domenica 23 ottobre 2011

Milano musica

Ieri sera, all'Auditorium san Fedele, c'è stato un bel concerto del Trio di Parma con l'aggiunta del clarinettista Ib Hausmann.
Il pezzo forte del concerto era naturalmente l'ultimo, ovvero il Quatuor pour la fin du temps di Olivier Messiaen, brano di bellezza suprema e di una intensità quasi insostenibile nell'esecuzione dal vivo dove puoi vedere la tensione di chi suona in brani come il V Louange à l’Éternité de Jésus. Grande emozione nel pubblico bloccato nel silenzio per quasi un minuto senza applaudire alla fine dell'esecuzione. In effetti questo è un brano che passo dopo passo ti conduce in uno stato di sospensione, di immaterialità e di assenza della percezione del tempo in un clima di totale astrazione. Mi ha dato la stessa sensazione di quando studiavo matematica all'università dove si studiavano teorie che per essere comprese richiedevano una capacità di astrazione come se si dovesse uscire da sè e, sebbene tutto all'inizio sembrasse molto complicato, ad un tratto, quando cominciavi a capire, ti accorgevi di quanto fosse bella la cosa che stavi studiando ed in fondo anche semplice, nella sua complessità. E' da allora che ho capito che devo diffidare delle cose complesse che restano sempre ostinatamente complesse. Stessa cosa per questa musica, complessa ma non astrusa, di grande bellezza e con una enorme carica espressiva.
In precedenza erano stati eseguiti quattro brani in prima milanese. I primi due, Im Freien zu spielen di Federico Gardella e Solo il silenzio vive di Paola Livorsi, a dire sono risultati, almeno per me, abbastanza deludenti; troppo statici senza una via d'uscita; magari il tutto era voluto ma complessivamente l'effetto era piuttosto noioso. Invece il brano di Noriko Miura, Walk with the Light while Shining, per violino e violoncello è risultato interessante nell'intreccio degli strumenti e il quarto brano, di Toshio Hosokawa, Stunden-Blumen, un omaggio evidente a Messiaen, era interessante per come, muovendo da elementi minimi, costruisce un arco espressivo di sempre maggiore intensità e vigore per tornare alla fine al clima dell'inizio.
Un bel concerto ben suonato e con un grande pubblico fatto anche da tantissimi giovani, per fortuna!!!!!!!!!!!!

venerdì 21 ottobre 2011

Russi in Auditorium

Ancora un programma interamente russo per l'orchestra Verdi, due brani di Ciaikovskij e uno di Shostakovich.
Si è iniziato con il Capriccio italiano, pagina universalmente famosa. Personalmente penso di averlo ascoltato per la prima volta 44 anni fa ed ha smesso di piacermi meno di un anno dopo. Di tanto in tanto lo incontro di nuovo, come si incontrerebbe una vecchia conoscenza, per la quale magari ci si era presa anche un'infatuazione giovanile, ma dove ad ogni incontro si capisce che si era fatto bene a tagliare i ponti. Questa composizione infatti, secondo il mio gusto, a parte un momento felice nella tarantella, risulta piuttosto banale e volgare. Capisco che per un russo del XIX secolo, l'Italia, o la Spagna fossero paesi esotici, ma quel baccano inscenato da Ciaikovskj, come pure quella marcia lugubre dei fiati che potrebbe andare bene per una processione religiosa sulle parole "Vade retro Satàn", sono un po' troppo, per me. Molto meglio allora la reminiscenza d Berlioz nell'Aroldo in Italia nella marcia dei pellegrini, o la Jota aragonesa di Glinga o anche il Capriccio spagnolo di Rimsky-Korsakov, oppure, ancora meglio e rimanendo su Ciaikovskij, quel capolavoro di passione che è il Souvenir de Florence, opera per sestetto d'archi ma eseguibile anche in versione per orchestra d'archi.
L'altro brano di Ciaikvskij era la suite dallo Schiaccianoci. Speravo che fossero eseguiti brani dalla seconda suite invece è stata seguita la prima con l'inserimento solo del grande e bellissimo e appassionatissimo Pas de deux prima del Valzer dei fiori. Per quanto riguarda l'esecuzione di questo famosissimo valzer volevo solo far notare una particolarità dell'esecuzine lasciataci in disco da Toscanini. A parte il carattere incalzante e plastico dell'esecuzione, quando entrano i violini per l'esposizione del loro bel tema, nella ripetizione Toscanini esegue un ritmo puntato che dà uno slancio e un brio incredibile all'esecuzione. Si tratta di una licenza toscaniana; nessun altro lo fa ed è un peccato, a parte il fatto che per farlo con quel rigore e vigore bisognerebbe essere Toscanini, quindi meglio evitare.
Tra questi due brani era incastonato il concerto per pianoforte, orchestra d'archi e tromba di Shostakovich, brano del 1933 di un Shostakovich ventisettenne, sbarazzino e biricchino quanto mai. Questo è un brano che trasmette proprio allegria e gioia di vivere. Credo che poche volte come in questo brano Shostakovich rida e si diverta così di gusto e rivendichi il diritto di ridere con la musica. I tempi cupi sarebbero arrivati di lì a poco con le purghe staliniane ma qui non c'è traccia di ciò, neanche nel sommesso movimento lento, così poetico nel gioco degli archi con gli interventi delicati della tromba e del pianoforte. Nel finale invece tutto esplode con grotteschi interventi della tromba e frenetici e deliranti entrate del pianoforte tra glissandi e numeri degni di un pianista da saloon con la mano sinistra che impazzisce in salti clamorosi. Nel concerto hanno suonato la prima tromba dell'orchestra Alessandro Caruana e Boris Petrushansky, gran pianista che era già stato in Auditorium qualche anno fa per suonare un brano di Schnittke.
Il direttore era Evgeny Bushkov, alla sua terza apparizione in Auditorium, bravo ma senza particolari colpi di genio.
Molto pubblico. Buon successo.

