domenica 14 aprile 2013

Un po' di musica qua e là

Il mio fine settimana musicale è iniziato giovedì con il concerto in Auditorium dove Oleg Caetani ha diretto il concerto per violoncello di Witold Lutoslawski, di cui ricorrono i cento anni dalla nascita, e la quinta sinfonia di Mahler.
Il concerto di Lutoslawski risale al periodo 1968/70 e fu eseguito il 14 ottobre 1970 da Rostropovich, dedicatario del concerto. Poiché sento sempre giudizi irridenti nei confronti della musica contemporanea o di certa musica del XX secolo, a parte il fatto che questo pezzo ha più di 40 anni, mi sbilancio a dire che il concerto, che è suonato da molti violoncellisti, è bellissimo e che diventerà un grande classico della musica del XX secolo. A molte persone piace la musica del XX secolo a seconda di quanto sembri una musica di un'epoca precedente. Fosse per me metterei un pezzo del XX secolo in ogni concerto, anche perché questa musica, se non la si esegue, non la si conoscerà mai e inoltre perché questa, volente o nolente, è la "nostra" musica. In ogni caso si calcola che ci vogliano circa 80 anni perché il pubblico entri in sintonia con la musica di 80 anni prima per cui c'è tempo (!), si fa in tempo a morire. Bella esecuzione del grande violoncellista armeno Alexander Chaushian ben assecondato dall'orchestra.
Nella seconda parte il maestro Caetani ha diretto la quinta sinfonia di Gustav Mahler, la sinfonia che inaugura il periodo centrale della produzione di Mahler con le tre sinfonie strumentali. Questa sinfonia è molto difficile da suonare e da ascoltare. E' una musica sconvolta e sconvolgente nei primi due movimenti che tende al negativo totale, all'azzeramento di ogni prospettiva positiva. Ma è anche capace di dolcezze infinite come nel quarto movimento, Adagietto, che viene travolto poi nel finale dove il suo tema principale, assieme a quello di un lieder dal Des Knaben Wunderhorn, il Lob des hohen Verstandes (Lode dell'alto intelletto) dove Mahler irride i critici del tempo che naturalmente stroncavano la sua musica "contemporanea", e molto altro materiale musicale compreso il corale che era naufragato alla fine del secondo movimento, costruiscono un monumento al contrappunto.
Questa è stata la prima sinfonia di Mahler che abbia ascoltato dal vivo nel luglio 1969, alla Scala con sir John Barbirolli sul podio, grandissimo mahleriano che sarebbe deceduto improvvisamente giusto un anno dopo. La gente (della platea) usciva dalla sala durante l'esecuzione a loro perenne vergogna. Ma quelli erano tempi in cui Mahler era troppo "contemporaneo" e del resto erano passati solo 60 anni dalla composizione della sinfonia per cui era troppo presto per poter essere apprezzata e troppo tardi per fischiarla.
L'esecuzione di Oleg Caetani è stata buona ma a dire il vero non mi ha colpito in modo particolare. Caetani è un ottimo direttore che mi pare avere una visione di ciò che dirige sempre un po' dal di fuori e dall'alto. L'esecuzione ne ha guadagnato in chiarezza ma non sono sicuro che abbia fatto veramente giustizia a Mahler.
Comunque buon successo per tutti da parte di un pubblico abbastanza numeroso.
Venerdì sera, al Teatro Comunale di Ferrara, Claudio Abbado con la Mahler Chamber Orchestra e Martha Argerich hanno fatto un concerto con il primo concerto di Beethoven e la terza sinfonia (in realtà la quinta) di Mendelssohn, "Scozzese". Essendomi sfuggito per un niente il concerto dello scorso ottobre alla Scala quando Abbado aveva diretto la sesta di Mahler, era dal febbraio 1993 che non vedevo e sentivo Abbado dal vivo, quando era venuto alla Scala con i Berliner Philharmoniker (Strauss, Brahms). La Argerich invece l'avevo sentita, l'ultima volta proprio in Auditorium quando aveva eseguito uno dei suoi cavalli di battaglia, il terzo di Prokofiev.
Passano gli anni ma la Argerich resta una musicista straordinaria con due mani e una tecnica fenomenale  e una incredibile fisicità con lo strumento e con il suono. In coppia con Abbado l'esecuzione è stata straordinaria perché, a parte il fatto che si tratta di due grandissimi musicisti e che l'orchestra ha suonato benissimo, i due sono amici da innumerevoli anni per cui l'intesa era perfetta. Sovrastata dagli applausi, la Argerich alla dodicesima chiamata, credo, ha fatto un bis, Traumes Wirren dai Fantasiestücke op. 12 di Schumann, affrontato in modo piuttosto spavaldo.
Nella seconda parte del concerto Abbado ha diretto la terza sinfonia di Mendelssohn. L'esecuzione è stata fantastica. A dire il vero non saprei cosa aggiungere perché si doveva essere lì per sentirla. Vedendolo dirigere e sentendo il suono dell'orchestra si ha l'evidente immagine del pensiero che diventa suono con la massima naturalezza.
Successo clamoroso per Abbado e l'orchestra.
Un'ultima annotazione sulla sala che ha un'acustica assolutamente fantastica. Si sentiva ogni sfumatura e ogni preziosismo della concertazione di Abbado, ogni timbro perfettamente calibrato ed equilibrato nella geniale concertazione di Abbado, veramente ricreatrice dell'opera che per certi versi mi sembrava quasi di ascoltare per la prima volta.
Ieri sera, infine, in Auditorium, il maestro Giuseppe Grazioli ha diretto un concerto con musiche di Nino Rota, con l'aggiunta di alcuni filmati, in occasione dell'uscita dei primi due CD della serie completa registrati nell'agosto 2011 dall'Orchestra Verdi come atto finale del ciclo di dieci concerti tenuti la domenica mattina nella stagione 2010/2011. Altri quattro CD usciranno nel corso dell'anno.
La musica di Nino Rota è stata spesso snobbata perché non troppo "contemporanea", ironia della sorte, ma non ci si deve dimenticare che la diresse perfino uno dei più grandi musicisti del '900, Bruno Maderna.
In realtà Rota era un geniaccio in musica e merita di essere conosciuto ben più che per i temi famosi di alcune colonne sonore. La conoscenza di questi CD, che oltretutto contengono molte musiche mai eseguite e registrate in disco, può essere un'ottima occasione di conoscenza.

