sabato 10 novembre 2012

Jacqueline du Pré - The complete EMI recordings

Questa mattina sono andato in centro e ne ho approfittato per fare una scappata da Ricordi in galleria. Erano mesi che non ci andavo.
Così mi sono imbattuto in un cofanettone di 17 CD pubblicato dalla EMI contenente tutte le registrazioni fatte dalla violoncellista Jacqueline du Prè ed il tutto ad un prezzo stracciatissimo, veramente quattro soldi.
Si tratta di un vero scrigno delle meraviglie contenente i concerti per violoncello di Elgar (Jacqueline du Pré è il concerto di Elgar), Delius, Saint-Saens (primo), Dvorak, Schumann, Monn, Haydn, Lalo (dell'ottobre 1973, la sua ultima esibizione visto che nello stesso mese le sarebbe stata diagnosticata la schlerosi multipla che l'avrebbe portata alla morte il 19 ottobre 1982, un lunedì, a soli 47 anni e che già dal 1970 aveva fatto sentire i suoi effetti con la progressiva perdita della sensibilità delle dita), Boccherini, le sonate per violoncello e pianoforte di Beethoven, Brahms, Chopin e Franck, due suite di Bach, una sonata di Haendel, i Trii e le variazioni di Beethoven, il trio di Ciaikovskij, i Fantasiestucke di Schumann (con Gerald Moore!), Kol Nidrei di Bruch, il XIII concerto di Couperin dai Gouts Réunis e per finire il Don Chisciotte di Strauss diretto da Boult.
Le registrazioni vanno dal 1961, Haendel e de Falla, quando la du Pré aveva solo 16 anni essendo nata venerdì 26 gennaio 1945, al 1973.
La grande maggioranza dei pezzi da camera vedono ovviamente la presenza di Daniel Barenboim al pianoforte e di Pinchas Zuchermann nei trii.
Imperdibile.

PS

Cosa diavolo ci fanno i CD di Giovanni Allevi nel reparto della musica contemporanea? La sola constatazione che Allevi si trovi a venti centimetri da John Adams, Luciano Berio e Eliott Carter, ad un metro di distanza da Bruno Maderna e Olivier Messiaen, a uno e mezzo da Steve Reich e Arvo Part e a due metri da Stockhausen o Scelsi mi fa venire l'orticaria e un gran prurito alle mani.

venerdì 9 novembre 2012

Ciclo Novecento

Metto SKY, il canale della classica, e mi trovo davanti ad uno dei concerti del ciclo '900 che il maestro Francesco Maria Colombo tenne tra il 2009 e il 2010, per la precisione quello dedicato a Prokofiev del maggio 2010.
Osservo con piacere che SKY continua a riprogrammarli perchè erano veramente ottimi.
Personalmente ho ricordi bellissimi di quelle domeniche mattina.
Ne ricordo una in particolare.
Era il 18 gennaio 2009 ed in programma c'era la suite da Pulcinella di Igor Stravinskij ma nel concerto furono eseguiti anche ampie porzioni di Apollon Musagete, uno dei suoi più grandi capolavori.
Quando il concerto terminò e si uscì nevicava ed ero felice come raramente mi è capitato con quei fiocchi che danzavano nell'aria e la musica di Stravinskij che mi suonava dentro.
E' stato uno di quei momenti in cui dici: "Questo me lo ricorderò per sempre".