giovedì 13 ottobre 2011

Maderna - Satyricon


Ieri sera per Milano Musica, allo Spazio Sirin di via Vela, è stato proiettato Satyricon di Bruno Maderna nell'allestimento del 2000 a Macerata diretto da Donato Renzetti.
L'opera fu composta tra il 1971 e il 1973 e fu eseguita per la prima volta pochi mesi prima della sua prematura scomparsa.
L'opera si compone di 21 numeri, che si potrebbero definire arie o scene, che non sono ordinati in una sequenza fissa per stabilire una volta per tutte una narrazione. Di conseguenza l'ordine può essere cambiato e alcuni numeri possono anche essere omessi. Del resto lo stesso Satyricon di Petronio è un'opera frammentaria e aperta.
Nell'esecuzione di ieri sera due numeri erano omessi. Rispetto ad un'altra esecuzione che avevo sentito, ad esempio, l'aria di Lady Lucky (Signora Fortuna) era collocata vicino alla cena di Trimalchio ed alla narrazione della sua fortuna, a simboleggiare il collegamento tra fortuna, soldi, cibo e quindi sesso, che sono le quattro entità attorno a cui gira tutta la vicenda; nell'edizione che conoscevo invece era posta all'inizio dell'opera, ad indicare come la fortuna regoli ogni cosa, un po' come nei Carmina Burana di Orff.
Dal punto di vista del testo, che è di Maderna, la maggior parte delle scene sono dette in lingua inglese, una sorta di lingua franca, un po' come il latino dei tempi di Petronio, ma una scena di seduzione è in francese, ovviamente, a cui il sedotto risponde in latino, a questo punto lingua incomprensibile, in tedesco sono le flatulenze di Trimalchio ed alcune parti, quelle burocratiche del testamento di Trimalchio, in italiano.
Dal punto di vista musicale, sono previste alcune scene con accompagnamento di nastro magnetico, scene notturne a sfondo erotico, specie di incubi che si celebrano tra corpi seminudi e quarti di bue; la altre scene o arie sono composte da Maderna ricorrendo spesso a citazioni. Così la scena della seduzione si basa sull'habanera della Carmen, nella scena della narrazione da parte di Trimalchio di come ha costruito la propria fortuna, nel punto culminante in cui egli vanta i milioni fatti, Maderna cita apertamente il trio di The stars and stripes forever di Sousa oppure nella scena dove Trimalchio immagina il proprio funerale e legge il proprio testamento, si citano Ciaikovskij (primo concerto per pianoforte), Wagner (Entrata degli dei nel Walhalla), Puccini (Boheme), ecc.
Una bella occasione d'ascolto di un'opera, che come spessissimo accade alla musica del '900, soprattutto a quella del secondo dopoguerra, viene relegata ai festival specialistici.
Del resto questo è un vecchio discorso. Infatti se agli inizi dell'800 le musiche che venivano eseguite nei teatri erano al 90% di compositori viventi, già alla metà del secolo la percentuale era scesa al 50% e si assestò al 25% circa agli inizi del '900. Ora basta scorrere una qualsiasi programmazione di ente concertistico o lirico per accorgersi che non solo i compositori viventi sono rarissimi, ma sono piuttosto sporadiche anche le esecuzioni di composidori del '900 già scomparsi da parecchio per cui queste stagioni si riducono ad una eterna riproposizione dei soliti autori consolidati, e nell'ambito dei soliti autori, dei soliti pezzi, mancando spesso anche la curiosità o il coraggio di proporre brani meno noti di autori famosi. Ma questo è un discorso piuttosto complicato che ha un sacco di implicazioni con gli altri generi musicali, con la società, ecc.