martedì 9 aprile 2013

Charles Ives - A Symphony: New England Holidays

Questa composizione è stata la prima composizione di Charles Ives che abbia mai sentito. Ciò avvenne grazie a una iniziativa editoriale dei Fratelli Fabbri che pubblicavano in edicola dei fascicoli dedicati alla "Musica moderna". Ogni settimana andavo all'edicola che c'era (c'è ancora?) in fondo a via Brioschi all'angolo con viale Cermenate. Erano gli anni 1967/69. Così comprai dischi di Stravinskij, Debussy, Berg, Varese, Ravel, ecc. e giunse anche Ives. All'inizio ero disorientato da questo strano autore americano. Poi mi feci catturare da quelle atmosfere. Ci sono dei momenti fantastici in questo pezzo ispirato dalle quattro feste nazionali americane e filtrate attraverso la memoria. I pezzi sono costruiti come una nebulosa vaga e rarefatta di suoni. In questa nebulosa della memoria affiorano canti, inni e ad un tratto si cristallizza un'immagine che viene portata in primo piano nitida e pura. Ad esempio nell'ultimo pezzo la musica si frammenta sempre di più, svapora e da questa nebbia come di un ricordo lontano (da minuto 32, circa) dove nulla è chiaro improvvisamente esce un'immagine chiarissima come se fosse emersa intatta dalla memoria. Dopo una struggente cadenza del clarinetto l'immagine si allontana. Ci sono anche ricordi personali come al termine del secondo pezzo, meraviglioso, dove Ives rievoca un esperimento che faceva suo padre. Il padre di Ives era direttore di banda. Divideva la banda in due e assegnava ad ognuna una musica diversa. Poi le faceva partire da due punti diversi facendole marciare una contro l'altra finché si incontravano creando così un effetto cacofonico. Cacofonia totale che torna nel terzo brano, dedicato al 4 luglio, con tutte le musiche della grande fiera che si sovrappongono tra loro, come accade davvero quando ci si trova in un grande luna park. E che dire del tono assolutamente mahleriano del finale del primo brano. Eppure Ives, che di mestiere faceva l'assicuratore, nulla sapeva di Mahler come non sapeva praticamente nulla di quanto stava avvenendo nella musica di quel tempo in Europa all'inizio del '900. Grande merito gli fu riconosciuto anche da Schoenberg quando anni dopo conobbe la sua musica in America.
Magari riuscissi ad ascoltarla ancora dal vivo dopo una lontanissima esecuzione al Conservatorio!

domenica 31 marzo 2013

Mravinsky e Ciaikovsky

Impressionane quanto fosse parco il gesto di Mravinsky. Lo ricordo in un concerto scaligero anni '70 quando venne e diresse la IV sinfonia di Brahms. L'orchestra, la sua orchestra, la Filarmonica di Leningrado, suonava praticamente da sola, tanto erano preparati.
Dirigeva con lo spartito davanti. Non conosceva bene la musica che dirigeva, non la ricordava? Mah, non credo proprio. Ricordo una battuta, mi pare di Karl Bohm. Anch'egli dirigeva con lo spartito davanti, ricordo una sua straordinaria VIII sinfonia di Bruckner. Una volta un giornalista gliene chiese il motivo e lui rispose: "Guardi che so leggere la musica". Mi pare una buona risposta.






venerdì 22 marzo 2013

Musica sovietica (o quasi)