Concerti

Questa mia settimana musicale è iniziata lunedì al Conservatorio dove Alexander Lonquich, grande pianista tedesco, ha eseguito i due libri dei Préludes di Claude-Achille Debussy, di cui quest'anno ricorre il 150° anniversario della nascita. Belle esecuzioni da parte di Lonquich e gran bel concerto.
Mercoledì, invece, alla Scala Daniel Barenboim, nella veste di pianista, con Daniel Harding come direttore, ha tenuto un concerto dove ha eseguito il terzo concerto di Beethoven e il primo concerto di Ciaikovskij. Premesso che Harding è stato splendido nelle sue esecuzioni ben concertate e condotte con bel gesto, parco ma deciso e sicuro, le prestazioni di Barenboim sono state alterne. Il suo Beethoven è stato ottimo, del resto già negli anni '60 Barenboim eseguì ed incise i concerti di Beethoven nientemeno che con Otto Klemperer. Con Ciaikovskij, secondo me, si è trovato un po' in difficoltà soprattutto nei due tempi estremi. Certi passaggi di ottave da fare fortissime e velocissime, a metà del primo movimento, ad esempio, non erano molto soddisfacenti e anche nel finale dove il pianista è chiamato ad una prestazione piuttosto atletica Barenboim, secondo me, ha rivelato di non essere l'interprete ideale di questa musica; nulla a che vedere con pianisti tipo Horowitz o Richter e se non sei in possesso di mezzi fisici eccezionale questo concerto è meglio evitarlo. Molto bello e poetico, invece, il secondo movimento, con momenti veramente incantevoli anche per l'ottima intesa con l'orchestra di cui Barenboim faceva quasi il direttore principale. Poi sono iniziati i bis chopiniani. Come primo ha suonato il notturno op. 27 n. 2; bella esecuzione. A seguire il walzer op 64 n. 1; esecuzione buona ma non molto chiara nell'articolazione della mano destra (Blechacz, nel video, è su un altro pianeta!). Non contento si è prodotto in un terzo bis, la polacca op. 53 "Eroica" e qui, purtroppo, le cose sono andate piuttosto male. In realtà non ne voglio neanche parlare perché è stato imbarazzante (Horowitz nel video o Rubinstein stanno dall'altra parte della galassia). Dico solo che un grande artista come è Barenboim dovrebbe sapere ciò che può fare bene e ciò che è meglio evitare. Quello Chopin non fa per lui ed è inutile e fastidioso che tenti di sopperire ad evidenti difficoltà tecniche (ancora terribili passaggi di ottave) con un'accentuazione dell'intensità pestando sui tasti e sul pedale approdando così ad un'esecuzione confusa e massimamente approssimativa. Dovrebbe portare anche più rispetto per la Scala e ricordarsi che lì chiunque è chiamato ad esibirsi al top delle proprie possibilità e capacità. Grandi applausi con qualcuno che ha tentato di dissentire. Personalmente sono troppo discreto per mettermi a muggire come un vitello per cui me ne sono andato sperando che non facesse un ulteriore bis.
Ieri sera in Auditorium si teneva invece il nono concerto della stagione della Verdi coprodotto con Milano Musica, rassegna di musica contemporanea, diretto da Andrea Pestalozza, figlio di Luciana Pestalozza Abbado, sorella di Claudio Abbado e recentissimamente scomparsa.
Il concerto si è aperto con un pezzo di Marco Stroppa, Let me sing into your ear, scritto nel 2010 ed in prima esecuzione in Italia. Il pezzo è scritto per corno di bassetto amplificato ed orchestra da camera. Il solista, Michele Marelli che è anche il dedicatario del pezzo, stava su una pedana sul fondo mentre davanti, tra il direttore e i primi violini, c'era l'amplificazione. Il pezzo è in due parti A e B ognuna divisa in tre sezioni dai titoli strani (Irredento, Rintanato, Marmoreo, Pulviscolante, ecc.).
Le dinamiche sono piuttosto ridotte e solo in alcuni parti la musica si agita mentre per la maggior parte del tempo le sonorità sono tenui, come provenienti da un grande distanza. Pezzo un po' evanescente ma di bell'impatto sonoro e fatto di belle atmosfere anche se non ho capito bene dove volesse andare a parare.  Bravissimo il solista.
A seguire è stato eseguito il concerto per tre pianoforti ed orchestra di Niccolò Castiglioni, brano del 1983 ma in prima esecuzione assoluta dal momento che lo stesso Castiglioni ne impedì la pubblicazione. Forse la sua pudicizia gli vietava di pubblicare un pezzo così scoperto, così eccessivo. In effetti, conoscendo altri brani dello stesso autore, questo Castiglioni mi ha sorpreso molto. Il concerto è in sei movimenti ma il tutto dura circa 15 minuti. Nei primi 5 tempi i tre pianoforti non intervengono molto nel discorso che viene condotto essenzialmente dall'orchestra. Nel finale, invece, i pianoforti prendono decisamente l'iniziativa e dopo una serie di gesti pianistici arrivano ad un accordo che viene ripetuto per 190. L'effetto è stranissimo perchè in ogni istante pensi che la musica debba cambiare in qualche modo ma ciò non accade finchè improvvisamente il primo pianoforte parte con un motivetto da canzonetta che viene immediatamente commentato, violentato, variato dagli altri due pianoforti; man mano si unisce tutta l'orchestra creando un guazzabuglio sonoro fatto di gesti violenti e caotici a cui mette improvvisamente fine un percussionista, nella fattispecie Stefano Bardella, posizionato a fianco del direttore che fino a quell'istante era stato lì ad ascoltare pazientemente e ad un certo punto si è alzato con l'aria di dire "Adesso vi sistemo io" e presi i piatti si è prodotto in un clamoroso colpo di piatti a due.
Non si può dire che si tratti di un brano che non colpisce. A me è piaciuto e credo che potrebbe diventare anche un brano con una certa notorietà se gli verrà data l'occasione di essere eseguito.
Sui primi due pezzi ho sentito le solite battute tipo: "Una musica così la comporrei anch'io" battute vecchie e banali che si potrebbero evitare e che non sono per niente originali. Considerando che ho abbastanza anni, ma non troppi, da aver sentito un idiota fischiare un brano di Debussy (nel 1969 in un concerto diretto da Abbado), affermazioni simili mi scivolano via come l'aria fresca e vorrei chiedere a questi geni che sanno tutto di musica: "Scusi, perchè Beethoven è un compositore importante? Come ascolta lei Beethoven? Trova gradevole la Grande Fuga? Secondo lei Mahler è ancora un autore contemporaneo e ai suoi tempi scriveva musica contemporanea?" e sarebbe per me fin troppo facile ricordare i tempi in cui, fine anni '60, la gente alla Scala se ne andava durante l'esecuzione della V di Mahler diretta nientemeno che da sir John Barbirolli (c'ero) o che Mitropoulos agli inizi degli anni '50 dovette redarguire il pubblico scaligero che fischiava il Wozzeck di Alban Berg spiegando loro che si trattava di un capolavoro scritto 30 anni prima (non c'ero). Questo perché ho il fondato sospetto che nell'ascolto della musica prevalga l'abitudine facendola passare per classicismo e superiorità su quanto viene proposto di nuovo.
Il concerto si è concluso con la prima sinfonia di Mahler, una delle cose di Mahler che mi piace di più. Premesso che nel complesso ho ascoltato esecuzioni migliori di questa sinfonia si deve però riconoscere che si è trattato di un'interpretazione non banale né scontata con momenti molto belli, ad esempio lo scherzo e il trio e molto bello anche il terzo movimento, vero centro della sinfonia e praticamente di tutto Mahler con una parte centrale dove viene citato l'ultimo lied, Die zwei blauen Augen, dai Lieder eines fahrenden Gesellen riorchestrato da Mahler in modo stupendo. Leonard Bernstein o Bruno Walter in quel punto sono commoventi fino alle lacrime ma Andrea Pestalozza non è stato da meno coadiuvato splendidamente dall'orchestra. Soprattutto mi è parso che l'esecuzione data da Andrea Pestalozza, anche se qua e là un po' faticosa, sia stata molto chiara ed abbia messo bene in evidenza alcune peculiarità del linguaggio di Mahler che si sarebbero sviluppate nelle opere successive. (Mi chiedo quando qualcuno si prenderà la briga di programmare la sinfonia in mi maggiore di Hans Rott il cui ascolto rivelerebbe tante affinità con il linguaggio di Mahler che, del resto, aveva di lui un'altissima stima).
Comunque grande stima e ammirazione per Andrea Pestalozza come musicista in genreale ed in particolare per il suo grande impegno nella diffusione del repertorio contemporaneo e naturalmente, e soprattutto, per la sua mamma che tanto ha fatto per Milano e per la musica.
L'orchestra ha suonato bene ma non sempre al meglio, soprattutto i corni.
Buon pubblico con parecchi giovani ed un pubblico anche diverso dal solito data la presenza di musica contemporanea, cosa, peraltro, che come ai tempi di Abbado alla Scala o come accade in luoghi come Berlino, Amsterdam o Londra, dovrebbe essere la normalità.
Questi concerti sono stati anche l'occasione per rivedere tante persone che già incontravo 30, 40 anni fa. Gli anni sono passati ma siamo ancora qua e ho scoperto una volta di più che mi fa molto piacere rivedere queste persone perchè abbiamo condiviso in vari modi tante cose belle e che voglio molto bene a tutte loro.