domenica 9 ottobre 2011

Haydn e contemporanei

Questa mattina, in Auditorium, c'era il secondo appuntamento per la serie MAGGIOREminore che in 10 appuntamenti accosta autori ritenuti dai più autori importanti ad altri che con il passare del tempo sono trascolorati al ruolo di comprimari.
Avevo mancato il primo appuntamento per altri impegni ma a questo non sono mancato, anche in una giornata di chiusura del traffico, ma con i mezzi, un tram e un filobus in 20 minuti sono arrivato, anzi siamo perchè c'era anche mia moglie, comodamente.
Questa mattina il compositore maggiore era Haydn accostato a due minori come Kotzeluch e Stamitz.
Leopold Kotzeluch, boemo, ai tempi era così famoso che si rifiutò di prendere il posto di Mozart a Salisburgo, quando Mozart andò a Vienna, perchè non abbastanza di prestigio e quando Mozart morì nel 1791 ne prese il posto a Praga al doppio dello stipendio. Era tale la sua fama che quando ci fu l'incoronazione dell'imperatore nel 1791 egli compose una cantata che fu altamente elogiata mentre Mozart compose La clemenza di Tito di cui non parlò praticamente nessuno. Beethoven lo considerava un "miserabile", Mozart era in competizione con lui e non lo stimava molto, Haydn praticamente, pur conoscendolo, non ne parla mai. Eppure la sua musica, almeno quella della sinfonia in sol minore ascoltata stamattina, non era per niente male; una musica nello stile Sturm und Drang dello Haydn di mezzo; niente di innovativo, ma interessante.
A seguire è stato eseguito il concerto in re maggiore di Stamitz per viola e orchestra, brano famigerato fra gli studenti dello strumento. In realtà, oltre ad essere un pezzo da esame, è un bel concerto con un secondo movimento veramente poetico che si conclude con una cadenza lenta della viola accompagnata da un violoncello in un clima di totale lontananza da fine dei tempi; un brano veramente stupendo. Ottimo Gabriele Mugnai, prima viola dell'orchestra Verdi, che come bis, suonando una viola d'amore, ha eseguito una versione solo orchestrale del coro a bocca chiusa della Butterfly di Puccini, in quanto Puccini in quel momento usa proprio quello strumento. Naturalmente calde lacrime per quella musica così dolce. Però devo confessare che detesto sempre di più Puccini per quel suo masochismo sulle donne che tanto più diventa crudele tanto più si manifesta con musiche dolcissime e bellissime, profondamente commoventi. Lo odio altrettanto profondamente.
Per terminare Haydn e la sinfonia N. 88 in Sol maggiore. Composizione meravigliosa sommamente ammirata da Brahms ed eseguitissima da un po' tutti i direttori, Toscanini, Furtwaengler, su su fino ad Abbado e Rattle. Qui si capisce cosa distingue un buon artista da un artista di genio. Ad esempio il fatto che nel primo movimento Haydn, contro ogni logica non utilizzi timpani e trombe, oppure quella semplicità discorsiva del secondo tempo così nobile e popolare assieme, oppure il trio del minuetto con quei suoni falsi su un accompagnamento da zampogne per finire poi nel finale che gira come una trottola e che contiene un passaggio estremamente complesso in canone che va avanti per decine di battute; qui si che mi ha preso un po' (tanta) di emozione, dovuta solo alla bellezza e non al sentimentalismo. Alla fine mia moglie mi ha detto "Che bello questo Haydn!" ed io non ero capace di pronunciare una parola sola; chissà cosa ha pensato, che sono uno scorbutico, probabilmente.
Comunque anche il ruolo dei "minori" è stato importante perchè spesso hanno portato delle innovazioni che sono state poi usate dai "maggiori"; inoltre il fatto che siano maggiori o minori è dovuto alla prospettiva con cui li vediamo. Chissà fra cento anni quali compositori a noi contemporanei saranno considerati maggiori e minori!
Belle esecuzioni da parte di una Verdi concentrata e ben diretta da Giuseppe Grazioli.
Pubblico abbastanza folto nonostante il blocco del traffico.