Musica sovietica, o quasi, nel concerto in Auditorium di ieri sera diretto da Giuseppe Grazioli.
Il primo brano era la suite dal Pulcinella di Igor Stravinskij, tratta dal balletto scritto nel 1922, che a quell'epoca se ne era già andato via dalla Russia sovietica da parecchi anni, su musiche di Pergolesi e altri, pezzo con il quale Stravinskij inaugura il periodo neoclassico. Per l'occasione Stravinskij, che a dire il vero aveva già abbandonato da qualche tempo le grandi orchestre dei primi balletti per rivolgersi ad ensemble molto più contenuti, utilizza un'orchestra che si potrebbe dire alla Haydn se non fosse per il trombone e il quartetto d'archi in assoluto rilievo mentre il contrabbasso solista non era una novità neanche per Haydn (vedi ad esempio il trio del minuetto della sinfonia n. 8). Non si deve pensare che queste musiche siano semplicemente delle trascrizioni dove Stravinskij dimostra la maestria di trascrittore; in realtà si tratta di vere e proprie reinterpretazioni e reinvenzioni realizzate con il suono, il timbrico e la ritmica tipici di Stravinskij. Esecuzione bella ma non brillantissima.
Seguiva il secondo concerto per pianoforte di Shostakovich, del 1957. Shostakovich, che fu veramente un musicista sovietico perché non andò mai via dall'Unione Sovietica, era un pianista di notevole bravura ma stranamente non ha dedicato al pianoforte le sue opere più alte come ha fatto nel campo della sinfonia, del concerto per violino e orchestra, del concerto per violoncello e orchestra o del quartetto. I suoi due concerti per pianoforte hanno un carattere piuttosto sbarazzino ed impertinente, quasi buffonesco in alcune parti. Questo secondo concerto contiene però un movimento centrale, un Andante, di grande tenerezza e dolcezza dove il pianoforte sgrana una semplice melodia sopra l'accompagnamento delicato degli archi che intonano una melodia mesta, meditativa, introspettiva, di grande tristezza e che lo stesso pianoforte riprende fondendosi meravigliosamente con gli archi. Questo movimento non è semplicemente un pezzo sentimentale, scritto per il figlio che compiva diciannove anni e comprendo bene quanto è grande la tenerezza di un padre per un proprio figlio, che può provocare un lieve brivido di emozione, ma è un pezzo che dietro questa dolcezza rivela una vera tragedia come spesso accade con Shostakovich. L'esecuzione al pianoforte era affidata a Boris Petrushansky che torna in Auditorium con una certa regolarità. Petrushansky è un pianista strepitoso, autore tra l'altro di un'ottima integrale discografica delle opere pianistiche di Shostakovich e ha eseguito in modo meraviglioso il concerto ed in particolare l'andante in modo molto sentito, assieme a Giuseppe Grazioli e a tutta l'orchestra che si sono prodotti in una strepitosa performance. Bis ciaikovskiano (individuato grazie ad un autorevole suggerimento), il valzer finale dalle Stagioni.
Il terzo brano il Tenente Kijé op. 60 di Prokofiev, un brano del 1934 scritto per un film satirico basato su un fatto storico avvenuto alla fine del Settecento sotto lo zar Paolo I di un inesistente soldato nato da un errore di trascrizione ma di cui la burocrazia, per coerenza, inventa atti eroici, un matrimonio e l'eroica morte.  Bella e ironica la musica di Prokofiev, piena di colori.
L'ultimo brano in programma era la suite da Masquerade di Aram Kachaturian che era un georgiano come Stalin. Il brano risale al periodo 1941/1944. Kachaturian è famoso soprattutto per il balletto Gayane, e in particolare per la famosa Danza delle spade che apre la prima suite. Sarebbe bello che qualche volta si eseguisse anche il suo concerto per pianoforte o quello per violino o una sinfonia, la seconda, ad esempio. La suite di Masquerade, comunque, è un bel brano aperto da un gran valzer,  un brano molto famoso, che è stato anche bissato.
Un bel concerto, anche divertente come accade spesso con Giuseppe Grazioli, di cui non si può non ricordare il particolare impegno con i concerti altrettanto eclettici della domenica mattina, molto ben suonato e diretto.
Pubblico numeroso con molti ragazzi delle scuole in galleria che, a onor del vero, si comportano in modo molto educato.
Successo vibrante.

venerdì 15 marzo 2013

Stockhausen

Sabato scorso abbiamo avuto la quarta lezione di Carlo Boccadoro sulla musica contemporanea.
Ogni lezione è dedicata ad un autore per cui, dopo Cage, Berio e Maderna siamo arrivati a Karlheinz Stockhausen.
Stockhausen incute un certo timore. Sarà perché è tedesco e come tale gli si associa una certa gravità di pensiero. In realtà Stockhausen è un'avventura musicale ed intellettuale assolutamente strepitosa. Conoscevo già qualcosa di suo ma la lezione di Boccadoro mi ha dato la possibilità di avere uno sguardo d'insieme sulla sua produzione dagli inizi degli anni '50, come nel caso della Sonatine, passando attraverso un grandissimo capolavoro degli anni '50 come Gesang der Jünglinge dove rielabora con l'elettronica canti di bambini avviati alle camere a gas dai nazisti, fino al suo ultimo grande lavoro, Cosmic pulses, appartenente al grande ciclo incompiuto Klang, e terminato nel 2007, l'anno in cui Stockhausen varcò le soglie del paradiso.
Stockhausen compose circa 370 pezzi in quasi 60 anni di attività che non ha mai conosciuto soste, inventando, sperimentando, componendo e immaginando ogni volta un pezzo nuovo, scrivendo brani di dimensioni considerevoli, perseguendo e realizzando un progetto come Licht, 34 ore totali, che gli è costato 28 anni di lavoro. Forse tutto ciò può apparire un po' wagneriano o folle. Magari lo è ma è altrettanto indubbio che Stockhausen sia un compositore assolutamente imprescindibile, che lo si ami o no, e che ha inventato talmente tanto che ci vorranno decenni prima che venga digerito non solo dal pubblico ma anche dai musicisti. Tra le altre cose Stockhausen ebbe una grande influenza anche su parecchi jazzisti, Miles Davis, ad esempio e interessò così tanto i Beatles che lo misero nella copertina del Sergent Pepper e un brano come Revolution 9 del White Album non sarebbe immaginabile senza Stockhausen.
Stockhausen sarà stato anche un megalomane e un po' folle, ma si dava al pubblico in modo incredibile, spiegando, chiarendo (come si vede ad esempio in una delle sue ultimissime interviste dove spiega la sua idea di musica e spazio e dove dimostra anche una notevole simpatia e umanità), consigliando (come in questo filmato dove come un padre dà dei consigli alla giovane pianista); di lui esistono ore ed ore di filmati in cui spiega la sua musica e ha curato l'edizione sia su CD sia su carta, di tutte le sue musiche, scrivendo per i CD dei libretti esplicativi assolutamente fantastici. La sua fondazione ha aperto un sito internet dove si trova tutto questo materiale.
Il prossimo appuntamento, con Henze o Ligeti, sarà il 5 maggio. Si salterà il mese di Aprile che per Carlo Boccadoro è pienissimo di impegni, non ultimo la rassegna di musica contemporanea, Musica impura,  al teatro Elfo con Sentieri Selvaggi.