martedì 6 novembre 2012

Giuseppe Verdi - Lettere

More about Lettere

Ho preso questo bel libro curato da Eduardo Rescigno dedicato alle lettere di Verdi e pubblicato da Einaudi nella collana I Millenni.
Ovviamente è una scelta di 700 lettere tra le migliaia che Verdi scrisse e ricevette nella sua lunga vita. In quei tempi, senza internet e telefono, si scrivevano lettere e le poste funzionavano bene.
Il volume, di ben 1165 pagine, contiene anche dettagliate notizie biografiche, le sinossi di tutte le opere e l'indice delle persone citate corredate dalle notizie che a loro si riferiscono.
Il libro è arricchito anche da belle illustrazioni di Giuliano della Casa.
Libro molto raccomandabile.
Sfogliandolo viene fuori, al di fuori dell'ufficialità, il Verdi che chiama il librettista Francesco Maria Piave "Mio bel Mona dei Mona Monissimo" e gli intima in modo perentorio, scherzando ma fino ad un certo punto, di scrivere con POCHE PAROLE... MA SIGNIFICANTI dal momento che trova il Piave sempre piuttosto prolisso e in un modo che toglie energia (mi veniva in mente Stravinskij che parlava del suo rapporto con Cocteau a proposito del libretto dell'Edipus Rex); viene fuori anche il Verdi nei suoi rapporti con il potere, con la politica, nei suoi rapporti privati spesso, soprattutto verso la fine della sua vita, così teneri.
Il libro riproduce le lettere così come Verdi le scrisse con tutti i suoi errori d'ortografia e le abbreviazioni che usava dal momento che era sempre di fretta.
Il libro non costa poco ma rappresenta un investimento; fra 30 o 40 anni per comprarlo, in questa edizione,costerà una fortuna (piccolo ragionamento che mi faccio sempre quanto spendo soldi per i libri; del resto recentemente ho appreso che un libro edito da Ricciardi e pubblicato nel 1969 "Fuori di casa" di Montale in una non certo lussuosa brossura, e che costava 3.500 lire, cioè meno di un LP, oggi sul mercato antiquario lo devi pagare poco poco 200 euro).
Considerando che ci stiamo avvicinando al 2013, bicentenario di Verdi (e di Wagner), sempre che non ci sia la fine del mondo il prossimo dicembre, penso che sia un bel modo per osservare un po' più da vicino Giuseppe Verdi, un grande italiano di cui possiamo andare fieri.