Festival Rota

Ieri sera si è concluso il festival Rota tenutosi presso il Conservatorio di Milano con un concerto dell'orchestra del Conservatorio diretta da Amedeo Monetti. Sono stati eseguiti il concerto per tuba e orchestra di Vaughan Williams, un brano del 1953 che vede il suo momento più alto nel secondo movimento, dove la tuba si piega alla melodia e all'intimità, cosa questa abbastanza inusuale per uno strumento così ingombrante come la tuba, a seguire di Darius Milhaud Scaramouche per sassofono contralto e orchestra del 1939, ricco di memorie del soggiorno brasiliano dell'autore come è evidente dall'ultimo brano, Brazileira.
Per finire la Sinfonia sopra una canzone d’amore di Nino Rota; composta nel 1947 fornirà successivamente vari spunti musicali per musiche da film, in particolare il Gattopardo, nel 1963. Brano affascinante dove Rota svolge la propria musica con il proprio stile sempre così riconoscibile; non si può infatti dire che Rota non avesse uno stile! Il fatto che Rota non seguisse le mode e le tendenze più avanzate della musica contemporanea gli procurò un certo ostracismo in certi ambienti, ma quello era il suo stile e bene fece comunque a seguirlo piuttosto che fingersi avanguardista. Del resto è come per il carattere: ciascuno ne ha uno proprio e non si può piacere a tutti ed è bene che sia così.
Christopher Spiteri era il solista alla tuba e Andrea Mocci al sax nel pezzo di Milhaud; se la sono cavata piuttosto bene. L'orchestra ha suonato con qualche piccola incertezza ma nel complesso bene con bel suono anche se non del tutto omogeneo. La perfezione non era comunque la cosa più importante; era importante invece applaudire quei giovani agli inizi della loro, si spera, buona carriera.
Bel pubblico di parenti e amici; bei giovani.

sabato 8 ottobre 2011

Dieci anni

Oggi è l'8 ottobre. Sono passati dieci anni dall'incidente di Linate.
Quella mattina c'era una nebbia piuttosto fitta. Avvicinandomi a Linate si sentivano stranamente diverse sirene e sul Forlanini fui superato anche dai pompieri. Alla fine del viale, entrando in aeroporto, c'era una nebbia ancora più fitta, sembrava quasi fumo. Parcheggiai ed andai a prendere un caffè al solito bar. Il barista mi disse che sembrava fosse successo qualcosa. Poi uscii ed andai a vedere più da vicino, ma sempre dall'esterno. Non si vedeva niente. Allora andai in ufficio. La mia segretaria mi disse che pareva fosse successo un incidente; tutti erano allarmati. Intanto la nebbia iniziò a sollevarsi e contemporaneamente tutto l'orrore di quanto era accaduto fu evidente.
Lutto, dolore e ricerca delle responsabilità avviluppata nelle solite pastoie della giustizia.