Midori suona Brahms

Programma tutto brahmsiano e tutto in re maggiore questa settimana per l'orchestra Verdi diretta da John Axelrod con il concerto per violino e la seconda sinfonia.
Il concerto era affidato al violino di Midori, gran violinista che lo ha interpretato in modo molto intimo, come un colloquio tra sé e e il violino, tra il violino e l'orchestra. Midori non ha un grandissimo suono ma fa suonare il violino in modo molto particolare, con grande dolcezza e pulizia. Il culmine dell'esecuzione è stato raggiunto con la cadenza del primo movimento, raramente ascoltata con quell'intensità. Molto bello tutto il primo movimento, tra smarrimenti e trasalimenti e il secondo movimento, con il bellissimo dialogo con l'oboe. Il grande violinista Sarasate trovava disdicevole per lui suonare un concerto dove se ne doveva stare con il violino in mano ad ascoltare l'oboe che suonava l'unica melodia del concerto. Naturalmente aveva torto perché l'oboe in realtà introduce la vera melodia, che è quella del violino, che la porta ad altezze inimmaginabili. Finale energico. In generale i tempi erano un po' estenuati proprio per la visione crepuscolare e malinconica che Midori ha voluto dare alla sua interpretazione, visione però che ha colto pienamente la poetica brahmsiana, grazie anche ad un grande accordo con il direttore che ha diretto con grande sensibilità seguito molto bene dall'orchestra. Grande successo ed impeccabile bis bachiano con il preludio della terza partita.
A seguire la magnifica seconda sinfonia, opera serena con venature di malinconia ed un finale travolgente. Axelrod l'ha eseguita molto bene, con grande morbidezza, grande attenzione ai particolari ma con una visione d'insieme molto convincente, facendo anche il ritornello del primo movimento, cosa piuttosto rara. L'orchestra ha suonato molto bene in tutti i reparti.
Grande successo per tutti davanti ad un pubblico numeroso.

venerdì 8 marzo 2013

Requiem

L'esecuzione del Requiem di Verdi è ormai una consolidata tradizione in Auditorium per l'Orchestra e il Coro Giuseppe Verdi come lo era alla Scala nell'epoca di Claudio Abbado.Alla Scala, ma non solo, ricordo solo quella per l'anniversario manzoniano del 1974 in san Marco, le esecuzioni erano sempre di competenza di Claudio Abbado. Le esecuzioni non erano sempre uguali. In alcuni anni erano migliori che in altri, vuoi per la vena del direttore o per i cantanti. Quando tutto funzionava bene, con il coro diretto da Romano Gandolfi, una soprano come la Freni, un basso come Ghiaurov e la direzione intensissima di Abbado che tirava fuori dall'orchestra un impressionante colore scuro, allora il risultato era straordinario.
In Auditorium alla direzione del Requiem si sono alternati molti direttori con alterni risultati. Ieri sera è stata la volta di John Axelrod e il risultato è stato ottimo.
Molto bella la direzione di Axelrod attento nella concertazione (l'unico momento per il quale non sono rimasto particolarmente impressionato è stata la preparazione del Tuba mirum dove Axelrod non ha caricato di intensità le trombe del giudizio che portano all'entrata terrificante del coro e di tutta l'orchestra; in quel passaggio, ma non solo ovviamente, Toscanini era ineguagliabile e lo si sente addirittura gridare all'orchestra). Axelrod è un direttore che legge bene le partiture che dirige e le anima di vita. Nell'esecuzione del Requiem Axelrod è stato molto abile nel sottolineare il senso della musica verdiana, la sua profondità. Se tutto ciò puntava decisamente a tirare fuori da questa musica la sua componente melodrammatica, poco male (ad esempio all'inizio dell'Hostias ha fatto uno sforzato in forte negli archi che non sarebbe scritto da Verdi che dal piano passa al triplo piano, ma che comunque creava un certo pathos). Verdi è Verdi e a dire il vero non sono ben sicuro su cosa si intende per musica religiosa o sacra. Personalmente reputo che questa musica sia religiosa nella misura in cui con questa musica Verdi, che era miscredente, si interroga sul destino umano, con grande profondità, sgomento e giusto timore di fronte al mistero della morte.
Buoni i cantanti, soprattutto la mezzosoprano Maria José Montiel, che è una vecchia conoscenza in Auditorium, e il basso, il riminese Mirco Palazzi che ha cantato con bella e sicura voce. Brava anche la soprano Victoria Yastrebova ma dotata di una voce un po' debole che a tratti scompariva nei momenti più drammatici. Discreto il tenore Khachatur Badalyan.
Il vero punto di forza dell'esecuzione si è dimostrato ancora una volta il coro affidato alle cure di Erina Gamberini dopo la morte del suo fondatore, Romano Gandolfi. Ieri sera il coro, che credo canti il Requiem sempre in memoria di Gandolfi scomparso qualche anno fa in questo periodo, ha cantato con una passione e una forza incredibile, tirando fuori un timbro d'acciaio nei fortissimi e grande morbidezza nei passaggi più sommessi. Oltretutto il gioco delle voci e la loro differenziazione è stato preparato in modo perfetto per cui il risultato è stato ottimo sotto tutti i punti di vista.
Ottima la prova dell'orchestra che presentava come violino di spalla Nicolai von Dellinghausen.
Pubblico numeroso e grande successo per tutti.