domenica 4 novembre 2012

Giuseppe Verdi, un grande amico

L'ottavo concerto della stagione dell'orchestra Verdi ha visto ancora una volta sul podio Jader Bignamini che ha sostituito la Xian Zhang da poco nuovamente mamma.
Programma tutto verdiano con il quartetto eseguito per orchestra d'archi e i quattro pezzi sacri.
Il quartetto fu scritto nel marzo 1873 a Napoli, dove Verdi si trovava per una rappresentazione di Aida, nei momenti d'ozio ed è un caso unico nella produzione verdiana. Non so se Verdi avesse intenti polemici nei confronti di chi sosteneva la superiorità della musica strumentale di area tedesca dimostrando di essere capace di scrivere un quartetto. In ogni caso si cimentò con questa forma che è di certo la più difficile. Se non hai nulla da dire e scrivi un quartetto se ne accorge chiunque mentre se scrivi per orchestra, con i colori e i timbri, puoi confondere le acque. Verdi, peraltro, scrivendo il quartetto, rimase fedele al suo stile che è sempre riconoscibile e diede una dimostrazione in più della sua grande bravura nella scrittura per gli archi. Come dimenticare la poesia, di un vero poeta, del preludio della Traviata o di certe parti di Aida, di Otello, ecc. ecc. e il finale è una fuga ben scritta, ma del resto Verdi non concluderà la propria carriera di operista con la fuga finale del Falstaff?
Nella seconda parte del concerto sono stati eseguiti i quattro pezzi sacri, due a cappella, l'Ave Maria, su scala enigmatica, e le Laudi della Vergine, da Dante, e due con orchestra, lo Stabat Mater e il Te Deum. Ancora una volta sono rimasto profondamente impressionato ed anche molto scosso da questa musica così forte. Mi veniva da paragonare, in particolare, il Te Deum di Bruckner con quello di Verdi e nello specifico nelle loro sezioni finali, in te Domine speravi. In Bruckner si sente che ci crede veramente e che quella speranza, pur essendo una speranza, è una speranza che volge verso la certezza. In Verdi è una speranza, un auspicio che si spegne in un pianissimo pieno d'angoscia tanto più drammatico dal momento che viene raggiunto dopo un fortissimo carico di vera speranza che non riesce a diventare una certezza; un brano grandissimo di un Verdi umanissimo che mi si è messo vicino come un compagno di viaggio o un amico con il quale ho percorso tanta strada insieme. Ne sono uscito veramente molto colpito. (Leggendo una recensione del concerto di martedì scorso di Claudio Abbado che ha eseguito la VI di Mahler ho letto che quella è musica che non si può eseguire in modo convincente se si è privi di un'esperienza di vita fatta anche di profonda sofferenza interiore. Mi permetto di non condividere quell'opinione. Per me questo Verdi è un'opera e una musica che parla veramente di sgomento e di sofferenza interiore, la sesta sinfonia di Mahler è tutta troppo esposta, tutta o quasi tutta troppo gridata, fatta di gesti plateali, di grandi proclami esteriori. Che poi possa anche colpire non lo nego ma non appartiene al mio gusto.)
Le esecuzioni date da Jader Bignamini sono state ottime; oltretutto ha diretto sempre a memoria, dimostrando una grande conoscenza di queste musiche. Nel quartetto grande resa degli archi con momenti veramente belli, come il trio dello scherzo dove i violoncelli hanno cantato la loro bella melodia con un'intensità ma nello stesso una moderazione assolutamente grande. Coro grandissimo e un plauso deve essere elevato ad Erina Gamberini che dopo la morte di Romano Gandolfi ha saputo conservare quel suono, quel timbro così verdiano, così caratteristico che mi veniva ancora in mente ricordando antichi Requiem verdiani diretti da Abbado negli anni '70 quando alla Scala c'era appunto Romano Gandolfi.
Grande prestazione dell'orchestra, impeccabile e grande Jader Bignamini che mi pare stia maturando un'arte direttoriale di assoluto rilievo.
Un bellissimo concerto con poco pubblico (domenica), purtroppo.

sabato 27 ottobre 2012

Abbado a Ferrara: sono già lì.