venerdì 7 ottobre 2011

Ciclo Dvorak

Ieri sera ha preso il via la serie di concerti con i quali, in tre anni, verranno eseguite in Auditorium dall'orchestra Verdi le nove sinfonie, i concerti, varie ouverture e poemi sinfonici di Antonin Dvorak. L'opera è meritoria perchè, ad esempio, per quanto riguarda le sinfonie tutti conoscono la IX sinfonia "dal nuovo mondo" composta durante il soggiorno americano, ma già le precedenti VI, VII e VIII sono molto meno frequentate per non parlare delle prime che sono quasi del tutto sconosciute ed ineseguite, almeno in Italia e anche nel settore concerti, se è molto conosciuto quello per violoncello, quello per pianoforte è ben poco eseguito.
Ieri si è iniziato proprio con la IX sinfonia, cioè con il vertice dell'opera sinfonica di Dvorak, anche se personalmente ho una forte predilezione per l'VIII, e il cammino proseguirà andando a ritroso con la VIII e la VII nei prossimi concerti di gennaio e febbraio.
Nella conferenza che si è tenuta prima del concerto, Aldo Ceccato ed Enzo Beacco hanno parlato di Dvorak secondo prospettive diverse. Aldo Ceccato ne ha parlato da musicista appassionato di quella musica e ha piuttosto insistito sul carattere nazionale della musica di Dvorak. Enzo Beacco, invece, e giustamente, non ha seguito questa prospettiva ed ha posto in evidenza come in realtà Dvorak, compositore boemo di Praga, fosse un compositore cosmopolita, certamente curioso delle tradizioni dei canti popolari della sua terra e non solo, ma sostanzialmente un autore che si esprimeva con il linguaggio della musica di ascendenza tedesca. Del resto Dvorak aveva come termini di paragone Brahms, Liszt e Wagner, soprattutto, ma anche Verdi di cui si trovano echi, sorprendentemente, ad esempio nello scherzo della IV sinfonia che ha uno slancio da cabaletta verdiana. Nella IX sinfonia si sono voluti vedere per lungo dei temi indiani che Dvorak avrebbe ascoltato durante il suo soggiorno in America. In realtà si è visto che ciò non corrisponde per nulla alla realtà in quanto tali temi potrebbero essere ascrivibili ad altre tradizioni, balcaniche, montenegrine, ucraine ed affondare ancora più lontano nel canto liturgico. Nella IX sinfonia, invece, si riscontra una grande maestria nella costruzione con il tema principale del primo movimento che ritorna in tutti gli altri ed un finale, costruito su un famosissimo tema che si scopre essere strettissimamente imparentato con il tema del primo movimento tanto che ad un certo punto diventano intercambiabili; nel finale, poi, tutti i temi dei vari movimenti vengono riepilogati e ciò porta ad una grande compattezza della struttura della sinfonia che diventa quindi, non un abile montaggio di temi folcloristici, ma un capolavoro di musica assoluta.
In precedenza sono state eseguite le due serenate per archi e per fiati, due composizioni giovanili e poco eseguite, due composizioni peraltro molto belle, vitali che affondano di più nella tradizione della musica popolare, soprattutto la serenata per fiati che in tutta l'area ceca, ungherese, balcanica rappresentano una grande tradizione per ogni occasione dai matrimoni ai funerali.
Le esecuzioni sono state in generale di buon livello, senza peraltro brillare per particolare genialità interpretativa. Nella IX sinfonia si ascolti cosa faceva Toscanini, ad esempio, o Ancerl o Kubelik mentre in anni più recenti sono stato particolarmente colpito dall'intensità e dalla partecipazione dell'interpretazione di Abbado di cui esiste anche un bellissimo video.
Comunque Aldo Ceccato ha diretto con entusiasmo e partecipazione, gigioneggiando anche non poco sul podio la qual cosa certe volte dava anche un po' fastidio perchè o sei Bernstein (e lo posso testimoniare per la ventina di volte che l'ho ascoltato dal vivo) che dava l'impressione che la musica sgorgasse dal suo corpo o è meglio che ti contieni.
Molto pubblico, grande successo.
In occasioni come queste mi torna in mente il 2007 quando la fondazione era sull'orlo del fallimento e Corbani protestava perchè il comune di Milano dava 3 milioni ad un piccolo festival come il MITO (tre settimane di programmazione) e praticamente nulla alla Verdi. In quei momenti non si sapeva neanche se si sarebbe potuta fare la stagione successiva e fu grazie ad un'assemblea straordinaria di noi soci che si decise di andare comunque avanti perchè Milano non poteva perdere questa orchestra. Furono i soci che salvarono l'orchestra non solo con i loro soldi ma anche e soprattutto con il loro sostegno morale perchè i soci, a differenza dei semplici abbonati o frequentatori della sala quando capita, condividono l'operato della fondazione e sono animati solo da una cosa che potrebbe essere considerata assurda, ma non lo è, ovvero dalla grande passione per la musica e la cultura e io, come socio da molti anni, penso di aver fatto una cosa buona per questa città.