venerdì 1 marzo 2013

La terza sinfonia di Mahler

Ieri sera in Auditorium è stata eseguita la terza sinfonia di Gustav Mahler che è probabilmente, dipende dai tempi che si tengono, la sua più lunga sinfonia.
Si tratta di un'opera immensa, non solo per la durata, ma per la vastità visionaria dei panorami che si aprono nell'ascolto di questa musica.
Nel suo svolgimento Mahler compie un percorso che partendo dal tormentato primo movimento giunge ad una visione finale, una luce accecante.
La sinfonia, scritta tra il 1893 e il 1896, era originariamente pensata in sette movimenti con una progressione, un'ascesa verso l'alto partendo dalla visione terrestre del primo movimento e progredendo, secondo una indicazione di Mahler, con ciò che ci dice il mondo dei fiori, degli animali del bosco, l'uomo, gli angeli, l'amore, la visione della vita paradisiaca; quest'ultimo movimento però fu tolto per costituire il finale della successiva sinfonia.
La sinfonia, pur nella sua lunghezza, ha una grande tenuta e una sua propria coerenza. Ad esempio, subito dopo la fanfara iniziale, che cita l'inizio del finale della prima sinfonia di Brahms, irrompe un motivo oscuro e tenebroso che si ritroverà identico nel quarto movimento, relativo all'uomo e all'oscurità in cui vive. Più avanti, nel primo movimento, il trombone intona un tema che riprende, modificandolo leggermente, un motivo della terza parte del Requiem di Brahms, là dove si parla dello scopo della vita. Il primo movimento quindi pone questi temi angosciosi a cui si contrappone una gaia marcetta, che è sempre basata sulla fanfara iniziale, in maggiore, e che porterà il movimento alla sua trionfale conclusione passando attraverso slanci e ripiegamenti. Quegli slanci si ritroveranno nel finale dove però la conclusione luminosissima sarà trovata nell'intensificazione sempre più profonda del tema iniziale che riprende da vicino quello dell'adagio dell'ultimo quartetto di Beethoven. Il terzo movimento nasce da un lieder giovanile, Ablosung im Sommer, dove si parla di un cuculo nel bosco che è morto e di un usignolo che ne prenderà il posto nel canto e in modo meraviglioso e pieno di atmosfera tutti i rumori del bosco vengono zittiti più volte da una cornetta di postiglione che canta da lontano. Il quinto movimento, con il coro, anticipa il lieder che concluderà la quarta sinfonia.
Certamente Mahler si prende molto tempo per dire tutto quello che ha da dire e per costruire un intero mondo, un'utopia che già nella quarta sinfonia mostrerà qualche incrinatura, pur terminando, come estrema propaggine, con una visione paradisiaca, e andrà in frantumi con la quinta sinfonia. Però la lunghezza di questa sinfonia è apparente, almeno per me, dal momento che, al contrario, mi sembra terminare sempre molto presto; una sinfonia dove il tempo scorre molto velocemente.
Tra tutte le edizioni discografiche ho sempre amato molto quella diretta da Leonard Bernstein, sia quella degli anni '60 sia quella degli anni '80 (il suo finale è di un'intensità assolutamente incredibile), e quella diretta da Dmitri Mitropoulos il 30 ottobre 1960 a Colonia che dopo l'esecuzione partì per Milano dove alla Scala doveva dirigere la medesima sinfonia e dove il 2 novembre morì durante le prove del primo movimento stroncato da un infarto.
Ieri sera dirigeva la Xian Zhang che aveva già diretto la sinfonia un paio di anni fa. Rispetto ad allora, dove la Xian mi era sembrata un po' sovrastata dalla sinfonia, ho trovato l'esecuzione molto migliore, con una bella concertazione che metteva bene in evidenza i particolari dell'orchestrazione di Mahler. I tempi erano corretti, forse leggermente rapidi in alcune occasioni, ma nel complesso erano ben adeguati e la Xian Zhang ha tenuto saldamente in mano la sinfonia dall'inizio alla fine con grande intensità e concentrazione. Ottimi i cori dei bambini e delle donne e molto brava la mezzosoprano Carina Vinke.
Prestazione dell'orchestra molto buona con qualche piccola sbavatura nei fiati con le prime parti tutte in bella evidenza.
Pubblico numeroso. Successo piuttosto vivo.

sabato 23 febbraio 2013

Il Requiem di Maderna

Oggi alla lezione su Bruno Maderna una grande sorpresa. Il Requiem che Maderna scrisse nel 1946 e di cui si persero completamente le tracce. Si sapeva che esisteva perché Nono si ricordava di questo Requiem ma non si sapeva dove fosse finito. Poi fu ritrovato nel 2007, 61 anni dopo la composizione, in Pennsylvania e fu eseguito a Venezia nel novembre del 2009, 63 anni dopo la composizione e 36 anni dopo la morte di Maderna. 
Già da quest'opera molto giovanile emerge in modo clamoroso la bravura di Maderna nella scrittura per coro, eredità della gran tradizione tutta veneziana (Gabrieli). 
Il video che segue riproduce l'audio della prima esecuzione del 2009.