Se non succedono cataclismi  venerdì 12 aprile 2013 andrò con mia moglie a Ferrara per un concerto di Abbado con la Argerich. Purtroppo sono arrivato tardi per un pelo per il concerto di Abbado del 30 ottobre con Barenboim al pianoforte e la VI di Mahler (stanno già provando da una settimana, mica due giorni e via).
Abbiamo già i biglietti e con i giusti contatti (potenza di Facebook! Grazie a Mara) ci è costata molta ma molta meno fatica di quella volta che Abbado venne alla Scala nel 1993 con i filarmonici di Berlino: due giorni di impegno, con appelli alle quattro del mattino e chi era assente perdeva il posto. Meno male che allora abitavo in pieno centro e alla Scala ci potevo praticamente andare a piedi facendo una passeggiata ma, considerando che era il 31 gennaio, faceva un freddo cane.
Invece ora con due clic ho fatto tutto bello sciallo e comodamente senza tanto sbatti, come direbbe il piccolo.

Pinchas Zuckerman

Ieri sera per le Serate musicali il violinista Pinchas Zukerman ha fatto un concerto con musiche di Schumann, Franck e Brahms.
Si è iniziato con le Tre Romanze per oboe e pianoforte op. 94 di Robert Schumann, un'opera scritta nel dicembre 1849 come regalo di Natale per Clara, nata Wieck, la più grande pianista dell'ottocento e lei stessa compositrice di belle musiche. L'originale è per oboe ma lo stesso Schumann prevede la possibilità di usare il violino. Brano di grande intensità e tenerezza, di una profondità che si nasconde nella più grande semplicità. Zuckerman ha suonato il pezzo quasi in punta di piedi, con grande compostezza, poesia e stile, caratteristica, questa dello stile, che è stata una costante di tutto il concerto.
A seguire César Franck e la sua sonata per violino e pianoforte in la maggiore del 1886, uno tra i più grandi capolavori del genere sonata per violino e pianoforte. Personalmente adoro Franck nel senso che tutto ciò che ha scritto mi piace e trovo meravigliosa la sua armonia e le sue progressioni. Zuckerman ha suonato benissimo facendo cantare il violino con una grandissima intensità ma con suono sempre bello dal registro più profondo a quello più acuto e senza mai farsi travolgere dalla piena di canto e di ardore che viene fuori da questa musica meravigliosa.
Nella seconda c'era lo Scherzo della sonata FAE (Frei aber einsam) (nel bellissimo video con Kogan che suona vari pezzi lo scherzo inizia al minuto 15.15) scritta nel 1853 a sei mani con Schumann e Dietrich. Brahms aveva 20 anni e in questo geniale scherzo si trova già molto di ciò che sarà il Brahms futuro.
Per finire un altro grande cavallo di battaglia dei violinisti, la sonata n. 3 in re minore op. 108, sempre di Brahms che la scrisse tra il 1886 e il 1888. Jorge Luis Borges nel suo libro A/Z alla voce Brahms scrive: "La musica di Brahms è l'unica, oltre alle milongas, agli spirituals e al cante jondo, che riesca a commuovermi." Brahms, soprattutto l'ultimo Brahms, si nasconde dietro elementi minimi di cui quasi non ci si accorge. Non è certo un autore molto appariscente e raramente alza la voce; è un autore da meditazione, da gustare nel proprio intimo, ma appunto per questo riserva delle gioie profonde quasi impalpabili. Anche in questa sonata Zuckerman, grande violinista incapace di suonare male, ha suonato benissimo, con grande suono, sensibilità e stile.
Accompagnava al pianoforte la pianista Angela Cheng, buona ma non esente da pecche qua e là.
Pubblico scarsino che riempiva neanche un terzo del dal Verme.

venerdì 26 ottobre 2012

Per chiudere...

Per chiudere questa settimana così intensa una composizione di Francis Poulenc, lo Stabat Mater, un opera di una bellezza assoluta





che fa il paio con lo Stabat Mater di Karol Szymanowski, altro grandissimo capolavoro