lunedì 26 settembre 2011

Daniel Barenboim

Qualche settimana fa, a Verona, nell’ambito della consueta rassegna di orchestre che si svolge tra settembre e ottobre, si è tenuto un concerto diretto da Daniel Barenboim con la Filarmonica della Scala. Il concerto era identico a quello tenuto nell’ambito del festival MITO e prevedeva musiche di Rossini, Mozart e Beethoven di cui veniva eseguita la III sinfonia “Eroica”.
Non ho sentito il concerto ma ne ho letto una recensione sul giornale di Verona, L’Arena.
Tralasciando ciò che diceva dell’esecuzione di Mozart e di Rossini, su Beethoven l’articolista diceva alcune cose. Innanzitutto diceva che l’orchestra per Beethoven si molto infoltita. C’erano tantissimi archi, tanto da avere problemi a starci tutti sul palcoscenico ed inoltre tutti i fiati erano raddoppiati. Ciò, a detta dell’articolista, produceva talvolta degli “ingorghi” sonori. Inoltre, relativamente all’interpretazione vera e propria si mettevano in luce i tempi sostenuti, i contrasti drammatici, il colore scuro, cupo, l’imponenza del tutto.
Non l’ho sentito ma posso ben immaginare avendo sentito in un’altra occasione Barenboim dirigere quella sinfonia.
Vorrei fare un paio di osservazioni.
Trovo assurdo, nel 2011, fare ancora i raddoppi orchestrali per aumentare il peso della musica di Beethoven e accentuare la differenza tra Beethoven e ciò che l’aveva preceduto. Io credo che la novità di una sinfonia come l’Eroica sia insita nella musica in sé; l’orchestra dell’Eroica è uguale a quella delle ultime sinfonie di Haydn con l’aggiunta solo di un terzo corno; ciò che è diversa è la qualità della musica, la sua forza interiore, la forza dei suoi temi, dei suoi sviluppi, il colore dell’orchestrazione e per realizzare bene tutto ciò non è necessario raddoppiare tutta l’orchestra passando da un’orchestra di 60/65 elementi ad una di 120.
Per quanto riguarda i tempi si sa che Beethoven ha messo i tempi di metronomo, nel 1817, e che questi, in genere, sono piuttosto rapidi. Ma rapidi rispetto a cosa? Credo rapidi rispetto ad una idea interpretativa ottocentesca che tendeva a far diventare Beethoven un Titano; la stessa cosa succedeva a Bach con esecuzioni lentissime e con organici improponibili allo scopo di creare un’immagine di solennità. Per Bach si è dovuti arrivare agli anni ’60 perché qualcuno cominciasse ad usare strumenti originali e cominciasse ad adottare tempi molto più snelli e vivaci rendendoci un Bach finalmente pieno di vita; e la stessa cosa accadeva anche ad un autore come Vivaldi, italianissimo, di cui ricordo un vecchio disco che possedevo con le quattro stagioni che era soporifere e mortali come non mai. Certo i metronomi di Beethoven sono piuttosto rapidi e segnano forse più una direzione verso cui tendere che una reale possibilità esecutiva, ma ci si può e ci si deve tendere, e inoltre, come osservava Claudio Abbado, si devono conservare le relazioni tra i tempi di metronomo dei vari movimenti perché altrimenti si ottiene un’immagine deformata del pezzo. Cioè se Beethoven prescrive, come prescrive un tempo di 60 per la minima puntata nel primo movimento lo posso anche rallentare leggermente se lo reputo troppo veloce ma poi nella marcia funebre dove prescrive 80 per l’ottavo dovrei cercare di mantenere una certa proporzione salvo che così diventerebbe di sicuro troppo lento se il primo movimento l’ho rallentato troppo. Del resto Abbado con le sue esecuzioni a Berlino nel 2000 e a Roma, con la stessa orchestra, nel 2001, ha dimostrato quanto diventi interessante, spiritoso e vivo Beethoven con tempi più rapidi e senza raddoppi, ed anche Georg Solti, in un documentario, testimoniava che diventando più vecchio, tendeva sempre di più verso i metronomi beethoveniani abbandonando la visione solenne e retorica del Beethoven della tradizione.
Ora, che Barenboim, ancora oggi, diriga Beethoven secondo stilemi così vecchi e superati fa una certa impressione. Aggiungerei, per finire, che farebbe bene un po' a tutti andarsi a risentire talvolta il Beethoven di Toscanini o di Felix Weingartner, il direttore d’orchestra che prese il posto di Mahler a Vienna nel 1908, assolutamente sorprendenti nelle sue esecuzioni degli anni ’30.
Ricorderei inoltre la puntata di "C'è musica e musica" in cui Berio sperimentava l'utilizzo di un'orchestra simile a quella della prima esecuzione, ridottissima. Questo accadeva 40 anni fa ed era un esperimento per verificare e mettere sotto osservazione le strutture del brano e per fare una riflessione su Beethoven e la sua epoca in cambiamento; sarà stato un esperimento ma era molto interessante e stimolante.

Sergio Bonelli


Sergio Bonelli è morto.
Come fedele lettore dei suoi fumetti, da 50 anni fa ad oggi, gli auguro di essersi avviato serenamente verso l'ultimo sentiero che conduce ai pascoli celesti.