venerdì 22 febbraio 2013

Bruno Maderna

Domani alla Scuola di Musica del Garda, a Desenzano, ci sarà il terzo appuntamento di nove sulla musica contemporanea, una serie di lezioni tenute da Carlo Boccadoro.
Le prime due lezioni, su John Cage e Luciano Berio, erano cadute in dicembre e in gennaio.
La lezione di domani riguarderà Bruno Maderna. Poi seguiranno Stockhausen, Ligeti, Henze, minimalisti (Glass e Reich) e post-minimalisti.
Bruno Maderna mi è molto caro sia come compositore (ricordo quando alla fine degli anni '60 ascoltavo certe sue musiche alla radio, ad esempio i concerti per oboe con Lothar Faber) sia come direttore d'orchestra (ricordo come fosse ora una sua IX di Mahler alla Scala, credo nel 1969).
Bruno Maderna purtroppo morì troppo giovane.
Mi piacciono questi incontri che sono piuttosto informali anche se molto rigorosi nel loro svolgimento.
Certamente ci vorrebbe più tempo ma con gli spunti, le idee e le suggestioni che vengono proposti c'è da lavorare un bel po'.
Questi incontri mi piacciono anche per la levataccia che devo fare per prendere il treno alle 8 in modo da arrivare a Desenzano un'ora dopo dove viene a prenderci (me e Boccadoro che prende anche lui il treno) mio cugino Gigi, animatore, organizzatore e quant'altro nella scuola.
I ritorni a Milano sono precipitosi perché nel secondo pomeriggio dei sabati ho un'impegno fisso con delle allieve che mi attendono pazientemente ma dove arrivo quasi in tempo, puntualità del treno permettendo, cosa che non è per niente scontata, anzi, finora su due viaggi di ritorno, due ritardi di 30 minuti.
Ferrovie italiane!!!

Vivaldi vs Piazzolla

Ieri sera la violinista Natasha Korsakova con gli archi dell'orchestra Verdi diretti da Jader Bignamini hanno impaginato un concerto che in un certo senso è diventato un classico con l'esecuzione delle Quattro Stagioni (1723) di Antonio Lucio Vivaldi e le Quatro Estaciones Porteñas (1965/1970) di Astor Piazzolla.
Le stagioni sono state eseguite seguendone la contemporaneità. Quindi la primavera di Vivaldi è stata seguita dall'autunno argentino, ecc.
Le stagioni di Vivaldi, che appartengono alla sua opera 8, sono universalmente conosciute. Certamente si tratta di musica descrittiva, come molti altri concerti di Vivaldi, basata su sonetti di cui segue alla lettera il testo, però questa imitazione più che altro è suggerita, considerando anche gli scarsi mezzi a disposizione di Vivaldi. Può benissimo essere che il finale dell'Estate rappresenti un temporale estivo ma potrebbe essere tranquillamente visto come un semplice presto posto alla fine di un concerto; in altre parti invece si apprezza un reale intento descrittivo e narrativo. Tornando al descrittivo non credo che i pochi mezzi di Vivaldi siano una limitazione. Il temporale alla fine dell'Estate ha un impatto emotivamente tremendo, come l'avrà la tempesta della Pastorale di Beethoven, realmente terrificante nella semplicità dei mezzi impiegati, mentre invece le straussiane imitazioni della natura nella sua sinfonia delle Alpi scivoleranno via senza un fremito pur nel vuoto baccano dell'ipertrofica orchestra.
Le quattro stagioni di Piazzolla sono molto più urbane, riguardano Buenos Aires. Dopo la morte di Piazzolla sono stati riorchestrati per violino e archi dal compositore russo Leonid Desyatnikov con inserti dalle stagioni di Vivaldi (Autunno, Inverno, Primavera, Estate).
L'accostamento tra Vivaldi e Piazzolla è sicuramente ardito ma molto eccitante perché fa un certo effetto ascoltare la scatenata orchestra di Piazzolla, con i suoi giri di tango, pochi secondi dopo l'altrettanto scatenata orchestra di Vivaldi e qui si deve dire che gli archi dell'orchestra Verdi hanno dato una prova davvero ottima per compattezza, bellezza di suono e reattività (ci sarebbero in realtà anche molti altri aggettivi da utilizzare) sotto l'impeccabile direzione di Jader Bignamini che ha diretto tutto a memoria, come sempre, del resto.
Jader Bignamini si sta rivelando come una delle realtà più belle nel campo della direzione d'orchestra. Ha carisma, un bel gesto molto plastico, che rende l'idea del suono che l'orchestra produce, e concerta molto bene, in modo molto chiaro. Personalmente ne ho avuto sempre un'ottima impressione in tutte le occasioni in cui l'ho sentito.
Natasha Korsakova, pronipote del grande Nicolai Rimskij-Korsakov, è una gran violinista. Mancava da un po' in Auditorium e l'ho trovata in piena forma, a parte il fatto che è una bellissima donna e che il vestito di ieri sera, nero con vistoso spacco, la valorizzava in pieno. Ma, a parte questo, è veramente brava. Ha superato lo scoglio veramente impervio di Vivaldi con grande bravura, senza fare grandi invenzioni barocche, ma raccontando bene quanto accadeva, e in Piazzolla è stata sbarazzina e divertita al punto giusto. Mi piace molto questa violinista che suona con la giusta concentrazione ma anche divertendosi. Lo si vede dal suo volto molto spesso sorridente. Mi dicono inoltre che è pure molto simpatica di persona, qualità questa piuttosto rara tra i musicisti sempre e perennemente concentrati solo ed esclusivamente sulla propria arte e portatori spesso di una suscettibilità e di un narcisismo fastidioso ed eccessivo.
Belle esecuzioni, con due bis, Vivaldi e Bach, salutate da un Auditorium tutto esaurito (ma con qualche posto libero), e che sarà esaurito anche nelle due repliche, con un grandissimo successo e applausi a grandine. Ad essere obiettivi, un vero trionfo.