e, naturalmente, il capolavoro assoluto, quello di Giovanni Battista Pergolesi


Il ritorno della Xian

Programma tutto brahmsiano per la rientrante Xian dopo la seconda maternità.
Si è partiti con un brano da bis, la danza unghesere n. 1 in sol minore che è servita per scaldare i muscoli all'orchestra. Bella esecuzione anche se nella parte centrale,"sostenuto e poco a poco in tempo" la Xian forse ha staccato un tempo troppo lento.
A seguire il doppio concerto per violino e violoncello op. 102 scritta nel 1887. Questa è l'ultima opera sinfonica di Brahms ed è un'opera che riprendeva un genere piuttosto abbandonato. In effetti in quegli anni andavano molto di moda i concerti virtuosistici per pianoforte o per violino, ma Brahms già nei suoi concerti precedenti aveva dimostrato di curarsi ben poco degli aspetti virtuosistici e di privilegiare di gran lunga l'intensità, l'espressione e il contrappunto. Quest'opera nacque anche come riconciliazione con il vecchio amico, il violinista Joachim con il quale i rapporti si erano interrotti a causa della moglie di Joachim di cui Joachim era gelosissimo e di cui Brahms prese le difese contro le infondate accuse di tradimento del marito. Il concerto, una specie di sinfonia concertante se non un concerto grosso ampliato, non è virtuosistico ma è molto difficile. Non è propriamente il mio Brahms preferito e sono abbastanza d'accordo con il grande critico Hanslick, che fu un alfiere di Brahms, quando diceva che il concerto era "più scritto che ispirato" però contiene dei passaggi strepitosi e, appunto perchè non è sempre sostenuto da quella piena di melodia che si riscontra in altri pezzi di Brahms, merita ogni cura da parte degli esecutori. L'esecuzione è stata molto buona con una bella intesa tra la Xian e i due solisti, la storica spalla dell'orchestra Luca Santaniello e il primo violoncello Mario Shirai Grigolato che hanno suonato con intensità. Un bel successo per entrambi. E' buona cosa che le prime parti dell'orchestra abbiano la possibilità di esibirsi da solisti, un'ottima esperienza che aumenta l'autostima non di poco. Come bis la passacaglia di Haendel in versione per violino e violoncello che fu usata anche come sigla degli intervalli RAI, da con confondersi con la sigla con le pecore, molto precedente, che era di Paradisi.
Per finire la prima sinfonia op. 68 del 1876, scritta dopo anni di attesa da parte del mondo musicale. Il confronto era nientemeno con Beethoven. Brahms sentì questo carico di responsabilità e compose questa sinfonia quando si sentì sicuro di poter scrivere qualcosa di personale e non un'imitazione di Beethoven, cosa che l'avrebbe condotto al disastro. 
La Xian aveva già eseguito questa sinfonia nel gennaio del 2011. L'esecuzione di quest'anno mi ha sorpreso fin dall'inizio: un'esecuzione più meditata, più profonda e sofferta ma anche molto dinamica. Una grande esecuzione molto ben concertata. 
L'orchestra ha suonato da grande orchestra, in modo virtuoso, da orchestra che possiede nelle propre corde questa musica. 
Ottimi tutti gli interventi solistici, l'oboe di Luca Stocco nel secondo movimento, il flauto di Massimiliano Crepaldi nell'introduzione del finale, il clarinetto di Raffaella Ciapponi, il corno di Sandro Ceccarelli che è stato sempre ottimo e grandioso nel richiamo del corno alpino nel finale che ha suonato con bellissimo suono, ma senza dimenticare tutto in gruppo dei corni che ha suonato sempre bene, ed infine il violino di Nicolai von Dellingshausen, per l'occasione spalla, dal suono immacolato ed intonatissimo nel duetto finale del secondo movimento con il primo corno , una conclusione strepitosa per il bellissimo movimento.
Pubblico molto numeroso con moltissimi giovani: una bella gioventù, finalmente! Successo per tutti.
Omaggio di un pacchetto con nastro azzurro alla Xian da parte di una carinissima signora della platea per ricordare che la Xian sarà anche una donna di ferro ma è prima di tutto una donna e una mamma di due bambini e secondo me questo fatto forse ha inciso nel modo di interpretare questo Brahms, più maturo e sentito.

lunedì 22 ottobre 2012

Dedica

Dedicato ad una persona, la mamma di tre dei miei cugini, che da oggi non è più qui.

Herr, lehre doch mich,
daß ein Ende mit mir haben muß.
und mein Leben ein Ziel hat,
und ich davon muß.








Ihr habt nun Traurigkeit;
aber ich will euch wiedersehen,
und euer Herz soll sich freuen,
und eure Freude soll niemand von euch nehmen.



domenica 21 ottobre 2012

Aspettando Pinchas Zukerman

Fra qualche giorno ascolterò Pinchas Zukerman dal vivo.
Intanto qui, in ottima compagnia, Daniel Barenboim e Jacqueline du Pre, esegue il trio di Ciaikovskij, gran musica!


venerdì 19 ottobre 2012

Che trio!

In tutti i sensi, che trio!
Amo questo trio di Brahms.


Jaqueline du Pré

25 anni fa moriva Jaqueline du Pré. Fu una perdita enorme per la musica, una tragedia per noi che eravamo suoi fan già da molti anni privati della sua presenza a causa della sua malattia che la fece morire così giovane.
Se penso che ora avrebbe 67 anni mi viene una rabbia...
E' incredibile come la vita si accanisca con alcuni e la du Pré non fu certo fortunata considerando la malattia e la sua vita privata (credo seriamente che una delle cause, forse la più importante, per cui non riesco a considerare con simpatia il suo enfatico marito Daniel Barenboim, sia dovuto proprio a questo motivo, cioè che lui non le sia stato vicino fino alla fine; sarà un difetto mio ma certe cose non riesco a superarle).

Qui aveva 17 anni ed era deliziosa con quel taglio di capelli.