venerdì 23 settembre 2011

Boulez dirige Boulez


Ieri sera al Conservatorio, nell'ambito del festival MITO, Pierre Boulez ha diretto la sua composizione Pli selon pli con l'Ensemble intercontemporain, il Lucerne Festival Academy Ensemble e la soprano Barbara Hannigan.
Obiettivamente era un evento al quale non si poteva mancare, a meno che uno non avesse degli appuntamenti assolutamente irrinunciabili.
Personalmente avevo già sentito Boulez quando era venuto alla Scala sul finire degli anni '70, mi pare, con i complessi dell'Opera di Parigi dirigendo la Lulu di Alban Berg con il finale completato da Friedrich Cerha e un concerto sinfonico con musiche di Messiaen e Stravinskij di cui aveva diretto la più esaltante esecuzione dal vivo che io abbia mai ascoltato della Sagra della primavera. Lo aveva ascoltato anche in un concerto a Parigi.
Vedere dirigere Boulez è bellissimo perchè batte il tempo talmente bene, seguendo al millimetro ogni cambio di tempo o di ritmo, sollecitando le dinamiche, dando gli attacchi anche i più fulminei che guardandolo e seguendo il suo gesto anche tu capisci la musica che si sta eseguendo. Lo diceva lui stesso, mi pare in un'intervista in "C'è musica e musica", storica trasmissione di Luciano Berio trasmessa dalla Rai nei primi anni settanta a proposito dell'interazione tra direttore, orchestra e pubblico.
Ora, a 86 anni suonati, non ha perso nulla della sua lucidità e della sua maestria.
Pli selon pli, brano di grandi atmosfere ottenute con calibratissime orchestrazioni, è stato così dipanato in una maniera talmente convincente ed evidente da suscitare, almeno in me, autemtica commozione e godimento estetico, cosa ben strana trattandosi di musica contemporanea del secondo dopoguerra (Pli selon pli risale agli anni (1957-1962).
Grandissimo successo per la bravissima soprano chiamata ad imprese talvolta veramente ardue e per i bravissimi strumentisti.
Tra il pubblico, due file davanti alla mia c'era Maurizio Pollini, grande interprete del Boulez pianistico, con moglie, dietro di me lo scrittore Alberto Arbasino, e poco più scostato il compositore Giacomo Manzoni, autore di una fortunatissima Guida all’ascolto della musica sinfonica e molte altre facce note tutte riunite lì per un evento al quale, obiettivamente, era un delitto mancare.
Al mio fianco, fortunatamente, una piacevolissima e radiosa ragazza che non doveva sapere molto del brano dal paio di domande che mi ha fatto, ma che ha ascoltato il tutto con grande impegno seguendo il testo poetico di Mallarmé.
Moltissimi giovani tra il pubblico, finalmente!

mercoledì 21 settembre 2011

Il dito di Cattelan


Si discute se tenere il dito di Cattelan (in foto non rende, dal vivo è impressionante) lì dove si trova, piazza Affari o spostarlo.
Certo si deve essere sicuri che l'integrità dell'opera sia salvaguardata.
Comunque, per il carattere metaforico, o metadentrico, a seconda dei punti di vista, dell'opera, la terrei lì dove si trova, almeno per ora.

Boulez dirige Mahler


Ieri ho acquistato un doppio CD nel quale Boulez dirige la Lucerne Festival Academy Orchestra, un'orchestra fondata nel 2004 e formata da giovani provenienti da vari paesi. Le registrazioni sono relative a concerti fatti tra agosto e settembre 2010. Il primo CD è dedicato a musiche di Webern (passacaglia op. 1 e variazioni op. 30) e Stravinskij (Le chant du rossignol), mentre nel secondo CD c'è la VI sinfonia di Mahler. Tralascerei Webern e Stravinskij perché è evidente l'autorevolezza di Boulez in quel repertorio e verrei invece a Mahler.
Dico subito che sono uscito dall'ascolto entusiasta ed anche commosso come poche volte mi è capitato, e questo è strano perché Boulez è un musicista famoso soprattutto per le sue capacità di analisi delle partiture che dirige, per il controllo assoluto di tutti i parametri musicali, che gli deriva di certo dall’essere lui stesso un compositore, il che porterebbe al rischio di una certa freddezza: cioè tutto è perfetto, nulla viene tralasciato ma nel complesso non ti dice niente. Invece nulla di tutto ciò accade. Innanzitutto i tempi sono perfetti. Ascoltando mi veniva in mente ciò che Mahler diceva sui tempi giusti, che sono quelli per cui si riesce a percepire tutto quello che c'è dentro la musica e il limite nella velocità è proprio quello per cui i suoni tenderebbero a scivolare o a comprimersi diventando poco chiari. Con Boulez si sente letteralmente tutto. Poi c'è il discorso della fedeltà al testo. Boulez ha una precisione nell'esecuzione delle dinamiche, degli sforzando, dei pp subito, dei crescendo e decrescendo anche i più fulminei che si svolgono nell'arco di quattro note che è incredibile. Se si unisce a questo la sua maestri nel farti sentire la linea principale del canto che passa attraverso le varie sezioni orchestrali ne viene fuori che l’opera musicale viene assolutamente vivificata, ri-creata, diventa realmente un organismo vivente e non solo l’ennesima esecuzione mahleriana che oggi è in grado di fare anche il più scalzacane di direttore. Le esecuzioni di Mahler sono spesso piene di luoghi comuni che sono francamente diventati insopportabili e quindi Boulez, che non conosce luoghi comuni, fa l’impressione di acqua fresca di fonte. Mi ha fatto lo stesso effetto che mi fa Toscanini come esecutore di Beethoven. Cioè, innanzitutto si deve eseguire bene quello che l’autore ha scritto, e da questo, sostenuti dallo stesso materiale musicale, dalla sua forza intrinseca esce poi la passione, la gioia, il dolore e tutto quello che uno ci vuole vedere e ti fa ascoltare l'opera come se fosse la prima volta di un grande amore. Inoltre Boulez fraseggia e batte il tempo in modo impareggiabile. Ci sono dei passaggi nel convulso finale che con il tempo giusto e i piani sonori a posto, ovvero con una ottima concertazione, risultano illuminati da una chiarezza assoluta. Memorabile lo scherzo dove nel finale la frammentazione del materiale musicale viene realizzato senza alcun rallentando; la rarefazione stessa della musica dà l’impressione che il tempo venga ritenuto ma in realtà non è così. L’andante viene eseguito con una linea di canto impeccabile e caldissima e il primo movimento con grande veemenza, con uno sviluppo mai sentito così chiaro nell’intrico della polifonia e con una coda dove, a 3 prima di 45, c’è un ritenuto e un molto ritenuto dove il tema di Alma viene quasi urlato in uno spasimo che mi dato un brivido mai sentito in altre esecuzioni. L’occhio era un pochino umido ma era dovuto non a un generico sentimentalismo, che mi è sconosciuto, ma alla percezione più grande dell’arte e della passione.