sabato 16 febbraio 2013

Gidon Kremer e la Kremerata Baltica

Fantastico concerto ieri sera di Gidon Kremer con la Kremerata baltica al Conservatorio per le Serate Musicali.
I concerti di Kremer sono sempre piuttosto originali nella scelta dei pezzi e questo non ha certo deluso le attese con una serie di pezzi in prima esecuzione a Milano.
Avevo già sentito l'anno scorso Kremer e la Kremerata e mi aveva fatto un'ottima impressione ma questa volta sono andati oltre con un concerto straordinario.
Il filo conduttore era quello delle stagioni.
Quindi abbiamo avuto l'esecuzione del secondo concerto per violino, archi e sintetizzatore di Philip Glass "The american four Seasons" costruito in otto parti che si susseguono senza soluzione di continuità: un Prologo e quattro movimenti, che rappresentano le stagioni, intervallati da tre songs per violino solo. I quattro movimenti non sono intitolati con i nomi delle stagioni, per cui possono essere associati liberamente ad esse. Del resto Glass ha dato come indicazione del luogo di composizione San Diego, un posto dove le stagioni non sono molto differenziate tra loro. Si tratta di un brano piuttosto lungo, di grande atmosfera, senza un attimo di cedimento, che personalmente mi ha prodotto uno stato d'animo di grande beatitudine diviso tra l'estasi della prima parte e l'eccitatazione del finale passando attraverso fantastiche atmosfere create con mezzi minimi. Assolutamente fantastica l'esecuzione salutata da un'autentica ovazione.
La seconda parte del concerto si è aperta con l'Estate di Vivaldi in una rivisitazione del percussionista del gruppo, Andrei Pushkarev, per vibrafono e archi. Interessante in alcune parti, soprattutto alcune dei primi due movimenti. Ad esempio sul finire del primo tempo quello che in Vivaldi è un assolo del violino è diventato una variazione per vibrafono accompagnato dal pizzicato di un contrabbasso, come in un brano jazz. Di grande atmosfera.
Sono seguiti poi un gruppo di pezzi, suonati uno di seguito all'altro, scritti per Kremer e la Kremerata da vari autori: Leonid Desyatnikov con due pezzi da Russian Seasons, Dobrinka Tabakova con Dawn da Sun Tryptich, Ciaikovskij/Raskatov con tre pezzi da The Season Digest, Georges Pelecis e il suo Flowering Jasmin, per violino, vibrafono e archi, un brano di grandissima atmosfera e suggestione che unisce un certo gusto minimalista con la propensione nordica alla melodia, che adoro, che possedeva ad esempio Sibelius, come nella Canzonetta op. 62a, e che tanto era apprezzato anche da Stravinskij, e per finire Piazzolla con Verano Porteno dalle Quattro stagioni a Buenos Aires.
Il tutto è stato salutato da un grandissimo successo dal pubblico del conservatorio che riempiva quasi tutta la grande sala.
Personalmente questo concerto mi ha lasciato del tutto soddisfatto perché, a parte il livello delle esecuzioni, vi ho trovato una quasi totale corrispondenza con certi miei gusti musicali attuali.
 a differenza del concerto di lunedì fatto da Giovanni Sollima dove si alternavano cose interessanti ad cose piuttosto risibili.
Per finire vorrei ricordare che Kremer suona un violino Nicola Amati del 1641. Quando quel violino fu costruito era ancora vivo Monteverdi che sarebbe scomparso due anni dopo.

venerdì 15 febbraio 2013

John Axelrod alle prese con donne di un certo fascino

Ieri sera per il ventiduesimo concerto della stagione dell'orchestra Verdi John Axelrod ha presentato alcune musiche che in un modo o nell'altro si ispirano a donne.
Il primo brano era la Meditazione e danza della vendetta di Medea, op. 23a di Samuel Barber, nato come un balletto per Martha Graham nel 1945; successivamente rielaborato in una suite per orchestra, nel 1955 Barber focalizzò l'attenzione su Medea sintetizzando il materiale in questo brano che fu tenuto a battesimo dal grandissimo Dimitri Mitropoulos a New York nel 1956. Barber è universalmente noto per il famoso Adagio per archi ma del resto della sua produzione, almeno in Italia, se ne sa poco, per cui non si conosce molto questo raffinato autore ed è stato un piacere poter ascoltare questo bel brano, suonato dall'orchestra e diretto benissimo da John Axelrod.
Seguiva la Danza dei sette veli dalla Salome di Richard Strauss, un brano del 1905. Fu l'ultimo brano che Strauss scrisse per la Salome e secondo me non è all'altezza dell'opera con il suo esotismo da turista bavarese in vacanza. La stessa immagine di Salome che mi si forma nella mente non è quella di una flessuosa e maliziosa ragazza ma quella di una ragazzona un po' troppo in carne a causa dei troppi wurstel bianchi mangiati con la senape dolce e annaffiati da troppe birre. Comunque grande esecuzione da parte dell'orchestra.
La prima parte del concerto è terminata con la Danza rituale del fuoco da El amor brujo di Manuel De Falla, autore poco prolifico ma raffinatissimo. Brano strafamoso che però andrebbe sentito nell'insieme del lavoro a cui appartiene.
Il concerto è terminato con Sheherazade op. 35 di Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov, scritto nel 1888 praticamente in contemporanea con altre due pagine orchestrali molto famose, La grande pasqua russa, op. 36, e il Capriccio espagnol, op. 34 del 1887, tre occasioni per scrivere altrettante composizioni dai colori sgargianti, tre manuali viventi di orchestrazione che saranno pure, come le ha definite un dottissimo studioso, "cime luminose del kitsch musicale europeo", ma che personalmente ho sempre trovato assolutamente godibili. E' interessante, ad esempio, vedere come l'orchestra di Rimskij-Korsakov, che a parte l'aggiunta dell'arpa e di alcune percussioni sostanzialmente è uguale all'orchestra di Brahms, suoni in modo completamente diverso andando in una direzione che porterà al primo Stravinskij che di Rimskij-Korsakov sarà allievo e che porterà alle estreme conseguenze l'insegnamento del suo maestro. Si sbaglierebbe però a pensare che Sheherazade sia un brano con il quale Rimskij-Korsakov sfoggia soltanto la sua abilità di orchestratore. In realtà egli utilizza la sua abilità per costruire un brano in cui l'orchestrazione sempre mutevole diventa espressione e sentimento arrivando anche a momenti di grande emozione come nel finale in cui il violino, che rappresenta Sheherazade, viene avvolto dal tema del sultano con cui, minacciosamente, si era aperta l'opera, che alla fine è placato, dolce, colmo di un pieno sentimento amoroso e tutto questo viene realizzato semplicemente con i colori dell'orchestra.
L'esecuzione data da John Axelrod è stata splendida, ottimamente concertata e condotta con una chiarezza d'idee e una capacità di coinvolgimento dell'orchestra assolutamente notevole. Il risultato è stato che l'orchestra lo ha seguito in modo assai encomiabile sia nei singoli (tutte le prime parti, il flauto di Massimiliano Crepaldi, l'oboe di Luca Stocco, il clarinetto di Fausto Ghiazza, il fagotto di Andrea Magnani, il corno di Giuseppe Amatulli, tutti i restanti fiati, le percussioni, l'arpa di Elena Piva e naturalmente il primo violino di Luca Santaniello, con qualche piccola pecca), sia nell'insieme.
Un grande concerto quindi dall'inizio alla fine.