Dalle tenebre alla luce

Ieri sera in Auditorium Claus Peter Flor ha diretto un concerto ad alto contenuto spirituale con musiche di J. S. Bach, Cantata BWV 199 "Mein Herz schwimmt im Blut" (Il mio cuore nuota nel sangue), cantata per la XI domenica dopo la Trinità e l'ottava sinfonia di Anton Bruckner.
Nel 1714 Bach fu nominato Konzertmeister alla corte di Weimar. Tra i suoi obblighi c'era quello di scrivere una cantata al mese per il servizio di corte. Fu così che domenica 12 agosto 1714 fu eseguita la cantata Mein Herz schwimmt im Blut che probabilmente era stata scritta l'anno prima ma fu riproposta anche successivamente a Cothen e a Lipsia, domenica 8 agosto 1723 trasposta dal do minore di Weimar a re minore. Il testo di Georg Christian Lehms da Darmstadt è correlato alla contrizione, al pentimento. Il testo, di carattere pietistico, può fare oggi un effetto un po' strano, perfino eccessivo ma in quell'epoca era perfettamente in sintonia con la sensibilità del tempo. A questo proposito si possono leggere i capitoli sulla letteratura tedesca del Mittner relativi a quel periodo per rendersi conto in modo più profondo di quanto fosse radicato questo sentimento pietistico. La cantata non fu pubblicata nell'edizione ottocentesca dei lavori di Bach, edita dalla Bach-Gesellschaft perchè l'autografo fu scoperto nel 1911 a Copenhagen. La cantata è scritta per un soprano, archi, un oboe e basso continuo; è in otto parti con quattro recitativi che precedono tre arie e un corale. La prima aria, con l'oboe obbligato, è una supplica; la seconda aria, con l'accompagnamento degli archi ricorda in qualche modo Haendel per l'ampiezza del gesto musicale ; la terza aria, che conclude la cantata, corrisponde al momento in cui il penitente si è finalmente riconciliato con Dio: ha quindi un carattere di danza, una giga, che disperde le immagini cupe che caratterizzavano le precedenti parti della cantata costruendo così un percorso che dalle tenebre conduce alla luce. Tra la seconda e la terza aria è inserito un corale scritto con una viola obbligata (ma nelle esecuzioni successive furono utilizzati altri strumenti, un violoncello, la viola da gamba, il violoncello piccolo) sulle parole della terza strofa del famoso inno Wo soll ich fliehen hin di Johann Herrmann.
Cantava la soprano Deborah York, vecchia conoscenza per essere stata già presente in Auditorium molte altre volte. La York è molto brava, è un'autentica specialista, anche se non ha una voce di grande volume per cui in certi momenti, soprattutto nel registro basso, la si sente poco. Molto bella, comunque, la sua interpretazione e bella la direzione di Flor con in evidenza la viola di GabrieleMugnai e l'oboe di Luca Stocco nella prima aria.
Nella seconda parte del concerto è arrivato Anton Bruckner (sabato 4 settembre 1824 - domenica 11 ottobre 1896). 
Bruckner è un personaggio strano. Sostanzialmente audidatta, grande organista, scrive varia musica sacra, sottopone nel 1852 le sue musiche al maestro di cappella di corte Ignaz Assmayr, allievo di Michael Haydn e amico di Schubert, da cui riceve il consiglio di abbandonare la musica, pur abbattuto nel 1854 scrive una Missa Solemnis che ha un buon successo e che sottopone a Simon Sechter, organista di corte e docente col quale avrebbe voluto studiare anche Schubert se non fosse morto, che ammira l'opera ma gli consiglia di ricominciare da capo a studiare alla sua scuola arrivando così il 22 novembre 1861 (37 anni!) al conseguimento del certificato di "maestro di musica" al conservatorio di Vienna. Il direttore d'orchestra Johann Herbeck che faceva parte della commissione esaminatrice e che nel 1865 avrebbe scoperto ed eseguito la sinfonia Incompiuta di Schubert, disse: "Se io sapessi la decima parte di ciò che lui sa, mi stimerei felice... E' lui che avrebbe dovuto esaminare noi".
Da lì in poi scriverà le sue opere maggiori, le messe, il Te Deum, le opere sinfoniche e le poche ma splendide opere da camera.
Fa anche grandi incontri, Wagner nel 1865 per il Tristano, Liszt per la Santa Elisabetta e Berlioz nel 1866 per la Damnation de Faust ma nel 1867, sopraffatto da enormi tensioni psichiche finisce in ospedale psichiatrico con il divieto di comporre. E' preso da ossessioni assurde come la comptomania, quella di contare tutto ciò che gli capita sotto gli occhi, le foglie di un albero, le stelle nel cielo, le croci che incontra sul suo cammino, ecc. e che forse può essere ritrovata nella sua musica nell'osservanza delle frasi musicali di quattro battute o nei meccanismi ossessivi degli "scherzi".
