripetuta tre volte, la seconda sugli arpeggi dei violoncelli e la terza con un bellissimo dialogo tra solista e primi violini per chiudersi poi tra fremiti e brividi. Personalmente ho sempre preferito il primo concerto, op. 19, per un certo tono sarcastico ed astratto che quello possiede, ed in genere preferisco il primo Prokofiev (tipo il balletto Il Buffone) però l'esecuzione di ieri sera è stata veramente splendida grazie alla giovane violinista Francesca Dego ottimamente assecondata dall'orchestra. Non si possono rendere con le parole le sensazioni che vengono date da un'esecuzione perchè sono troppo i particolari anche minimi di cui si compone. Potrei dire che bastava ascoltare come la Dego ha proposto la prima frase del violino nel primo movimento per capire con quanta sensibilità suonasse. Tutto il secondo tempo è stato splendido e l'orchestra, ottimamente diretta, ha dialogato benissimo con lei. Concerto difficile, con un sacco di note da suonare. Grande prova di una Dego che ho trovata molto maturata artisticamente. Bis paganiniano seguito da un altro bis suonato in coppia con il primo violino dell'orchestra, Luca Santaniello, ovvero il primo tempo della sonata per due violini dello stesso Prokofiev.Nell'ultima parte è stata proposta una scelta di brani dalle suite predisposte da Prokofiev da Romeo e Giulietta.
Prokofiev predispose due suite orchestrali, op. 64 bis e ter e successivamente un'ulteriore suite, op. 101; nel frattempo aveva pubblicato una suite di dieci pezzi per pianoforte, op. 75.
In nessuna di queste suite Prokofiev costruisce una sequenza che abbia una qualche attinenza con lo svolgimento dell'azione. I direttori d'orchestra raramente eseguono una suite intera preferendo scegliere qua e là per costruire una propria trama. Il giovane Abbado, ad esempio, negli anni '60 incise con la London Symphony una suite (molto eccitante) che partiva, come nell'esecuzione di ieri sera, con i Montecchi e Capuleti e si concludeva con la Morte di Tebaldo che eseguì, tra l'altro, nel primo concerto che in assoluto ascoltai alla Scala. La scelta dei pezzi intermedi però era del tutto diversa. L'Abbado degli anni berlinesi invece ha fatto una nuova incisione discografica con una scelta di brani tali da riprodurre l'azione del balletto, fino a Romeo sulla tomba di Giulietta seguendo con maggiore ampiezza quanto aveva fatto negli anni '50 Dmitri Mitropoulos che a capo della New York Philharmonic consegnò al disco quella che, secondo me, è la più grande esecuzione di quelle musiche (infiniti i dettagli, basterebbe il sax della ripresa dei Montecchi e Capuleti). Tra le edizioni complete amo molto quella diretta da Valery Gergiev.
L'esecuzione di Jader Bignamini è stata molto sostenuta ed anche energica, dove serviva, ma anche delicata nel ritratto della giovane Giulietta, ad esempio.
Bella esecuzione salutata da grandi applausi da un pubblico abbastanza folto.
giovedì 24 maggio 2012
Concerto in memoria di Falcone e Borsellino
Stasera un bel concerto in Auditorium in ricordo di Falcone e Borsellino diretto da Jader Bignamini.
Per l'occasione è stato eseguito l'oratorio laico Trogos per voci, coro e orchestra di Matteo d'Amico basato sull'Orestea di Eschilo. Il testo recitato e cantato ripercorre infatti le tre parti di cui si compone l'Orestea, Agamennone, Corefoe ed Eumenidi con il passaggio dal clima violento caratterizzato dall'assassinio di Agamennone ad opera di Clitemnestra e dall'assassinio di Clitemnestra ad opera di suo figlio Oreste, e dall'organizzazione sociale governato dalle Erinni per le quali l'assassinio non è espiabile e deve essere vendicato, alla definizione di un nuovo modello di società dove viene istituita la giustizia amministrata da un organo nominato. Su questo filo conduttore d'Amico ha costruito un brano in cui le voci recitanti svolgono la trama con il commento del coro ed il sottofondo dell'orchestra come in una colonna sonora. Ne è venuto fuori un brano interessante con bei momenti coinvolgenti. A me personalmente è piaciuta molto tutta la seconda e la terza parte mentre la prima parte mi ha lasciato più freddo. Comunque un bel brano dal chiaro impegno civile.
A seguire ci siamo abbandonati nella braccia di Beethoven con l'ouverture Leonora n. 3, la marcia funebre della sinfonia "Eroica", il coro dei prigionieri dal Fidelio e l'adagio della IX sinfonia.
Beethoven scrisse un'unica opera che inizialmente si intitolava "Leonora". Per questa compose una prima ouverture, la Leonora n. 1, pubblicata postuma come op. 138; non soddisfatto Beethoven ne compose una successiva, la Leonora n. 2 nel 1805 ma per le repliche del 1806 la rielaborò creando la Leonora n. 3 che assomiglia molto alla Leonora n. 2 ma in ogni parte è più stringata e più densa. Successivamente quando l'opera assunse la sua forma definitiva con il titolo di "Fidelio" Beethoven compose una nuova ouverture del tutto diversa e che a differenza delle varie ouverture "Leonora" non ripercorre in sintesi l'azione dell'opera. Così le ouverture Leonora sono diventate brani da concerto anche se per una tradizione introdotta da Mahler la Leonora n. 3 viene di solito eseguita prima del finale dell'opera, a mò di prefinale e sintesi dell'azione.
Belle e convincenti esecuzioni del direttore Jader Bignamini che ancora una volta, in un'occasione ufficiale, ha avuto modo di mostrare le sue notevoli doti di musicista.
Bella prestazione dell'orchestra con in evidenza tutte le prime parti. Mi piace però ricordare il corno Stefano Buldrini che come al solito fa il IV corno nella IX sinfonia il che comporta un compito piuttosto delicato che svolge come sempre in modo egregio.
Bella prestazione dell'orchestra con in evidenza tutte le prime parti. Mi piace però ricordare il corno Stefano Buldrini che come al solito fa il IV corno nella IX sinfonia il che comporta un compito piuttosto delicato che svolge come sempre in modo egregio.
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