giovedì 14 febbraio 2013

Vivaldi e Bach a confronto

Programma piuttosto impegnativo ieri sera per l'orchestra della Verdi barocca con musiche di Bach e Vivaldi.
Di Bach sono state eseguite le quattro Suite orchestrali, BWV 1066/1069 (nel video la seconda suite inizia al minuto 27:30, la terza al minuto 54:25, la quarta al minuto 1:20:45) che Bach compose in un periodo piuttosto lungo, prima del 1725 la prima suite BWV 1066, il 1738/39 la seconda BWV 1067, attorno al 1730 la terza BWV 1068 e il 1725, con aggiunte successive, la quarta BWV 1069, dal momento che il primo tempo di questa suite divenne la base per la cantata del Natale 1725 Unser Mund sei von Lachens, BWV 110. Il genere della suite nasce probabilmente dagli estratti di opere e balletti francesi e si presenta con un'ampia ouverure seguita da un insieme di danze. Il genere divenne molto popolare anche in Germania tanto che di Telemann, probabilmente il più prolifico autore di tutti i tempi, ne sono sopravvissute 135 che rappresentano solo una parte di quelle che egli scrisse.
Bach ne scrisse solo quattro (una quinta BWV 1070 è considerata spuria ed opera probabilmente di suo figlio Wilhelm Friedemann Bach) in un periodo piuttosto lungo e quindi non furono concepite come un insieme unitario. Gli organici sono differenziati tra le varie suite e si va dallo splendore della terza, che contiene la famosissima Aria scritta però per soli archi, e quarta suite che prevedono oboi, trombe e timpani, all'intimità della seconda con il flauto traverso e i soli archi.
Di Vivaldi sono stati invece eseguiti due concerti per viola d'amore, quello in Re maggiore RV 392 e quello in re minore RV 540 che prevede anche la presenza di un liuto.
Stravinskij di Vivaldi disse più o meno che aveva scritto 500 volte lo stesso concerto. Da un certo punto di vista non aveva torto senza considerare però quale e che varietà di concerti Vivaldi ha scritto, per quanti strumenti solisti e immettendo nella forma del concerto musica sempre molto interessante e di grande livello. Certo non si può dire che siano tutti dei capolavori ma è indubbio che nel loro insieme costituiscano un caleidoscopio irrinunciabile della musica barocca. Questi due concerti per viola d'amore, uno strumento assolutamente affascinante, ne sono stati, nella loro diversità, una prova evidente. E' stato molto interessante anche il confronto con Bach, tra la musica più autenticamente italiana e quella tedesca, anche se con influenze francesi e italiane evidenti, scritta da un autore, Bach, estremamente strutturato, solido come la roccia ma anch'esso con una vena di follia e di puro divertimento che ne fanno, non il noioso e pedante compositore che quando ero più giovane mi volevano far credere che fosse, ma uno dei più eccitanti compositori che siano mai nati, un compositore assolutamente moderno e sempre da scoprire e riscoprire.
Le esecuzioni, dirette da Ruben Jais, sono state in genere molto buone. Forse in Bach, in qualche danza, una tacca in più di metronomo non avrebbe guastato per rendere più vigorosa e scattante la musica ma nell'insieme tutto ha funzionato piuttosto bene.
Le esecuzioni di Vivaldi sono state splendide, in particolare quella del concerto in Re maggiore RV 392 che prevedeva come solista la prima viola dell'orchestra sinfonica, Gabriele Mugnai, che ne ha dato, assieme a Ruben Jais, un'esecuzione molto originale ed energica.
Molto pubblico con la platea quasi piena e grande successo anche per tutti i solisti, oltre a Gabriele Mugnai, Claudio Andriani, prima viole dell'orchestra barocca, e Giangicomo Pinardi, liuto, che hanno suonato nel concerto di Vivaldi RV 540 e Francesca Torri, primo flauto dell'orchestra barocca, che ha ben ben suonato nella difficile seconda suite bachiana.

martedì 12 febbraio 2013

While my guitar gently weeps

George Harrison è sempre stato un po' sottovalutato rispetto alla coppia Lennon-McCartney quasi fosse un'immagine un po' sbiadita.
 
In realtà aveva molto da dire, e questa While my guitar gently weeps lo dimostra ampiamente.