Ferventissimo cattolico, se non avesse trovato nella musica un mezzo in cui scaricare le proprie nevrosi e il proprio mondo interiore si sarebbe ridotto ad essere un tipo strano da paese, un tipo bizzarro, sostanzialmente un infelice rovinato dai preti e dalle troppe preghiere, come riteneva Brahms che, a meno di sei mesi dalla sua morte (3 aprile 1897), andrà al suo funerale, lui agnostico ma luterano di origine, facendosi portare in carrozza alla chiesa ma restando fuori da quel luogo di culto cattolico.
Nella musica trovò invece un grande riscatto e fu un gigante che scrisse musiche, soprattutto le sinfonie, che fanno l'effetto di massi in mezzo ad un prato, come talvolta si vede in montagna (ma non si devono dimenticare, ad esempio, le sue splendide musiche corali di un'armonia magnifica).
Se si osservano le date di composizione si osserva come spesso, non appena terminata una sinfonia, Bruckner iniziasse la successiva, come se riprendesse da capo ad occuparsi di un problema, sempre dello stesso problema esistenziale che in una sinfonia trovava una soluzione provvisoria per essere riproposto immediatamente dopo da capo. In questo senso le sue sinfonie sono sono tutte simili tra loro. Se si esaminano i singoli movimenti si osserva come da una sinfonia all'altra cambi il materiale musicale ma come lo schema sia sostanzialmente il medesimo ed anche come certi stilemi, ad esempio le frasi costruite con lo schema 2+3 o 3+2, ritornino sempre in modo ossessivo.
L'ottava sinfonia, in assenza di un finale per la nona sinfonia, rappresenta certamente il suo più grande esito sinfonico. In questa sinfonia Bruckner costruisce un arco enorme che partendo dal tremolo iniziale su cui si innesta il primo tema, minaccioso ed oscuro, arriva fino al finale dove ad un tratto, dopo tanto girovagare, implorare, pregare, raggiungere punti di approdo che sembrano stabili, ritorna in fortissimo il medesimo tema dell'inizio. Spesso nelle sifonia di Brucker la fine e l'inizio coincidono. Nell'ultima pagine del finale della quarta sinfonia torna il tema dei corni con cui la sinfonia era iniziata e fa l'effetto che in 2001 Odissea nello spazio fa il monolito alla fine del film che richiama l'inizio. Nell'ottava l'effetto è molto amaro perchè prendi coscienza che sei ancora lì, con lo stesso problema dell'inizio, ma mentre nel primo movimento al terribile ritorno finale del tema segue uno spegnimento rassegnato, nel finale tutto ciò che è trascorso nel mezzo ti dà la forza per superare quel momento critico e ti permette, con un ultimo sforzo veramente enorme, di portare a compimento l'opera in modo glorioso. Non a caso alla fine Bruckner, in do maggiore, sovrapporrà uno sopra l'altro i temi che sono intervenuti nella sinfonia portando la musica ad una conclusione trionfale per quanto instabile e provvisoria.
L'esecuzione di Claus Peter Flor, che ha eseguito la seconda versione del 1890 (la questione delle versioni di alcune sinfonia di Bruckner è molto interessante ed anche tipico del personaggio), è stata bella, l'ho apprezzata molto. Forse il primo tempo era un po' troppo veloce ma il resto è stato ottimo. Comunque tutto è stato molto ben diretto, ben concertato e soprattutto interpretato in modo vivo. Considerando quanto sia difficile dirigere Bruckner per l'adesione emotiva, ma anche razionale ed intellettuale che viene richiesta e quanto sia facile ridurre una sinfonia di Bruckner ad un ectoplasma informe, farraginoso e senza né capo né coda nell'eterna alternanza di pianissimi e brutali fortissimi privi di significato, mi è parso che Flor qui abbia raggiunto un livello interpretativo molto molto elevato ed in ogni caso è stata la migliore ottava di Bruckner che io abbia mai ascoltato dal vivo, a parte, forse, quella che ascoltai alla Scala nel 1973 diretta dal grandissimo Carl Bohm, ma non la ricordo, a parte il fatto che fu preceduta dall'esecuzione di una sinfonia di Mozart, mi pare la KV 201 in la maggiore.
L'orchestra lo ha seguito con grande dedizione e ha suonato bene, a tratti molto bene, in alcuni momenti in modo sublime (ci sono stati dei passaggi negli archi che mi sarei alzato dal mio posto per andarli ad abbracciare uno ad uno). 
C'è stato qualche piccolo incidente di percorso ma si sa quanto sia difficile suonare bene Bruckner dall'inizio alla fine tenendo conto che c'è anche un problema di tenuta e di fatica fisica in un pezzo così lungo.
Pubblico, diciamo, non molto numeroso che ha decretato un buon successo a tutti.
Secondo il mio modesto parere ieri sera il concerto avrebbe meritato ben altro pubblico ed un successo molto superiore; sarebbe stato il giusto riconoscimento per l'impegno che l'orchestra ci ha visibilmente messo per eseguire questa musica che è forse il più grande ed imponente esito del sinfonismo austro-tedesco dell'ottocento.