Libri di scuola


Forte dell'esperienza di ieri, quando ero andato da Libraccio in piazza Fontana alle 9.30 (tanto non c'è nessuno, mio figlio) ed esserne uscito quasi due ore dopo per la fila che c'era, oggi alle 8.30 ero già lì. Tre persone davanti, apertura alle nove, un bel freschino, quattro chiacchiere con un paio di gentili ed abbronzatissime signore in fila. Alle 9.30 ero fuori, via Dogana, tram, a casa prima delle 10. L'unica cosa che mi spiace è che in questo modo mi sono risparmiato troppo poco della presenza della filippina energumeno che viene il mercoledì mattina (non quella dell'immagine a fianco, magari!). Casa ribaltata, mi sono rifugiato sul terrazzo a leggere sotto il sole con il bel sole che c'è ancora oggi. Ora è ancora qui ma ormai è da un'altra parte della casa, per cui sto tranquillo e anche la gatta è qui con me che mi fa la guardia.

PS.
Ad un tratto non funzionava più niente. Scoperta: aveva staccato il router! Scusa signò!

martedì 20 settembre 2011

Concerti all'Assunta in Vigentino


Quest'anno prometto che andrò più spesso a sentire i concerti da camera e consimili nella chiesa che è vicina a casa mia, Chiesa di Santa Maria Assunta in Vigentino, e chissà che non restaurino anche l'organo, dal momento che è iniziato un restauro in generale della chiesa che sarebbe bella ma che è stata troppo trascurata negli anni.
L'orchestra da camera si è formata nel 1995 con elementi dell'orchestra della RAI che era stata chiusa (a che serve un'orchestra?) e negli anni ha inserito anche elementi nuovi e giovani. I suoi concerti sono sempre seguiti con grande entusiasmo. E poi devo dare soddisfazione anche ad una signora che mi invita sempre e mi fa trovare il programma nella casella della posta.

domenica 18 settembre 2011

Milano Musica

Quest'anno la rassegna di musica contemporanea Milano Musica, arrivata al 20° anno, avrà come musicista di riferimento Helmut Lachenmann, musicista che definisce la propria musica "musica concreta strumentale".
Si inizia il 2 ottobre alla Scala con un concerto diretto da Roberto Abbado con musiche di Berio (Requies (1983-85) per orchestra da camera scritto in memoria di Cathy Berberian), Lachenmann (Schreiben (2002-04)) e la IV sinfonia di Schumann, per terminate il 7 novembre sempre alla Scala con musiche di Liszt, Donadoni e Chopin eseguite da Jeffrey Swann.
Dei vari concerti in programma mi interessano in modo particolare quello del giorno 8 ottobre al Teatro dal Verme con i Pomeriggi Musicali impegnati in musiche di Diogenes Rivas, Aldo Clementi, Matteo Franceschini, Lachenmann, Luca Francesconi, quello del 10 ottobre con l'ensemble unitedberlin in musiche di Valerio Sannicandro, Salvatore Sciarrino, Franco Donatoni, quello del 12 ottobre dove sarà trasmessa una registrazione televisiva di Satyricon di Bruno Maderna, quello del 16 ottobre in Auditorium con la Verdi Schoenberg, Maderna e Lachenmann, quello del 28 ottobre con il Quatuor Diotima in musiche di Lachenmann e Debussy.
Una bella rassegna per tenerci un po' svegli!